I sogni visionari di Federico Secchi, in cerca di un ottomila da sciare

Partito dalla Valfurva, l’alpinista appassionato di sci ripido gira il mondo in cerca della via dei sogni, fra vecchie e nuove linee, tutte da affrontare in stile alpino, tecnico, leggero, possibilmente innovativo. Il suo punto di vista ne “Le vie dei sogni”, a cura di Andrea Greci.

Il primo amore non si scorda mai. Ed è così che Federico Secchi, nato in Valfurva nel 1992, dopo otto anni a gareggiare come discesista per il club di Santa Caterina Valfurva e poi come scialpinista con lo sci club Alta Valtellina, è diventato sì maestro di sci (nel 2014), Tecnico del Soccorso Alpino (nel 2016) e Guida alpina (nel 2021), ma soprattutto alpinista con il “vizio” dello sci ripido: gli piace confrontarsi con l’altissima quota legni ai piedi. Non poteva mancare il suo punto di vista nel libro Le vie dei sogni curato da Andrea Greci, per fare il punto sull’alpinismo italiano di oggi e di domani, con una prefazione di Erri De Luca (pp. 176, CAI Edizioni, 18 euro).

 

Con gli sci, fra tecnica e storia

Con quella passione fra i piedi Federico Secchi non poteva fermarsi alle Alpi, per quanto iconiche come il Gran Zebrù, sulla cui Parete Nord si è cimentato tre volte. Nel 2018 ha iniziato a viaggiare al seguito di spedizioni extra-europee: la nuova via sul Chareze Ri North (5950 m) aperta quell’anno gli è subito valsa una candidatura ai Piolets d’Or. Per proseguire l’esperienza con le grandi montagne del mondo ha allora scalato il Fitz Roy e l’Aguja Poincenot in Patagonia, ma è nuovamente sulle grandi vette asiatiche che sono arrivate le realizzazioni principali: il primo ottomila è stato il Manaslu (8163 m), dove ha firmato la prima discesa integrale con gli sci (2021), mentre al 2024 risale il grande progetto “Ski in the sky” con l’amico Marco Majori. A 70 anni dalla prima salita italiana realizzata da Lacedelli e Compagnoni con la nota spedizione organizzata da CAI e CNR con la guida di Ardito Desio, l’idea era di raggiungere la vetta del K2 (8611 m) e scendere poi con gli sci. Secchi è riuscito (in solitaria e senza ossigeno) nella prima parte, mentre alla seconda ha dovuto rinunciare, lasciando ai posteri un tentativo dei più arditi, considerando la difficoltà della montagna. Ma pochi giorni prima, per acclimatamento, si era preso la soddisfazione di salire il Broad Peak (8047 m), sceso parzialmente con gli sci. Nel 2025 ha aggiunto al curriculum il tentativo di ripetizione (mai riuscita, dalla prima del 1958) della storica via di Bonatti e Mauri al Gasherbrum IV (7925 m) in stile alpino e leggero, con Leo Gheza e Gabriele Carrara.

 

La via dei sogni

Federico Secchi non si lascia cogliere impreparato: “Il mio sogno è aprire una linea nuova, mai fatta da nessuno, su qualche ottomila, con gli sci. Sarebbe bello proprio con gli sci perché a me piace sciare e penso che di linee ce ne siano sono tantissime, perché di fatto le varie montagne sono salite sempre dagli stessi versanti”. Pensa al polacco Andrzej Bargiel, che ha compiuto la prima discesa integrale con gli sci dal Versante Sud dell’Everest nel settembre 2025, o all’americano Jim Morrison che il mese dopo ha disceso dal Couloir Hornbein dove Marco Siffredi perse la vita nel 2002 con lo snowboard. Non è la sua idea: “Hanno cercato linee difficili ma che sapevano che si potessero fare, io penso a una via completamente mia, le montagne non mancano, basta solo cercarle”. 

Per Secchi la via de sogni dunque è ancora tutta nel futuro: “Non è facile trovare un bel canale che parte da ottomila metri. Sicuramente mi guarderò intorno la prossima volta che tornerò in Nepal o in Pakistan. Ma penso che il più grande aiuto a questo proposito ci arriverà dalla tecnologia: le immagini satellitari e i software cambieranno il modo di fare alpinismo. C’è il rischio che si perda il senso dell’avventura, certo, ma in fondo l’alpinismo si evolve sempre con i tempi, non possiamo scappare. E io sono un visionario”.

 

L’alpinismo è… una sfida culturale

Cresciuto tra le nevi di Santa Caterina Valfurva, Secchi incarna un alpinismo moderno che rifiuta le etichette. La sua formazione inizia prestissimo, a quattro anni, evolvendosi dallo sci praticato e gareggiato nei club, allo scialpinismo e infine all’arrampicata. Questa visione “ibrida” lo ha portato a firmare imprese significative, come la discesa con gli sci dal Manaslu e il tentativo (non riuscito) di scendere la Via Česen sul K2, culminato però con la vetta raggiunta in solitaria. “Mi sono guardato intorno ed ero solo. Io e il K2. Un momento indimenticabile” racconta ad Andrea Greci ne Le vie dei sogni.

Secchi ama raccogliere sfide estreme, come quella di sciare oltre gli 8000 metri, su pendenze tra i 35 e i 50 gradi, ma non è il record a tutti i costi il suo obiettivo, perché anche una vecchia via dimenticata su montagne decisamente più vicine può diventare imprevedibile, soddisfano il desiderio di ignoto innato in ogni alpinista propriamente detto. Il grande assunto su cui si basa questa certezza è il cambiamento climatico: se le montagne cambiano, l’alpinismo non può che adeguarsi, eppure non è così immediato. E questo si collega con un altro caposaldo del dibattito odierno: l’overtourism. Provare al Gran Zebrù, o alle Tre Cime di Lavaredo, per credere. 

Una riflessione che sposta la sfida dall’ambito prettamente fisico a quello, a volte ben più difficile, culturale. La montagna di oggi ci chiama a una scelta etica: siamo pronti ad accettarla?