Rifugio Viel del Pan. Foto Filippo Del Vecchio
Rifugio Castiglioni. Foto Filippo Del Vecchio
Rifugio Massimo Rinaldi, interni. Foto Filippo Del Vecchio
Rifugio Castiglioni alla Marmolada, di sera. Foto Filippo Del VecchioÈ quel momento in cui la fatica si allenta, quando appena oltre l’ultima curva del sentiero compaiono le finestrelle colorate di una struttura in quota: rosse e bianche, blu e bianche, come piccole luci di speranza che illuminano il buio dello sforzo. Si sente il vociare provenire dall’interno, si percepisce il profumo di piatti semplici, e in quel respiro che finalmente si distende prende forma una sensazione unica, quella di una conquista silenziosa, di una meta raggiunta senza clamore ma con profonda soddisfazione. È in quell’istante che il rifugio rivela il suo significato più autentico.
C’è chi sale cercando calore, riparo, un letto dopo ore di cammino. Altri cercano solo un punto d’appoggio da cui ripartire subito, o il giorno seguente, verso una nuova avventura. Per alcuni rappresenta la meta, il traguardo di una giornata faticosa; per altri è una pausa necessaria prima dell’arrivo finale. Molti lo raggiungono per scaldarsi con una tazza di tè fumante, ritrovare energie davanti a una fetta di torta o rinfrescarsi con una bevanda fresca, mentre fuori il tempo scorre e la montagna continua il suo corso.
Ma il rifugio è molto più di tutto ciò.
È sosta e ripartenza, protezione e incontro, punto fermo in un ambiente che non concede distrazioni né errori. Piccolo o grande che sia, rappresenta un baluardo di sicurezza, una presenza umana stabile in quota capace di offrire accoglienza e sostegno in un territorio severo, affascinante e imprevedibile.
Da sempre costituisce un riferimento essenziale per chi frequenta l’ambiente montano. Non è soltanto una costruzione, ma uno spazio che custodisce storie intrecciate, imprese, fallimenti e successi. Qui la montagna non viene solo attraversata, ma vissuta, raccontata e compresa.
Fin dalle origini dell’alpinismo e dell’escursionismo, rifugi e bivacchi hanno accompagnato il cammino di donne e uomini. Nati spesso per necessità, come ricoveri essenziali per pastori, soldati e primi alpinisti, si sono trasformati nel tempo in luoghi di accoglienza, condivisione e incontro, fondamentali per la sicurezza e la conoscenza del territorio. Ancora oggi, nonostante l’evoluzione delle attrezzature e dei mezzi, restano punti fermi per chi sale in quota come molti casi sono in cui i rifugi sono diventati anche luoghi di studio e ricerca che ospitano stazioni meteorologiche, monitoraggi ambientali e progetti scientifici, contribuendo alla comprensione dei cambiamenti dell’ecosistema montano.
La sosta in rifugio
La sosta in montagna non è mai tempo perso. Al contrario, è parte integrante dell’esperienza.
Fermarsi significa concedersi il tempo di ascoltare, osservare e riflettere. È il luogo dove ci si può perdere nei propri pensieri, nelle fotografie appese alle pareti, seguendo con lo sguardo le cime oltre una finestra, ma anche ritrovarsi nel dialogo con gli altri. Attorno a un tavolo si condividono racconti, itinerari, consigli ed esperienze di vita; oppure ci si dedica a piccoli piaceri semplici, come godersi l’alba ed il tramonto, leggere un libro, giocare a carte o muoversi nella luce fioca di una frontale. In questi momenti si crea una dimensione sospesa e protetta, unica, dove il tempo rallenta e ogni gesto acquista valore, diventando ricordo una volta tornati a valle.
Tra queste mura si incontrano persone diverse per età, provenienza ed esperienza, accomunate dalla stessa fatica e dallo stesso rispetto e amore per la montagna. Camerate spartane, tavoli comuni e spazi condivisi favoriscono una dimensione collettiva che oggi, forse, si è in parte persa e che lì è possibile trovare e riscoprire. Per una notte diventa casa, luogo di dialogo tra chi la montagna la vive ogni giorno e chi la scopre passo dopo passo.
Un tempo era anche presidio territoriale, sentinella silenziosa a difesa di confini e vallate, in un’epoca in cui le montagne dividevano e lo “straniero” era visto come una minaccia. Oggi questo ruolo si è trasformato profondamente: è diventato punto di unione, crocevia di culture, lingue e storie differenti. Qui lo straniero non indebolisce, ma arricchisce, rafforzando il valore di una montagna che unisce, che non è più confine ma ponte.
Il bivacco
Accanto a queste strutture c’è anche il bivacco, che rappresenta l’essenza più pura e minimale del concetto di riparo in alta quota. Semplice, spesso isolato, pensato per offrire protezione in caso di emergenza o per una sosta breve: un involucro di lamiera, una stufa a legna, letti a castello e una scopa per tenere pulito per chi verrà dopo. Gestito su turni da chi ama la montagna e la vuole custodire per permettere a chi arriverà dopo di godere di quelle stesse emozioni e sensazioni. Eppure, anche nella sua essenzialità, conserva intatto il valore simbolico dell’accoglienza, della salvezza, del ponte.
Il rifugista
Questi luoghi, insieme a chi li abita, sono simboli del restare e del resistere. Immobili eppure vivi, inseriti in un paesaggio che cambia al mutare del vento, della neve e delle stagioni, affrontano tempeste, freddo e silenzio, offredno un porto sicuro a chi arriva stanco, curioso, solo o in compagnia. In quelle mura il tempo sembra sospeso: luci che si accendono al calar della sera e ombre che raccontano storie condivise.
Sono il punto d’incontro tra fatica e conforto, tra solitudine e comunità. Il rifugista ne è il cuore pulsante; una presenza discreta ma fondamentale, custode e testimone accompagnato talvolta dal suo cane: non chiedono chi sei né da dove vieni, ti vedono arrivare e ti dicono che qui c’è posto anche per te. Insieme incarnano la capacità di proteggere e accogliere, trasformando un ambiente ostile in luogo di speranza e bellezza. Ogni passo verso quella porta, ogni finestra illuminata tra le rocce, racconta la storia di chi resiste e di chi continua a camminare, ricordandoci che la montagna non è solo una meta, ma un’esperienza da vivere, condividere e custodire.
Guardando al futuro, queste strutture saranno chiamate a svolgere un ruolo sempre più importante. Oltre a essere punti di appoggio e sicurezza, potranno diventare veri centri di educazione alla montagna, luoghi dove conoscere il territorio e le prsone che ne fanno parte, comprenderne la fragilità e sviluppare una maggiore consapevolezza ambientale.
La montagna non è qualcosa da conquistare, ma un ambiente da conoscere e rispettare. In questo senso, rifugi e bivacchi, rifugisti e gli escursionisti stessi, rappresentano strumenti fondamentali per promuovere una frequentazione attenta e responsabile, in linea con i valori storici del Club Alpino Italiano.
Piccolo o grande che sia, il rifugio resta un riferimento imprescindibile della montagna. Ponte tra passato, presente e futuro, continua a essere una presenza umana in quota, esempio di dedizione alla montagna e di una cultura fondata su valori che sembrano spingersi sempre più in alto: semplicità, responsabilità, rispetto, accoglienza e condivisione.