Orso polare - Foto di Margo Tanenbaum da Pixabay
Foca barbata - Foto Rob Oo from NL - Wikimedia Commons, CC BY 2.0
Foto di Q5 da Pixabay
Volpe artica - Foto Jonathen Pie - Wikimedia Commons, CC0
Foto di Bernhard Jaeck da Pixabay
Foca barbata - Foto Jerzy Strzelecki - Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
Foto di Monica Max West da PixabayIl 27 febbraio il mondo celebra la Giornata Mondiale dell’Orso Polare, predatore iconico dell’Artico, la regione che sta manifestando in maniera più rapida e intensa rispetto al resto del Pianeta gli effetti del cambiamento climatico. Con un riscaldamento locale che procede a una velocità almeno quattro volte superiore alla media globale, crescono le preoccupazioni per le sorti dell'Ursus maritimus, la cui eventuale estinzione, come chiarito di recente da uno studio americano pubblicato sulla rivista Oikos, rappresenterebbe molto più della perdita di una singola specie.
L'orso polare è infatti il principale fornitore di energia per una vasta rete di organismi necrofagi, numerose specie “spazzine” i cui equilibri inevitabilmente verrebbero alterati dalla perdita dell'animale posto al vertice della catena trofica.
Sette milioni di chilogrammi di scarti preziosi
L’orso polare è comunemente descritto come un cacciatore implacabile. E in effetti lo è. Ogni esemplare uccide in media una foca ogni tre o cinque giorni. Tuttavia, quello che la scienza ha faticato a quantificare fino ad oggi è ciò che l'orso “non mangia”.
"È una quantità sbalorditiva", spiega Andrew Derocher, esperto di orsi polari dell’Università di Alberta, tra gli autori dell’articolo.
Secondo i calcoli del team di ricerca, ogni orso polare abbandona circa 300 chilogrammi di biomassa ogni anno. Moltiplicando questo dato per i circa 26.000 esemplari stimati globalmente, si arriva a una cifra monumentale: oltre 7 milioni di chilogrammi di carcasse messi a disposizione dell’ecosistema ogni 12 mesi.
Un banchetto pronto all’uso per una vasta gamma di specie, che equivale a energia pura: circa 39 milioni di megajoule. Energia, conservata all'interno della carne, che invece di affondare negli abissi rimane sulla superficie del ghiaccio marino, accessibile a chiunque sappia approfittarne.
Il servizio posto in essere dall’orso non è naturalmente da leggersi in chiave altruistica. Il regalo lasciato tra i ghiacci per altri commensali è semplicemente frutto di scarti. In media, per ogni pasto di un orso, almeno un terzo di ogni carcassa di foca (principalmente foche dagli anelli, ma anche foche barbate e beluga) viene abbandonato. Poiché gli orsi polari si nutrono preferenzialmente del grasso, estremamente calorico, lasciano muscoli e organi interni a disposizione di una fitta rete di spazzini.
Sono almeno 19 le specie di vertebrati che giovano degli scarti del grande predatore. Le volpi artiche sono le frequentatrici più assidue dei siti di banchetto. Spesso non vi capitano per caso ma seguendo gli orsi per distanze enormi e attendendo pazientemente il loro turno.
Oltre alle volpi, compaiono nella lista di commensali diverse specie di mammiferi e volatili, quali gabbiani, corvi, civette delle nevi, lupi e persino i grizzly che si spingono a nord. Ovviamente anche gli orsi polari stessi sentono il richiamo delle carcasse abbandonate dai conspecifici.
"Quando siamo vicino a una preda uccisa sul ghiaccio, restiamo in massima allerta - racconta Derocher - . È come se suonasse la campanella della cena: tutti nella zona arrivano per un pasto gratuito".
L'orso polare, un ponte tra mare e terra
Il ruolo dell'orso è unico perché funge da ponte tra il mare e la terra. Estraendo le foche dall'acqua e portandole sulla banchisa, rende disponibile una risorsa marina a specie terrestri, che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di accedervi. E tali carcasse agiscono come un "cuscinetto" vitale durante i periodi di scarsità alimentare o nelle stagioni più rigide.
Senza l’orso, questo trasferimento di nutrienti si interromperebbe. Si potrebbe pensare che, in compenso, aumenterebbe il numero di foche in mare, ma questo elemento non garantirebbe di salvare la catena trofica “gestita” dall’orso. La sua estinzione avrebbe ripercussioni sul benessere degli spazzini facoltativi che, privati delle “facili” risorse messe a disposizione dal predatore, potrebbero andare incontro a serie difficoltà di sopravvivenza invernale.
L’allarme lanciato dai ricercatori è quello di un “degrado trofico”. Nelle regioni dove le popolazioni di orsi sono già in declino, come la Baia di Hudson occidentale o il Mare di Beaufort meridionale, la perdita di biomassa è già una realtà: si stima una diminuzione di 323.000 kg di carcasse l'anno da queste zone, a causa della diminuzione dei predatori.
Il problema non è solo numerico, ma anche logistico. Il riscaldamento globale sta frammentando la banchisa. Immaginiamo di osservare un orso predare una foca in un punto della banchisa. Qualora tale punto andasse incontro a rottura, per una volpe o altro spazzino potrebbe risultare difficile se non impossibile raggiungere i preziosi scarti del pasto.
Un altro tema da approfondire, attualmente inesplorato, è che le carcasse abbandonate possano non rappresentare esclusivamente un vantaggio. Non è infatti da escludere che queste agiscano da vettore per la trasmissione di malattie e parassiti.
È chiaro, come evidenziato dal team di ricerca, che “il declino delle popolazioni di orsi polari avrà conseguenze funzionali per questi ecosistemi”. Si rendono pertanto necessarie ulteriori e approfondite ricerche, per meglio comprendere come potrebbe evolvere l’attuale equilibrio delle catene trofiche dell’Artico, in assenza del grande predatore.