Il declino della capra delle nevi nelle Montagne Rocciose: l'impatto combinato di uomo e clima

Ha un nome suggestivo e un aspetto maestoso, ma un monitoraggio decennale basato sulla citizen science rivela un crollo del 45% della popolazione all'interno del Glacier National Park

Per le specie adattate a vivere in alta quota, il cambiamento climatico rappresenta una potenziale trappola geografica. Uno degli effetti del surriscaldamento globale, già testimoniato da numerose specie animali e vegetali, è una migrazione verso latitudini o altitudini crescenti, alla ricerca di nuove condizioni ottimali per la sopravvivenza. La problematica fondamentale, che molte specie di alta montagna si trovano o si troveranno ad affrontare, è che la risalita a quote sempre maggiori ha, inevitabilmente, un limite

Tra gli animali che stanno migrando lungo i versanti montani, sul cui futuro si concentrano le preoccupazioni della scienza, vi è l'Oreamnos americanus, la capra delle nevi nativa del Nord America, il cui areale si estende dall'Alaska fino alle Montagne Rocciose degli Stati Uniti. Una specie facilmente riconoscibile per il suo candido mantello lanoso e le corna nere e affilate, che trova il suo habitat d'elezione tra pareti rocciose impervie, generalmente tra 1.500 metri e i 3.000 metri di quota. 

Un imponente studio, pubblicato recentemente sulla rivista Ecosphere e condotto nel Glacier National Park, lancia un grido d'allarme: tra il 2008 e il 2019, la popolazione nativa ha già subito un declino drastico del 45%. Un dato che supera la soglia del 30%, valore identificato dalla IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) come limite per il riconoscimento di una specie "vulnerabile".

 

Volontari al servizio della scienza

Il Glacier National Park, situato nel settore settentrionale delle Montagne Rocciose al confine tra Stati Uniti e Canada, presenta una morfologia alpina caratterizzata da aspre creste affilate, pareti verticali e depositi glaciali. È un mosaico di ambienti estremi che offre alle capre delle nevi le indispensabili “vie di fuga” dai predatori e rifugi termici, essenziali per la termoregolazione della specie durante i picchi di calore nella stagione estiva. 

Condurre un monitoraggio della Capra delle Nevi risulta essere pertanto estremamente complesso, soprattutto considerando il fatto che i voli, anche se per un importante fine scientifico, tendono a essere limitati per preservare la natura. In tal contesto, a fare la differenza è la Citizen Science

Il Parco statunitense ha avviato da oltre un decennio una serie di progetti, coordinati dal Crown of the Continent Research Learning Center, che vedono lavorare fianco a fianco scienziati e cittadini volontari. Le capre di montagna sono tra i protagonisti di queste iniziative. Il progetto a loro dedicato, avviato nel 2008, ha previsto la formazione di centinaia di volontari che hanno affiancato i biologi in 1.961 sondaggi presso 37 siti strategici nella stagione estiva.

L’ampia raccolta di dati ha permesso agli esperti di scoprire che, nell’arco di poco più di un decennio, tra 2008 e 2019, la popolazione si è ridotta di quasi il 50%. Nel dettaglio, per ciascun sito, il numero medio di esemplari per singolo sito di monitoraggio è sceso da circa 77 nel 2008 a 42 nel 2019.

Da tenere a mente è che la specie non è cacciabile. Quali sono dunque i fattori da chiamare in causa per spiegare una simile drastica diminuzione?

 

La complessa ricerca del colpevole

Le variabili in gioco risultano essere molteplici e lo studio si presenta come un primo passo lungo il difficile percorso di identificazione dei rapporti di causa e conseguenza. Per certo, la sopravvivenza della capra delle nevi appare indissolubilmente legata alla presenza di ghiacci e nevi perenni. La loro progressiva scomparsa priva gli animali dei rifugi necessari per abbassare la temperatura corporea durante le ondate di calore estive, innescando uno stress metabolico. 

Per sfuggire all'afa, le capre tendono a modificare il proprio comportamento, cercando riparo nelle aree boschive a quote inferiori. Una scelta che potrebbe rivelarsi svantaggiosa. I biologi del Parco hanno infatti rinvenuto diverse carcasse proprio nel fitto della foresta, dettaglio che induce a temere che questo tentativo di termoregolazione possa trasformarsi in una trappola. Cercando il fresco, le capre si spostano in zone dove risultano più vulnerabili ai predatori, come puma o orsi, rispetto alle zone rocciose apicali.

La crescita della popolazione appare inoltre influenzata da temperature e precipitazioni. Particolarmente critico è il periodo compreso tra metà maggio e metà giugno, una finestra temporale che coincide con la fase neonatale. La quantità di precipitazioni e l'andamento delle temperature delle prime settimane estive determinano infatti la qualità del foraggio disponibile, influenzando la capacità delle femmine di produrre latte e, di conseguenza, il tasso di sopravvivenza dei nuovi nati. 

Inoltre, anche il rigore degli inverni e la dinamica delle valanghe giocano un ruolo cruciale, sebbene ancora difficile da quantificare. Il riscaldamento globale sta infatti alterando la frequenza e la dinamica delle slavine, che rappresentano una delle principali cause di mortalità naturale per questa specie. Gli scenari climatici futuri, caratterizzati da una combinazione di ridotto innevamento e progressiva scomparsa di ghiacciai e nevi perenni, aumento delle temperature medie estive e dei periodi di siccità, e al contempo una variabilità estrema delle piogge primaverili, sollevano serie preoccupazioni per la specie.

A complicare il quadro interviene la biologia della capra delle nevi, caratterizzata da una "strategia di vita lenta" che prevede un'età riproduttiva avanzata e frequenti pause tra una gestazione e l'altra. Questa ridotta fecondità naturale rende la popolazione estremamente fragile e lenta nel recupero, pertanto poco resiliente in caso di annate climaticamente infelici. in cui il calo demografico risulti particolarmente intenso. 

Tra i fattori da attenzionare vi è anche l’aumento della pressione turistica nel parco - passato dai 2 milioni di visitatori annui del 2010 agli oltre 3 milioni del 2019 – che introduce ulteriori elementi di disturbo, riducendo ulteriormente le già limitate probabilità di successo riproduttivo in un ambiente in rapido mutamento.

La ricerca evidenzia che il declino della popolazione non risulta continuo nel tempo. In particolare, dopo una prima fase di calo demografico significativo, rilevato tra il 2008 e il 2015, il numero di esemplari sembra essersi stabilizzato su livelli bassi ma costanti. Un segnale positivo? La risposta degli esperti è: puntare sul principio di precauzione. 

“Sebbene i numeri sembrino essersi stabilizzati su livelli relativamente bassi – si legge nelle conclusioni dell’articolo - , potrebbe essere necessaria una maggiore attenzione verso questa popolazione vulnerabile — sia in termini di ricerca che di gestione — per garantirne la persistenza e rispettare la missione del National Park Service (NPS): preservare e proteggere queste risorse per il beneficio delle generazioni future.”