I cervi "scrivono" con la luce: la comunicazione segreta che brilla sotto i raggi UV

Uno studio dell'Università della Georgia svela come i segnali territoriali del cervo coda bianca brillino sotto la luce ultravioletta, creando un sistema di messaggistica visiva invisibile all'uomo.

La comunicazione del mondo animale è un mondo solo in parte percepibile dall’uomo, attraverso i sensi. Passeggiando in montagna, aguzzando la vista o l’udito, possono essere colti innumerevoli messaggi trasmessi dagli animali per una finalità di comunicazione intraspecifica o interspecifica. Ma lo scambio di informazioni posto in essere dalla fauna selvatica non si limita a quanto i nostri occhi vedano e a quanto le nostre orecchie sentano. Ci sono linguaggi che possono essere scoperti soltanto attraverso studi scientifici, che consentono di oltrepassare i nostri limiti sensoriali. 

È il caso del cervo, nello specifico del cervo coda bianca Odocoileus virginianus, il cervide più diffuso nel continente americano. Una nuova ricerca condotta dalla Warnell School of Forestry and Natural Resources dell'Università della Georgia (UGA), pubblicata sulla rivista Ecology and Evolution, ha rivelato che questi cervi sono in grado di lanciare messaggi luminosi che l'occhio umano non può percepire. 

 

Messaggi luminosi invisibili all'uomo

Il cervo coda bianca, denominazione che deriva dalla parte inferiore della coda, che è candida, utilizza le medesime modalità di comunicazione del cervo nobile, la specie che siamo abituati a incontrare tra i nostri boschi. I maschi marcano il territorio sfregando i palchi contro i tronchi, rimuovendo in tal modo parte della corteccia, oppure scavano il terreno con le zampe. Fino ad oggi si pensava che queste tracce servissero principalmente a diffondere odori, tramite ghiandole della pelle e urina.

Lo studio dell'UGA dimostra invece che, perlomeno nel caso del cervo coda bianca, questi scortecciamenti odorosi fungono anche da segnali fotoluminescenti, in grado di rivelarsi se irradiati con luce UV.

La possibilità che le tracce potessero originare dei bagliori notturni nell’ambiente ha rappresentato a lungo un’ipotesi nel campo biologico, ma come sottolineato da Daniel DeRose-Broeckert, autore principale dello studio, “nessuno era ancora andato sul campo per cercare di collegarlo ai cervi”.

La ricerca è stata condotta nella Whitehall Forest, dove per tre mesi il team ha operato con una metodica doppia: l'identificazione diurna delle tracce e la successiva analisi notturna sotto luce ultravioletta. 

Si tratta del primo studio al mondo capace di quantificare la luminescenza ambientale e di associarla a una specifica funzione biologica. L'indagine ha coperto una superficie di 324 ettari, portando all'analisi di 109 sfregamenti di corna sui tronchi e 37 raschiature del terreno sature di urina.

La visibilità dei segni è risultata incrementare nella fase di avvicinamento alla stagione degli amori, a conferma dell’importanza di questa messaggistica segreta in una fase estremamente delicata e competitiva dell’anno.

 

Una cabina telefonica nel bosco

Ma come fanno i cervi a leggere dei segnali fotoluminescenti? Mentre per l'uomo questi segni appaiono come semplici graffi sul legno o terra smossa, per i cervi sono fari luminosi. La visione del cervo è infatti adattata per la penombra: i loro occhi mancano di pigmenti che filtrano i raggi UV, rendendoli estremamente sensibili alle lunghezze d'onda corte che dominano all'alba e al crepuscolo.

Secondo i ricercatori, il bagliore dei tronchi scorticati deriva da una combinazione di linfa degli alberi e secrezioni delle ghiandole frontali dell’animale. Gli scavi nel terreno, invece, brillano probabilmente a causa dell'urina depositata. "I cervi hanno molti modi di interagire con l'ambiente, e lasciano queste firme affinché possano essere odorate e viste", aggiunge Gino D’Angelo, coautore della ricerca.

I messaggi non vanno identificati come segnali a esclusivo scambio tra esemplari di sesso maschile. Sia i maschi che le femmine utilizzano infatti le raschiature per segnalare la loro presenza nell'ambiente, il loro stato riproduttivo e il loro livello di forma fisica.

Il cervo dalla coda bianca non è il primo mammifero in assoluto a mostrare segni di fotoluminescenza. Diversi studi scientifici riportano anche di mammiferi il cui stesso corpo appare luminoso, se irradiato con luce UV, in particolare mammiferi notturni, come i pipistrelli. Il motivo per cui ciò accade è storicamente poco chiaro.

Nel caso dei cervi, la finalità sembrerebbe essere quella di una comunicazione multisensoriale tra esemplari, attraverso vista e olfatto. "I solchi diventano un centro di comunicazione dove altri cervi li visiteranno dopo che sono stati creati e contribuiranno alla loro crescita – chiarisce D’Angelo - . È come una cabina telefonica in città quando si cerca di organizzare un incontro notturno”.

Attualmente, nonostante i dati promettenti, la funzione biologica di questo bagliore resta nel campo delle ipotesi. La comunità scientifica invita infatti alla cautela: sebbene lo studio dimostri che le tracce possano brillare sotto torce UV artificiali, resta da capire se la luce ultravioletta presente naturalmente al crepuscolo sia sufficiente a innescare un effetto visibile per i cervi.

Come sottolineato da diversi esperti del settore, per avere la certezza definitiva che non si tratti di un semplice sottoprodotto chimico — una fluorescenza casuale priva di scopo, comune a molti materiali biologici — saranno necessari test comportamentali diretti. La sfida futura sarà osservare se i cervi modifichino effettivamente le loro reazioni in base alla sola intensità luminosa delle tracce, confermando così che il bosco, al calar del sole, sia davvero il teatro di un dialogo fatto di profumi e luci invisibili.