Federica Mingolla, Rolando e Alessandro Larcher in cima - Foto Federica Mingolla
Close to Heaven - Rolando Larcher
Topo di Close to Heaven, realizzata a mano da Rolando Larcher
In salita su "Close to Heaven"
La parete Nord del Demirkazik
In salita su "Close to Heaven"
In salita su "Close to Heaven"
In salita su "Close to Heaven"
In salita su "Close to Heaven"
In salita su "Close to Heaven"
In salita su "Close to Heaven"Agli inizi di agosto, l’alpinista e guida alpina Federica Mingolla, insieme ai trentini Rolando e Alessandro Larcher, ha vissuto una avventura carica di emozioni e di imprevisti, tra le vette dell’Aladaglar, in Turchia. Il bagaglio con cui il trio è tornato a casa si chiama “Close to Heaven” (700 m; 7b+ max/7b obbl.), una nuova via aperta e liberata sulla maestosa parete nord del Demirkazik (3756 m). Un progetto che oggi rappresenta una “storia da raccontare e di cui sorridere”, come lo ha definito Federica sui suoi canali social, al rientro in Italia, ma che li ha visti affrontare un incidente in parete, che ha posto in dubbio la possibilità di portare a termine la salita. Abbiamo contattato Federica, per farci raccontare i dettagli di questo viaggio, fatto di gioie e dolori, nel mezzo della parete nord del Demirkazik.
Parete Nord del Demirkazik, come è nata l’idea?
Aprire una via sulla Nord del Demirkazik era una idea del Maestro, di Rolando, che era già stato in passato in Turchia, dove ha anche aperto diverse vie. Durante i suoi viaggi aveva notato questa interessante parete, che ha conservato in un cassetto. Era già da un po’ che valutavamo l’idea di aprire una via insieme e questo viaggio ci ha offerto l’opportunità di farlo. In realtà, abbiamo aperto insieme già una via in primavera, nella Valle del Sarca, dove ci siamo trovati tutti e tre per conoscerci meglio, non tanto in parete quanto nell’apertura. Poi a luglio siamo partiti per la Turchia.
A proposito dei viaggi precedenti di Rolando in Turchia, si legge nel racconto della vostra avventura condiviso sui social, che circa 20 anni fa, la parete nord si presentava impraticabile, perché alla base vi era un ghiacciaio e in alto dei nevai da cui grondava acqua. Poi lo scorso anno, è tornato nella zona e ha avuto modo di notare che il ghiacciaio fosse sparito…
Sì, una volta c’era più neve permanente, mentre negli ultimi anni si nota un rimasuglio di ghiaccio e neve in alcuni punti alla base della parete, per cui l’accesso è più facile.
Per quanto riguarda la via, anche quella è stata una intuizione di Rolando?
C’era di base una sua mezza idea, che aveva elaborato guardando la parete, e che ha condiviso con me e Alessandro durante l’anno, attraverso delle foto. E anche io, guardando poi la parete, non ho dubitato che quella fosse la via più bella da seguire. Anche Alessandro si è trovato d’accordo e quindi siamo partiti con l’idea di tentare la salita, lungo quelle placche blu-grigie che ci avevano affascinato. Per farvi capire, è uno scudo che ricorda una piccola Marmolada, mentre tutto il resto della parete ricorda più il Monte Civetta, più giallo e rotto (ride).
E quindi avete iniziato questa salita, e all’improvviso vi è capitato un imprevisto…
Sì, avevamo salito 500 metri circa di parete, eravamo già belli alti, quando ha iniziato a piovere e abbiamo cominciato a calarci su 500 metri di statiche. Rolando è partito per primo, io a seguire e infine Alessandro. All’improvviso c’è stata una scarica di sassi, causata dall’acqua che si è accumulata nei camini laterali, che non creano fastidio alla via in nessun punto, fatta eccezione di dove ero io. Punto in cui c’è una piccola cengia, prima di riandare a sbalzo sull’ultimo pezzo verticale, e quindi sei esposto. Io ero lì, aspettavo che Rolando mi lasciasse la corda libera per andare sullo strapiombo, dove di fatto sei al riparo, quando hanno iniziato a cadere sassi, e sono rimasta bloccata. Quindi è stata veramente questione di sfortuna.
E come hai reagito alla scarica di sassi?
