La crisi dello sci non si ferma: in Italia 273 impianti fermi

Rispetto al 2025, sono 8 in più le strutture dismesse o non operative. Il cambiamento climatico mostra la direzione da prendere. Mario Vaccarella: "Il CAI propone delle alternative"
© Report Nevediversa

 

8 impianti o strutture dismesse in più rispetto a solo un anno fa: il report Nevediversa di Legambiente fotografa una nemmeno troppo lenta riduzione delle aree sciabili e delle attività a esse collegate. La Lombardia è ampiamente in testa alla classifica delle strutture che hanno chiuso i battenti nell'ultimo anno o che hanno dovuto ridurre la propria offerta, con ben 18 casi, seguita dall'Emilia-Romagna con 4 segnalazioni. Il problema - purtroppo inevitabile- si manifesta sull'intero territorio nazionale, anche se ci sono aree del centro Italia, come l'Abruzzo, che sembrano addirittura in controtendenza, almeno nei numeri. La situazione richiede interventi ma offre anche prospettive, come abbiamo già riportato in un suggerimento di qualche giorno qua su queste pagine.

 


“Con l'acqua dei bacini di innevamento aritificiale utilizzata ogni anno si potrebbero riempire 35 grattacieli di 300 metri l'uno” Report Nevediversa

Un costo sociale enorme

Il quadro nazionale è impietoso anche allargando lo sguardo appena più in là rispetto alla strettissima attualità. La montagna italiana dello sci organizzato si presenta artificialmente tenuta in vita con grande difficoltà: 273 impianti sono già dismessi, 106 chiusi temporaneamente, 98 operano in una condizione mista di apertura e chiusura, mentre 231 sopravvivono in un vero e proprio “accanimento terapeutico”, per usare le parole del report dell'associazione ambientalista.

Per tutti quelli che riescono a operare, l’attività prosegue in gran parte grazie a bacini artificiali e cannoni, veri pozzi di acqua ed energia. Nei dati riportati, i 169 bacini per l’innevamento artificiale censiti equivalgono a milioni di metri cubi d’acqua: un volume che, ogni anno, basterebbe per impilare circa 35 grattacieli di 300 metri di altezza l’uno sopra l’altro. Purtroppo, a fronte di questa spesa ambientale ed economica enorme, gli smantellamenti e le riconversioni ad altro uso restano una pratica marginale: sono solo 37 quelli finora conteggiati.


 

Smantellamenti e riutilizzo

La cifra è in sensibile aumento, con 6 nuovi casi di demolizione o riconversione. Legambiente identifica alcune situazioni che vengono reputate particolarmente significative.

Tra le tante, in Valle d'Aosta, nell'impianto Orsia-Bedemie, la seggiovia è stata completamente smantellata asportando le parti elettromeccaniche di linea e di stazione. Il consiglio comunale di Valsavarenche ha approvato a marzo 2020 la dismissione della seggiovia Tihe-Payel. Rinnovata nel 2008, serviva tre piste azzurre per la discesa. All’origine della decisione vi sono stati costi di gestione elevati, scarsi ricavi e la mancanza di neve naturale). Così, a novembre 2021, il comune di Valsavarenche ha deciso di mettere in vendita l’impianto di risalita, comprese tutte le componenti elettromagnetiche. Nel 2023 l’impianto è stato acquistato dal consorzio Monte Rosa Ski e quindi smantellato. Ne è seguita una buona bonifica dell’area, tanto più importante, trattandosi di un territorio all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

In Lombardia, il comune di Oltre il Colle è promotore di un progetto che si svilupperà con interventi di ristrutturazione, demolizione e ricostruzione. Il progetto definitivo esecutivo è stato validato da Regione Lombardia nel 2023 e finanziato per oltre mezzo milione di euro. I lavori sono iniziati con la ristrutturazione della stazione sciistica come museo, nonché la demolizione di tutte le altre strutture preesistenti. In seguito si prevede una nuova struttura polivalente, ma anche ricettiva e di ristorazione.

 

© Report Nevediversa

 

Smantellare per ricostruire?

Non sempre però gli smantellamenti significano ritorno integrale a un ambiente naturale. Il repport evidenzia come a Sella Nevea, in Friuli-Venezia-Giulia, l’impianto Stadio dello Slalom è stato smantellato, la pista è in fase di colonizzazione da parte di abete rosso e di salici. La neve su quel versante non resiste a lungo nonostante ci fosse anche un impianto d’innevamento artificiale mai usato. È tuttavia in corso il recupero parziale della pista nella parte inferiore e la costruzione di una seggiovia con stazione di valle nello stesso punto dell’impianto dismesso e smantellato ma con arrivo a monte più alto e spostato più a est rispetto al precedente. Attualmente la fase costruttiva è al punto di variante al piano urbanistico comunale.


 

Il CAI per un futuro diverso

Resta quindi di estrema attualità il tema di come riconvertire le zone in cui le ferite ambientali sono marcate ed evidenti: allo stato attuale non sembra che l'introduzione di sport e attività alternative come scialpinismo e trekking su scala nazionale siano stati scelti nei territori dove operano i diversi comprensori alla stregua di un modello davvero alternativo. Il  componente aggiunto del comitato direttivo centrale del CAI con delega all'ambiente Mario Vaccarella si lega alle vicende a lui geograficamente più vicine per tratteggiare la posizione del sodalizio. “Da noi, in Sicilia, sulle Madonie, abbiamo una stazioncina del 1960 e conviviamo con questo grossissimo problema della mancanza di neve. Impianti come quello di Piano Battaglia possono rimanere aperti solo grazie all'intervento pubblico, gravando sulla comunità. Se la gestione fosse privata non sappiamo quanto potrebbe andare lontano. È giusto caricare su tutti questo costo? Il ragionamento si può estendere all'intera penisola. Noi non ci schieriamo contro lo sci alpino, ma come CAI proponiamo alternative come lo scialpinismo, le passeggiate dolci e via dicendo. Nel documento proposto per la Tutela Ambiente Montano che analizza i cambiamenti climatici e l'industria dello sci, abbiamo una strutturata serie di proposte in merito”.