La rivoluzione bianca: quando la città salì in montagna

Dalla nascita di Sestriere e Cervinia negli anni Trenta al boom edilizio del dopoguerra, le Alpi diventano il laboratorio della modernità turistica. Lo sci apre la strada alla montagna di massa, trasformando un mondo di prudenza e fatica in un paesaggio di lussi, cemento e nuovi immaginari.
Wikimedia Commons

Per molto tempo si è discusso se la montagna dovesse restare montagna oppure importare i valori e i comfort della città. La discussione finì di fatto negli anni Trenta del Novecento, novant’anni fa, quando nacquero Sestriere e Cervinia, le prime città della neve. Tutto è cominciato lì, quando si scelse di portare la città in quota senza più mascherarla dietro l’alibi di un rustico e romantico passato. Era città e basta. I primi ospiti di Cervinia furono i gruppi sportivi delle università di Oxford e Cambridge, nel 1936. Sono passati novant’anni. I rampolli inglesi imparano a sciare sotto gli occhi del maestro Zeno Colò, poi tornano a casa e dissero: “Meglio di Zermatt, c’è più sole e si mangia italiano”. L’inverno successivo arrivano altri inglesi e gli americani. Una calamita. Il boom. Presto, passeggiando per le vie del paese-città, ci si poté imbattere in Herbert von Karajan, Enrico Fermi e Albert Einstein. E poi attori, attrici, registi, il mondo dello spettacolo e, dietro lo specchio, il pubblico che gettava l’occhio, desiderava i nuovi lussi e si identificava. Così è nata la montagna delle masse, e prima dell’occupazione geografica c’è stato il rovesciamento culturale. Il cavallo di troia dell’espugnazione è stato lo sci, mezzo popolare e futuristico, l’attrezzo che ha rovesciato il punto di vista sul pendio e trasformato la fatica in ebbrezza.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento le Alpi diventano un cantiere a cielo aperto: ruggiscono i camion e gli escavatori, nascono parcheggi, condomini e alberghi dappertutto, si disegnano nastri d’asfalto. Non sventolano più le bandiere ma cantano le betoniere. Il cemento e l’asfalto sono i materiali della “valorizzazione”: si bitumano le conche, si asfaltano i pascoli e si imbrigliano i torrenti. L’imperativo consumista del tutto e subito fa breccia nella millenaria prudenza dei montanari, nella loro diffidenza, nella religione austera del risparmio. Si propaga una cultura smaniosa, imprevidente e inadatta al fragile ambiente montano, in grado di erodere in un cambio di generazione il tessuto secolare della vecchia civiltà alpina. 

Eppure i valligiani degli anni Sessanta sognano i condomini. Li vogliono, li pretendono, perché sono la risposta allo spopolamento della montagna, una specie di risarcimento tardivo per la fatica del resistere e restare, la garanzia che qualcuno almeno rimarrà ad abitare il paese e qualche giovane metterà su famiglia, nasceranno dei bambini e forse si ripartirà. Il fatto che i condomini replichino le architetture urbane è una garanzia, visto che in città hanno tutto e in montagna c’è così poco che la gente è costretta a scendere in pianura. Questa considerazione è fondamentale per confrontare le speculazioni del Novecento con quelle di oggi, che invece non hanno più lo scopo di trattenere le persone in montagna, ma solo di ampliare a dismisura l’offerta turistica puntando sulla clientela ricca e ricchissima, dal Giappone agli Emirati Arabi, con scarse o nulle ricadute economiche sul territorio. Sono sempre cavi e cemento, ma è tutta un’altra cosa.