Giovan Battista VinatzerLa fabbrica degli eroi del Ventennio privilegiò l’immagine del rocciatore appeso agli strapiombi con abbondante supporto di mezzi artificiali: i chiodi e le staffe erano l’icona della modernità. Per commentare i grandi itinerari di Emilio Comici, Gino Soldà, Bruno Detassis e Giovan Battista Vinatzer, tutti eccezionali arrampicatori in libera, si usò ogni superlativo capace di evocare l’impegno estremo senza specificare se la via fosse molto chiodata e dunque destinata a progressiva svalutazione, o poco protetta e avventurosa. Nel secondo caso – per esempio l’exploit di Vinatzer e Castiglioni sulla parete sud della Marmolada nel 1936, su placche compatte e spesso inchiodabili – il percorso mantenne la difficoltà nel tempo e le ripetizioni, soprattutto le prime, richiesero un impegno psicologico non troppo inferiore a quello dei primi salitori. I ripetitori delle vie di Giovan Battista Vinatzer, detto Hans, si accorsero subito di quanto fosse bravo. Anzi bravissimo. Certamente fece il sesto grado e probabilmente sfiorò il settimo. Provare per credere.
Vinatzer era nato il 24 febbraio 1912 a Ortisei, in Val Gardena, da una famiglia di contadini. Aveva sangue di rocciatore nelle vene perché il nonno, nel 1870, aveva scalato per primo la Furchetta nelle Odle. Come racconta Martina Guglielmi “Hans non aveva maestri di arrampicata. Da solo, con tanta curiosità, inventò un modo speciale per diventare forte. Nel fienile di casa, tra le balle di fieno, costruì una parete tutta sua: saliva e scendeva di continuo, appendendosi con le mani e i piedi su tavole e corde. Faceva esercizi anche di notte, mentre la famiglia dormiva, per non far preoccupare la mamma… Nel 1932, a vent’anni, partì con Luigi verso la parete nord della Furchetta, un muro di roccia alto 800 metri pieno di strapiombi spaventosi. Nessuno ci era mai riuscito, e con così pochi chiodi nella roccia! Ci salirono in un solo giorno, tappa dopo tappa, e raggiunsero la cima come due aquilotti. Da lassù gridarono ‘ce l’abbiamo fatta!’, ma non andarono in giro a dirlo, perché Hans era umile e non amava i festeggiamenti!”. Salirono la parete con un martello, cinque chiodi e tre moschettoni. Procedettero slegati o quasi fino al pulpito Dülfer e di lì, a comando alterno, proseguirono fino in vetta. Un terno al lotto. Fantastico.
Hans era terribilmente avanti per il suo tempo. Vinatzer cercava la scalata libera e inseguiva la purezza dell’arrampicata; usava i chiodi solo in situazioni speciali, come un’extrema ratio. “Era come giocare a non prendere la mano del compagno in un girotondo – precisa Guglielmi –. Divertente ma molto rischioso!”.
Sulle tavole levigate di Punta Rocca (3309 metri) sulla Marmolada l’arrampicata è speciale perché si svolge perlopiù su placche compattissime e di difficile chiodatura. Non conta tanto la forza, quanto il controllo e l’istinto. Sugli specchi chiari l’acqua ha lavorato la roccia come una scultura gotica, scavando buchi e cesellando le increspature di dolomia. Bisogna usare i piedi e la testa con giochi di equilibrio che sembrano numeri da illusionista. Nell’estate del 1936 Hans Vinatzer ed Ettore Castiglioni affrontano le placche, ma dopo 13 ore di arrampicata hanno superato solo i primi 200 metri e devono bivaccare. Vinatzer passa la notte vestito come di giorno, senza sacco, infilandosi dei fogli di giornale sotto la giacchetta. Il mattino dopo riprendono a salire su alte difficoltà, sempre sopra il quinto grado, lunghi tratti di sesto. Trovare la via è difficile e se si sbaglia si torna indietro. Come scrive Pietro Crivellero, “probabilmente litigano per decidere le soluzioni nei punti problematici: Castiglioni, secondo fisso, ne parla in tono spiritoso. Finalmente, dopo una decina di ore, infilano un camino svasato che, sempre a suon di sesto, li conduce alla cengia a metà parete, si può dire fuori dalle massime difficoltà. La seconda parte viene percorsa a spron battuto in circa quattro ore per evitare il secondo bivacco, prima per modeste difficoltà e poi per un camino umido che riserva ancora una buona dose di gradi alti”. Escono sulla cresta a notte fonda.