Gheza. Spedizione al G-IV. Foto Ettore Zorzini.jpg
Gheza. Al Cerro Torre durante la ripetizione della Via dei Ragni per il 50° anniversario. Foto Thomas März.jpg
Leo Gheza, Torri di Trango (Pakistan), campo base. Foto Ettore Zorzini.jpg
La copertina del libro.Il nome di Leonardo (Leo) Gheza si è fatto strada pian piano nell’alpinismo, senza clamori ma con molti onori. Per questo oggi si ritrova fra i 13 protagonisti del libro Le vie dei sogni. L’alpinismo italiano di oggi e di domani, a cura di Andrea Greci, con una prefazione di Erri De Luca (CAI Edizioni, pp. 176, 18 euro). A scalare ha iniziato tardi e in maniera un po’ fortuita: la rottura del legamento crociato del ginocchio gli ha impedito di proseguire col judo, buttandolo fra le braccia dell’arrampicata, scoperta intorno ai 18 anni. Per lui, camuno di Esine (dove è nato nel 1991), la Val Salarno e l’Adamello sono state le palestre che lo hanno introdotto al Monte Bianco e da lì al mondo. Grande appassionato di volo in parapendio, nel 2020 è entrato fra gli Accademici del CAI.
In volo sul mondo
A Gheza piace viaggiare e infatti il suo curriculum è lungo come una impegnativa via multipitch che parte dalle Alpi e arriva fino al Pakistan, agli Stati Uniti, al Nepal, alla Patagonia. Per questo le avventure che gli stanno più a cuore sono le spedizioni, che richiedono tempo e allenamento: come nel 2022, quando, dopo aver sfiorato la ripetizione di Eternal Flame sulla Torre di Trango, ha aperto Refrigerator Off-Width con Francesco Ratti e Alessandro Baù, all’Uli Biaho Spire (5620 m), da cui è sceso in parapendio. Da ricordare anche le nuove vie aperte in Nepal con François Cazzanelli (2021), e quella con Matteo Della Bordella in Patagonia sulla Parete Est dell’Aguja Mermoz (¿Qué mirás, bobo?, 2023), dopo aver ripetuto il Care Bear Traverse (Aguja Guillaumet, Mermoz e Fitz Roy), anche con Sean Villanueva. Sulle Alpi, hanno lasciato traccia il tentativo quasi riuscito del Trittico del Fréney che Casarotto aveva realizzato in solitaria nel 1982; e nel 2024 la ripetizione dell’Integrale di Peutérey in velocità e in giornata (15 ore), con discesa in parapendio.
Come arrampicate, la ripetizione con Bernardo Rivadossi del Trittico del Tarci (Tarcisio Fazzini) in Val Masino, ovvero la concatenazione di Elettroshock sul Picco Luigi Amedeo, La spada nella roccia sul Qualido e Delta Minox sulla Cima Scingino, posti non proprio vicini fra loro, in 23 ore (2019). E nell’ottobre 2023 Estate indiana ancora con Cazzanelli, per la Nord del Breithorn Centrale: aperta in giornata con una mezza corda su una parete di M8 di roccia un po’ marcia, ma un bel ricordo per lo speciale rapporto che si è creato in cordata, quando ci si capisce senza parole, suggellato da uno speciale tramonto andato in scena proprio all’arrivo in cima.
La via dei sogni
“Il Pilone Centrale del Frêney, sul Monte Bianco”. Secco e immediato, Gheza: una via storica, quella della famosa tragedia che vide Bonatti fra i pochi sopravvissuti con Mazeaud e Gallieni nel 1961 (a fine anno potremo gustarla al cinema nel film Bianco, in preparazione con la regia di Daniele Vicari), che gli stava a cuore da tempo. “È stato un punto chiave nell’alpinismo e per me era un sogno nel cassetto fin da quando ho iniziato. Per mettermi alla prova ci ero andato con due amici, ripetendola dalla Cresta dell’Innominata. Era stata un’impresa lunga e complicata anche per le condizioni del ghiacciaio, ma per me era stato un traguardo”. Così, dopo tre anni “Ci sono tornato da solo, in giornata, dal fondovalle. Ero partito con l’idea di fare un bivacco, portandomi dietro fornello e sacco a pelo, quindi lo zaino era pesante. Ma visto che all’attacco della parete, a 4500 metri, dove partono le difficoltà, ci ero arrivato alle 11 del mattino, beh… mi conosco, è bello guardarsi in giro, ma mi sarei annoiato e allora sono partito subito. Sono uscito in giornata, in 23 ore dalla Val Veny. Non avevo l’obiettivo di ripetere la via in velocità, solo di capire se potevo farla da solo. Ho raddoppiato il sogno, è stato ancora più bello”. Era il 2020. A quel punto il Pilone Centrale del Frêney è diventato un punto di svolta anche dell’alpinismo di Leo Gheza: “Ho iniziato ad alzare l’asticella, prendendo coscienza dei miei limiti ma anche delle mie capacità, e mi sono un po’ sbloccato”.
Nel futuro c’è un altro sogno e anche quello evoca la storia dell’alpinismo, visto che è ambientato sul G-IV, un quasi Ottomila difficilissimo da qualunque parete lo sali, dove già la scorsa estate ha tentato una salita per la Cresta Nord-Est con Gabriele Carrara e Federico Secchi. Non dalla ardita via per cui lo salirono per primi Carlo Mauri e Walter Bonatti nel 1958: “Sogno una via nuova sul Gasherbrum IV per combinare la nuova direzione dell’alpinismo moderno, cioè aprire roba tecnica difficile in quota. Portare il grado tecnico raggiunto sulle Alpi nelle grandi pareti himalayane, sopra i 7mila metri. Se è un sogno te lo devi anche sudare”.
La storia da un lato e la sfida personale dall’altro: il doppio sogno di Leo Gheza li incarna entrambi perfettamente.
Alpinismo è… scuola di vita
Viaggiare, disconnettersi, volare. Nel capitolo de Le vie dei sogni in cui si racconta ad Andrea Greci, Leo Gheza rivela che il suo alpinismo è molto più di una sfida verticale, è una “scuola di essenzialità”, proprio come la preparazione di uno zaino per una grande parete è metafora della vita stessa: un esercizio per liberarsi dalle sovrastrutture e riscoprire ciò che conta davvero.
Gheza, formatore del CAI Eagle Team, non si limita a scalare: il suo è un alpinismo di ricerca, che insegue concatenamenti inediti e unisce la passione per la roccia al brivido del volo in parapendio. Ma brivido non deve fare rima con effimero: da lì il monito contro l’alpinismo del “tutto e subito”, e l’invito a riscoprire il valore della fatica per poter vivere ancora avventure autentiche, insieme al rispetto per la storia. Emerge anche un tema su cui forse non ci si interroga a sufficienza: la saturazione delle vie sulle pareti più battute. Spunti di riflessione per un alpinismo del domani.