Il rifugio Roda de Vael, situato a 2283m sulla Sella del Ciampaz nel gruppo del Catinaccio © rifugio_rodadivael, IG
Il rifugio Silvio Agostini, situato a 2410m in Val D’ Ambiez sulle Dolomiti di Brenta © rifugio_agostini, IG
Alba dal Rifugio Torino, situato a 3375m sul Monte Bianco © Armando Chanoine
Il rifugio Roda de Vael, situato a 2283m sulla Sella del Ciampaz nel gruppo del Catinaccio © Obisnow, wikicommons
Il rifugio Silvio Agostini, situato a 2410m in Val D’ Ambiez sulle Dolomiti di Brenta, all'alba
Armando Chanoine, gestore del Rifugio Torino a 3375m sul Monte Bianco, Maestro di sci e Guida Alpina © Armando Chanoine
C’è un rifugio, in Val di Fassa, dove a metà ottobre si riesce ancora ad aprire quasi ogni anno. Ce n’è un altro, sul Monte Bianco, che lavorerebbe volentieri già da metà mese, se solo l’impianto che lo collega a valle aprisse prima. E ce n’è un terzo, sul Brenta, che prova ancora a seguire il calendario classico delle aperture, ma che vede ottobre come un mese buono per le escursioni e rimanda spesso la chiusura. Ciò che li accomuna è che la stagione classica dei rifugi, dal 20 giugno al 20 settembre, somiglia sempre più a un vecchio ricordo.
Anche questa è una delle conseguenze del clima che cambia, e per capire l’impatto che ha sulla stagionalità dei rifugi abbiamo ascoltato le opinioni di Roberto Cornella, gestore del Rifugio Silvio Agostini sul Brenta a quota 2410 metri, Armando Chanoine, gestore del Rifugio Torino ai piedi del Monte Bianco a quota 3375 metri, e Roberta Silva, gestrice del Rifugio Roda de Vael sulla Sella del Ciampaz a quota 2283 metri. Rifugi differenti per quota, esposizione e tipo di attività, che oggi si trovano a fare i conti con lo stesso scenario: la montagna che sta cambiando.
Attività diverse per aperture diverse
Ad oltre 2000 metri di quota, infatti, le conseguenze dell’innalzamento delle temperature sono molto diverse da luogo a luogo, spesso opposte. E, per affrontarle, non esiste una sola ricetta: “La stagione adesso è molto più lunga – afferma Roberta Silva del Roda de Vael –, mancano grosse nevicate in inverno mentre e a ottobre il tempo è ancora molto bello. In quindici anni, a causa della neve, ho ritardato l’apertura ai primi di giugno o anticipato la chiusura a inizio ottobre solo una volta”.
“La stagione adesso è molto più lunga". Roberta Silva, rifugio Roda de Vael
Anche per Roberto Cornella, del Rifugio Agostini, “la stagione è cambiata. Noi continuiamo a programmare le aperture secondo il calendario classico, dal 20 giugno al 20 settembre, ma negli ultimi anni abbiamo iniziato ad aprire a fine maggio appena va via la neve dai sentieri in alta quota, e spesso chiudiamo a ottobre”. Per Armando Chanoine del Rifugio Torino, invece, le limitazioni non sono solo naturali: “Se la Skyway aprisse prima del 23 maggio sono sicuro che lavorerei già a pieno ritmo, perché gli alpinisti anticipano sempre di più la stagione e tendono, invece, a non considerare più agosto un mese buono per certe vie di ghiaccio o di misto, perché il ghiaccio diventa troppo secco. Poi, tengo comunque aperto fino a novembre per un altro tipo di persone”.
La complessa ricerca della flessibilità
Più che stabilire un nuovo calendario di aperture fisse modificando lo storico 20 giugno - 20 settembre, una possibile soluzione potrebbe essere quella di aprire in modo flessibile per “inseguire” il meteo. Ma, per alcuni rifugisti, anche questa soluzione è quasi un tabù: “Una volta stabilite apertura e chiusura è quasi impossibile cambiarle, anche perché la flessibilità dipende soprattutto dai dipendenti. In un rifugio come il mio, dove lavoriamo in più di dieci, se ho detto ai miei collaboratori che iniziamo il 20 maggio non li posso chiamare per chiedere loro di venire una settimana prima. Anche se mi assumo il rischio di aprire prima e poi c’è ancora neve e teniamo chiuso, devo comunque pagarli”, afferma Roberta Silva.
