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Foto di STEPHANE ABANDO da PixabayIl 28 gennaio del 2022, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) nominava il 2026 come Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori, su proposta avanzata dalla Mongolia, con il sostegno di 60 Stati membri, rappresentativi di tutte le regioni del mondo.
Il 2026 è arrivato ed è il momento di dare il via a quella che l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) ha descritto nelle scorse settimane, in occasione del lancio dell’International Year of Rangelands and Pastoralists 2026 (IYRP 2026), come una “campagna globale volta a sensibilizzare e valorizzare il contributo fondamentale dei pascoli e dei pastori ai sistemi agroalimentari sostenibili, alla conservazione della biodiversità e alla resilienza climatica.”
L’invito lanciato dalla FAO è quello di un'azione collettiva. Come dichiarato dal Direttore Generale, QU Dongyu, "dobbiamo ascoltare e incoraggiare donne, giovani e organizzazioni pastorali a partecipare alle decisioni che plasmano le loro terre e i loro mezzi di sussistenza. Troppo spesso, le loro voci rimangono inascoltate o ignorate, e il loro contributo sottovalutato. Dobbiamo salvaguardare i pascoli attraverso una governance responsabile, il ripristino e gli investimenti, e sostenere le persone che li gestiscono".
Nel corso dell’anno, la FAO lavorerà a stretto contatto con i governi per perseguire un obiettivo, definito come raggiungimento dei “Quattro Migliori”: una produzione migliore, una nutrizione migliore, un ambiente migliore e una vita migliore, “senza lasciare nessuno indietro”.
Un legame ancestrale con la natura
La tradizione del pascolo rappresenta un filo invisibile che unisce i continenti e affonda le sue radici nel passato più remoto dell’umanità, presentandosi come uno dei pilastri fondamentali su cui è stata costruita la civiltà umana.
La pratica del pascolo si fa infatti risalire alla cosiddetta Rivoluzione Neolitica, ovvero il periodo di transizione tra l'epoca dei cacciatori-raccoglitori e quella degli agricoltori-allevatori. Le prime testimonianze archeologiche di animali al pascolo risalgono a circa 10.000 anni fa, nella Mezzaluna fertile. Un periodo in cui, secondo le ricostruzioni degli esperti, l’uomo gestiva un pascolo stanziale, utilizzando in particolare ovini. Circa 5.000 anni più tardi, prese l’avvio la pratica del nomadismo pastorale, di quella transumanza che l’ONU ha riconosciuto nel 2019 come "Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità”.
Nel corso dei millenni, la pastorizia è rimasta un punto di riferimento per l’economia di molti popoli. Una tradizione che si conserva, con impegno e fatica, e che si trova oggi a rispondere alle sfide della modernità.
Ma cosa è un pascolo? Come evidenziato dalla FAO, i pascoli sono paesaggi. Il plurale è d’obbligo, in quanto si tratta di ecosistemi complessi, variegati, che coprono circa la metà della superficie terrestre. Sono esempi di pascolo “le steppe dell'Asia centrale, la savana africana, le Alpi e i Pirenei in Europa, le Ande in Sud America e le Grandi Pianure degli Stati Uniti”. Un puzzle di ambienti che rappresentano scrigni di biodiversità vegetale e animale e sono inoltre in grado di fornire servizi essenziali, come la regolazione delle acque e lo stoccaggio del carbonio.
Custodi di questi paesaggi, sono i pastori che, complessivamente, gestiscono su scala mondiale circa 1 milione di animali, da capre e pecore ai cavalli, dalle mucche ai cammelli, dagli yak alle renne.
Nonostante la loro resilienza millenaria, i pascoli sono oggi in pericolo. Siccità, alluvioni, patologie del bestiame e pressioni antropiche stanno causando un impoverimento del settore pastorale. Come evidenziato dall’ONU, “l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e favorire l’importanza della salute dei pascoli e della pastorizia sostenibile, oltre ad accrescere la capacità produttiva e gli investimenti responsabili nel settore dell’allevamento di bestiame”.
Obiettivi che, per essere raggiunti, necessitano di azioni, quali “l’utilizzo delle pratiche territoriali sostenibili, il miglioramento e il ripristino degli ecosistemi e un accesso equo al mercato, alla salute e all’allevamento del bestiame.”
I pascoli in Italia, tra crisi climatica e nuovi progetti
Per comprendere le difficoltà che il mondo dei pastori si trova ad affrontare, nell’era moderna, non serve viaggiare lontano. Le prove della crisi del settore sono ben evidenti sulle montagne italiane. Il 2025 è stato un anno particolarmente duro per i pascoli, con un’estate caratterizzata da ondate di calore frequenti, fin dal suo avvio, che ha comportato difficoltà di gestione della stagione dell'alpeggio. La scarsità d'acqua e l'inaridimento dei prati hanno costretto molti allevatori a ritirarsi in anticipo dai pascoli in quota.
Ma la voglia di resistere non manca, come dimostrano iniziative volte a supportare la pastorizia nonostante le difficoltà imposte dal clima e dai cambiamenti in atto negli ambienti montani. Si dimostra inoltre crescente l’interesse delle nuove generazioni nei confronti del settore. Ne è testimonianza il progetto Pasturs, esempio di come l'innovazione possa incontrare la tradizione. Incentivando l'avvicinamento delle nuove generazioni attraverso il volontariato, il progetto aiuta a gestire il ritorno dei grandi predatori attraverso l'uso di strumenti tradizionali, come i cani da pastore, e a riscoprire il valore del lavoro nei pascoli.
L’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori sarà occasione per riflettere sull’importanza della pastorizia, su quanto questa tradizione, sviluppata dall’uomo in armonia con la natura, continui dopo millenni a portare giovamento, all’uno e all’altro.