Gran Paradiso, tra turismo consapevole e comunità da salvare

Fra innovazione culturale e sfide sociali, la Fondation Grand Paradis rilancia il futuro del primo parco nazionale italiano. Vuillermoz: "Un turismo di approfondimento contro lo spopolamento".
Panorama sui prati di Sant'Orso © Wikimedia Commons

Il Gran Paradiso non è soltanto un massiccio alpino che supera i quattromila metri né il primo parco nazionale italiano nato nel 1922 per proteggere lo stambecco. È un laboratorio di futuro, sospeso tra i riflessi abbaglianti dell’overtourism e il rischio silenzioso dello spopolamento. A raccontarlo è Luisa Vuillermoz, direttrice della Fondation Grand Paradis, che lavora da anni per valorizzare il versante valdostano del Parco.

Il campanello d’allarme è suonato forte a Valsavarenche, cuore del Parco con appena 170 residenti, dove dopo la chiusura della scuola dell’infanzia nel 2019, quest’anno ha abbassato le serrande anche la primaria. “Un fatto drammatico per una comunità - osserva Vuillermoz - e il timore di altre realtà alpine. Anche Cogne, simbolo del turismo valdostano, registra un calo delle famiglie con bambini e di persone in età lavorativa”.

Di fronte a questo scenario, la Fondazione punta su un modello di turismo “di approfondimento”: non soltanto sostenibile, ma capace di generare radicamento. “Un turismo meditato e consapevole, che spinga ad allungare i tempi di permanenza, a vivere le seconde case, fino a trasformarsi, per qualcuno, in una scelta di vita” spiega la direttrice.

Per sostenere questo percorso nascono iniziative culturali e tecnologiche: dal Film Festival Gran Paradiso, quest’anno dedicato alle forme dell’intelligenza umana e artificiale, alle mostre diffuse di arte contemporanea come quelle dello scultore Donato Savin. E anche la “Sibilla del Gran Paradiso”, un avatar digitale basato su intelligenza artificiale che accoglie i visitatori con volto, voce e abiti della Fondazione, offrendo informazioni interattive sul territorio.

Il viaggio dentro il Parco inizia a Introd, porta d’accesso amata da Giovanni Paolo II e oggi arricchita dal museo a lui dedicato e dalla mostra fotografica di Grzegorz Galazka. Prosegue poi ad Aymavilles, con la cripta unica della chiesa di Saint Léger e il maestoso ponte-acquedotto romano di Pont-d’Ael, fino a Cogne e alle sue vallate laterali: luoghi di natura incontaminata, prati, laghi alpini e vette da alpinismo classico.

Ma dietro l’incanto resta la sfida: mantenere vive le comunità, dare prospettive ai residenti, trasformare il turismo in leva di rinascita.