Altopiano tibetano e vette dell'Himalaya - Foto Dan - Wikimedia Commons, CC BY 3.0
Versante nord Everest - Foto I, Luca Galuzzi - Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5
Tibet da satellite - Foto MODIS Land Rapid Response Team, NASA GSFC - This image or video was catalogued by Goddard Space Flight Center of the United States National Aeronautics and Space Administration (NASA) under Photo ID: 2021-10-30. -Wikimedia Commons, Public Domain
Lake Ximencuo sull'altopiano tibetano - Foto Tenace10 - Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Tibet - Foto my000693 da PixabayNell’osservare in uno scatto fotografico, o con maggiore fortuna attraverso i propri occhi, il paesaggio che oggi caratterizza l’altopiano tibetano, circondati dal silenzio delle creste himalayane, risulta difficile, quasi impossibile, accettare l’idea che, preservata in quella roccia che oggi sfida il cielo, si celi la memoria di un mondo sottomarino.
Eppure, oltre 200 milioni di anni fa, dove oggi svettano le montagne più alte della Terra, bisogna immaginare che si estendessero le acque blu dell’Oceano Tetide. Proprio tra le pieghe dell'altopiano tibetano, un team di ricercatori della Jilin University di Changchun (Cina), guidato dal geologo Jian-Jun Fan, ha rinvenuto i resti di antiche eruzioni sottomarine, in grado di gettare nuova luce sulle estinzioni di massa del Triassico.
Le “eruzioni fantasma” del Tibet
Per comprendere i risultati dello studio, pubblicato recentemente sulla rivista scientifica Geology, è necessario prepararsi a un viaggio nel tempo, portando indietro le lancette dell’orologio della storia della Terra fino a circa 250 milioni di anni fa, molto prima che, nel cuore dell’Asia Centrale, facessero la loro comparsa le aspre vette dell’Himalaya.
All’epoca, l'attuale Tibet doveva apparire come un puzzle a pezzi sparsi: diversi micro-continenti, simili a grandi isole, circondati dal vasto Oceano Tetide. Il clima era caldo e umido, l’atmosfera era particolarmente ricca in anidride carbonica e i fondali marini brulicavano di vita, dalle ammoniti ai rettili marini.
Sotto la superficie, la Terra era in fermento. Il fondale marino era attraversato da fessure chilometriche, attraverso le quali si verificarono risalite di volumi colossali di magma che andarono a creare le cosiddette “province magmatiche sottomarine” (LIP - Large Igneous Provinces), immensi altipiani vulcanici sottomarini, vasti migliaia di chilometri quadrati.
Il team di ricerca cinese si è concentrato su questo periodo storico, andando alla ricerca di tracce delle antiche eruzioni sottomarine del Tibet, definite “eruzioni fantasma". Di norma la crosta oceanica si comporta come un immenso nastro trasportatore. Scorrendo lentamente, finisce per inabissarsi nel mantello terrestre attraverso il cosiddetto processo di subduzione, cancellando ogni prova dei cataclismi passati. Il destino del vecchio fondale oceanico tibetano avrebbe potuto essere esattamente questo, se la nascita dell’Himalaya non avesse cambiato le carte in tavola.
Quando, circa 55 milioni di anni fa, la placca indiana ha iniziato la sua violenta collisione con l'Eurasia, l’antico Oceano Tetide è stato letteralmente schiacciato tra le due placche e ampie porzioni del fondale, invece di essere trasportate nelle viscere della Terra, sono state frammentate e inglobate in quella roccia che, sospinta verso il cielo, avrebbe determinato la creazione della catena himalayana.
Analizzando minuziosamente minerali presenti in frammenti di lava sottomarina rinvenuti tra le rocce dell’altopiano, come lo zircone e la titanite, considerati veri e propri "cronometri" naturali, i ricercatori hanno identificato tre episodi principali di questo vulcanismo del Triassico, avvenuti tra 250 e 210 milioni di anni fa.
L'effetto della lava sulla vita marina
Per valutarne le conseguenze biologiche, i ricercatori hanno confrontato la loro tempistica con reperti fossili conservati nei sedimenti marini, arrivando alla conclusione che questi eventi, oltre a rimodellare il fondale marino, avrebbero avuto un impatto indiretto sull’ecosistema.
Il rilascio di gas serra e nutrienti avrebbe promosso un riscaldamento delle acque e la fioritura delle alghe, che avrebbero causato, a loro volta, una riduzione dell’ossigeno presente nelle acque. Quando queste immense masse organiche morivano e si decomponevano sul fondo, sottraevano ossigeno prezioso all'intero bacino, trasformando l'oceano in una trappola anossica e satura di idrogeno solforato. Secondo i ricercatori, questa dinamica sarebbe alla base di almeno 4 estinzioni di massa verificatesi nell'area nel corso del Triassico, colpendo duramente tutte quelle specie incapaci di adattarsi a mari improvvisamente "asfittici", soprattutto le specie dotate di minore mobilità.
Le eruzioni fantasma potrebbero essere riconosciute potenzialmente come fattore determinante per una serie di estinzioni, riconosciute come secondarie rispetto alle Big Five, le cinque crisi ecologiche più catastrofiche nella storia del nostro Pianeta, che determinarono la scomparsa di circa il 75% delle specie viventi nel corso del Fanerozoico. Senza chiamare in causa asteroidi, eruzioni di supervulcani, profonde alterazioni climatiche su scala globale, la ragione delle improvvise e ampie morie di specie marine verificatesi nel Triassico, potrebbe risiedere in antiche eruzioni sottomarine, la cui memoria è oggi da ricercarsi sottoforma di frammenti, conservati nelle rocce che compongono le montagne terrestri.