Anche per Roberto Cornella del Rifugio Agostini, tappa di molti escursionisti che affrontano la traversata del Brenta, i problemi sono principalmente logistici e di coordinamento con le altre strutture: “I margini per modificare stabilmente le date ci sarebbero, soprattutto in autunno, che oggi è più stabile rispetto al passato. Però, sul Brenta, dovrebbe essere un progetto condiviso. Per fare il giro alto servono almeno metà dei rifugi aperti, per garantire tappe a 5 o 6 ore di cammino. Ma, da noi, l’abitudine di chiudere il 20 settembre è ancora molto diffusa. Tenere aperto più a lungo da soli è rischioso, perché se il maltempo rovina il fine settimana si fatica a rientrare delle spese. Se restassero aperti anche altri rifugi oltre quella data, potrebbe diventare possibile”.
“Sul Brenta servirebbe un progetto condiviso. Per fare il giro alto servono almeno metà dei rifugi aperti”. Roberto Cornella, rifugio Agostini
Invece, “nel mio caso, il calendario dipende dall’apertura della Skyway del Monte Bianco”, afferma Armando Chanoine, offrendo un ulteriore punto di vista sulle particolarità dell’alta montagna: “Se l’impianto aprisse prima, potrei lavorare già da metà maggio con gli alpinisti. Più avanti, da fine agosto in poi, il ghiacciaio torna a sistemarsi con le prime nevicate ma non c’è più il flusso di inizio stagione, e i turisti sostituiscono gli alpinisti”.
Dal nodo dell’apertura a quello della chiusura
Anche tenere aperto un rifugio in quota dopo le difficoltà di inizio stagione, però, non è così semplice. Dopo aver fatto arrivare le provviste, che sia tramite impianto, teleferica, elicottero o strada bianca, la possibilità per questi presidi di rimanere aperti al servizio di escursionisti e alpinisti dipende soprattutto da un ulteriore elemento: l’acqua. Nella maggior parte dei casi, infatti, i rifugi non sono connessi agli acquedotti, e un qualcosa di apparentemente banale si rivela un vero e proprio punto di svolta.
Ma anche sull’acqua, proprio come sulle aperture, non esiste una sola formula che valga per tutti: “Senza acqua un rifugio non sta aperto”, afferma Roberta Silva, che oltre ad essere rifugista è presidente dell’Associazione Rifugi del Trentino. “Ci sono meno nevicate, e i nevai dai quali i rifugi prendono l’acqua si riducono di anno in anno. Magari, se la stagione estiva è piovosa, ti salvi con le cisterne. Il Tosa Pedrotti, sul Brenta, ha dovuto allungare le tubazioni di due chilometri per trovare acqua, il Mulaz alle Pale di San Martino si è fatto portare delle riserve idriche con l’elicottero due anni fa. Non è possibile sapere se l’estate sarà carente di acqua o meno, e questo si riflette poi sulle chiusure. E, a volte, in un periodo di carenza arriva una bomba d’acqua che danneggia gravemente i sentieri”, prosegue.
Per Roberto Cornella, allo stesso modo, il nodo dell’approvvigionamento idrico è cruciale, specialmente in un terreno complesso come il Brenta: “Al rifugio Agostini abbiamo una piccola sorgente che fino ad oggi non ci ha mai lasciati sprovvisti, ma sul Brenta l’acqua è un gran problema perché scorre tra i ghiaioni, essendo terreno carsico, ed è difficile da raccogliere. Le vedrette dalle quali ci riforniamo arretrano sempre di più, ma con la SAT stiamo migliorando i depositi per immagazzinare sia quella piovana sia quella di fusione. A volte abbiamo avuto il problema opposto sul finire di stagione, con i depositi che gelavano di notte”.
"Sicuramente il ghiacciaio sta cambiando. È un mutamento che va compreso con consapevolezza”. Armando Chiaionie, rifugio Torino
Come racconta Armando Chanoine, invece, a 3500 metri di quota la situazione è ben diversa e l’aumento delle temperature sta generando addirittura effetti opposti sulla gestione del rifugio Torino: “Negli ultimi anni, è proprio con la fusione del ghiacciaio che riesco ad allungare la stagione. Di solito, più vai in quota e meno acqua hai, ma con le stagioni che si allungano e la temperatura che sale il problema si è ridotto. Qualche estate fa avevo problemi ad avere l’acqua al mattino già a fine agosto a causa del ghiaccio, mentre negli ultimi tre o quattro anni riesco ad avere acqua fino a metà ottobre. Sicuramente il ghiacciaio sta cambiando, anche se negli ultimi anni è sempre rimasto in buone condizioni per l’alpinismo. È un cambiamento che va compreso con consapevolezza”.