Ho avuto l’istinto di provare a proteggermi sotto la placca, ma sostanzialmente era inutile, non era un tetto! Quando ha smesso - che poi quando si tratta di scariche è sempre uno smettere relativo - diciamo quando abbiamo appurato che fosse venuto giù il grosso, siamo scesi velocemente. Io veloce per quanto potevo, con le ferite che mi ero procurata, le più gravi alla testa e al ginocchio. Ci siamo ritirati al campeggio e lì ci ha raggiunti Recep, il proprietario dell'Aladaglar Camping Bungalow, che si è attivato per cercare un cavallo, in fretta perché erano le 4 di pomeriggio e per arrivare dove eravamo ci sono 3 ore di sentiero da affrontare. Alla fine a mezzanotte eravamo all’ospedale di Çamardı, questo paesino piccolo e sperduto, ma con una efficienza del pronto soccorso che si fa fatica a immaginare.
In quel momento hai pensato che non saresti tornata in parete?
Ho detto ad Alessandro e Rolando che, se non mi fossi ripresa in breve tempo, avrei voluto che continuassero da soli. Non tanto per i punti che avevo in testa, più che altro perché non sapevo bene cosa fosse successo al ginocchio, era gonfio, non riuscivo a piegarlo. Per fortuna, alla fine era solo una grande botta! Nel giro di 4 giorni, non dico che stavo bene, ma ho deciso di tornare in parete. Alessandro e Rolando erano motivati ad aspettarmi, per cui siamo stati insieme al campeggio, e nel mentre il meteo si è anche stabilizzato. Sono cessati i temporali pomeridiani, il cielo era sereno e così siamo riusciti a finire la via senza ulteriori problemi. Siamo anche riusciti a fare la redpoint, o come dice Rolando, la rotpunkt, cioè la salita in libera. E poi ci siamo anche goduti le falesie attorno, negli ultimi giorni che ci rimanevano. È stata una esperienza bellissima, anche perché è una zona della Turchia in cui non c’è nessuno, è ancora molto selvaggia e con un potenziale enorme per arrampicare.
Pensi di ritornare?
Sì, in futuro sicuramente. Ho lasciato lì delle statiche…un po’ di magazzino c'é!
Andando sul tecnico, quanti tiri sono e qual è la difficoltà della via?
Sono 15 tiri, lunghi, per uno sviluppo totale arrotondato a 700 m, per difetto. In termini di difficoltà, c’è un po’ di tutto, ci sono zone un po’ più appoggiate, altre più verticali, ci sono 4 tiri di 7b, di cui uno 7b+/c, e gli altri tutti di difficoltà inferiore. A livello di chiodatura, è lunga, abbiamo valutato almeno S3, che in termini tecnici è una chiodatura in cui è sconsigliato cadere nei punti più esposti.
Tornando alla scarica di sassi, ti era mai capitato di vivere una simile situazione?
No, non così. Mi è capitato magari di trovarmi sotto scariche di sassi di piccole dimensioni, che al massimo ti rovinano la giacca, ma trovarsi sotto una pioggia di rocce di quella portata, mai. È stata la prima volta in cui ho temuto di rimetterci le penne, seriamente sono arrivata a pensare ‘speriamo che non faccia male’.
Quando succedono imprevisti come questo, ti capita mai di pensare che sarebbe stato meglio proseguire la carriera indoor invece di appassionarti alla montagna?
Assolutamente no. Uno deve fare ciò che ama. Io sono fatta così, non ti puoi obbligare a fare qualcosa solo perché è più sicuro, o magari perché ti porta più denaro. Ho sempre cercato di inseguire il sogno, pur non sapendo dove mi avrebbe portata. Sono dell’idea che, se si ha un sogno, indipendentemente poi da come vanno le cose, è bene poter dire ‘almeno ci ho provato’.
Rimanendo sul tema del provarci, in montagna, a tuo avviso, per raggiungere un obiettivo, è più importante la tecnica o la testa?
La testa. Non voglio dire che la tecnica non sia importante, però vi faccio un esempio. Io ho una buonissima tecnica, senza vanto. Ci sono però delle giornate in cui non ci sono di testa, magari perché sono stressata, e non è che scalo male, gli altri magari che guardano dall’esterno non notano niente di particolare, ma io dentro di me, mi sento poco fluida, noto magari che sto sudando, quando di norma non mi succede. La mente influenza tanto il modo in cui stai vivendo il momento. Se la giornata è no, non vai su.