La seconda alba: una storia di alpinismo e rinascita

Andrea Gremes ci propone il racconto dell'apertura di una nuova via sulla parete nord del Pizzo Coda di volpe, in Sicilia. Con lui Andreozzi e Viola per una avventura dai risvolti emotivi importanti

 

Qualche mese fa abbiamo dato notizia dell'apertura di Respect the nature, una nuova via tracciata da Emanuele Andreozzi, Massimo Faletti e Andrea Gremes sulla parete nord/ovest del Pizzo della Sella, nel massiccio del Monte Gallo, a Palermo. 

Come spesso accade, gli alpinisti hanno gli occhi più grandi delle mani che servono per scalare e i ricordi fanno il resto. Ragion per cui, tornati a casa, il tarlo si è insinuato nella mente di Emanuele e Andrea, che in poco tempo hanno deciso per un secondo round siciliano. Così, nel primo weekend di dicembre, sulla parete nord del Pizzo Coda di volpe è venuta fuori La seconda alba, una via di 250 metri per 7 lunghezze, difficoltà che toccano l'VIII-, salita in libera fino al 6c+. Lasciamo la parola a Gremes, che ci ha trasmesso queste belle righe di un racconto che unisce l'alpinismo a una delicata vicenda personale.

 

La seconda alba: una rinascita tra le rocce siciliane
 

“Il nostro primo incontro con la magnifica roccia siciliana avviene a inizio novembre insieme agli amici Ema e Max; in quell’occasione abbiamo aperto la via 'Respect the Nature'. Una volta rientrati a casa, durante una sessione di allenamento, parlando dell’avventura appena vissuta, confesso a Ema: 'Voglio tornare in Sicilia'. Lui, in quel momento, ha la testa rivolta altrove — tra camini di neve e goulotte — e inizialmente non risponde. Tuttavia, il freddo tarda ad arrivare e presto il desiderio di un secondo giro inizia a farsi strada anche in lui. Le possibilità sono infinite: il ventaglio di pareti vergini da salire in puro stile alpinistico — come Ema ha sempre scelto di fare, utilizzando solo protezioni veloci e chiodi — è davvero vasto.

 

In questa seconda avventura, purtroppo, Max non può unirsi a noi per impegni di lavoro. All'ultimo minuto si aggiunge Mauro Viola, aspirante guida alpina, fortissimo scalatore e amico di Ema. Avevo già avuto il piacere di conoscerlo durante alcuni moduli del corso guide, ma non avevamo mai condiviso un’esperienza di questo tipo; quando Ema mi ha confermato la sua presenza, ne sono stato entusiasta.

 

Appena arrivati, iniziamo a perlustrare la zona in auto per fotografare i possibili progetti. La sera, davanti al computer, analizziamo diverse opzioni finché non individuiamo la parete perfetta per il nostro obiettivo. Ema sapeva quanto questo viaggio fosse importante per me. Già a casa avevamo pensato di dedicare la salita a mia madre che, a fine luglio, si era trovata ad affrontare una situazione immensa: un aneurisma cerebrale improvviso. Da quel 23 luglio è iniziato un periodo durissimo per me, la mia compagna, mio fratello e tutta la mia famiglia. Dopo circa 40 giorni di coma e mesi di estenuante riabilitazione, proprio mentre pianificavo la partenza con Ema, è arrivata la notizia: mamma sarebbe tornata a casa lo stesso giorno previsto per l'apertura della via. Con una motivazione ancora più profonda, abbiamo deciso che avremmo portato a termine il progetto a ogni costo. Da qui il nome della via: 'La seconda alba', simbolo di rinascita e di una seconda possibilità.

 

Il secondo giorno veniamo accolti dalla pioggia. L’unica consolazione è una colazione a base di paste fritte con ricotta e cappuccino che io e Mauro ci godiamo in un bar vicino. Ema, titubante sul da farsi, decide di andare a fare un giro a piedi. Ci facciamo lasciare in zona Valdesi, al 'Bunker', località nota per la varietà di vie e stili. Mentre cerchiamo l'attacco di una via facile, adatta alla roccia bagnata, uno spiraglio di sole illumina una grande placca asciutta tra due itinerari esistenti. Ci guardiamo: non servono parole, siamo già pronti a salire.

 

Con pochissimo materiale — sei friend e due cordini — Mauro attacca una placca molto tecnica, proteggendosi su due alberelli fino alla sosta. Seguo io su una bellissima placca e un diedro di 25 metri, raggiungendo un terrazzino. Infine riparte Mauro e, con un tiro di 35 metri, arriva in cima, proprio mentre vediamo Ema tornare con l'auto. Affido a Mauro il compito di scegliere il nome della via: dopo una serie di proposte ironiche per punzecchiare Ema, decidiamo di chiamarla semplicemente 'Ema'.

 

La sera, dopo qualche birra e una cena con i cugini di Ema, prepariamo l'attrezzatura per la via principale. Per l'occasione, ho realizzato personalmente una serie di chiodi in acciaio inox 316L per attrezzare le soste in modo che resistano nel tempo.

L’indomani, alle 5, il papà di Ema ci accompagna alla base della parete. Dopo una risalita lungo una mulattiera, arriviamo all'attacco proprio mentre il sole regala un’alba mozzafiato su Mondello, tingendo di rosso la roccia e il mare. La parete è alta circa 250 metri, ma dal basso sembra ancora più imponente. Decido di partire io: l'inizio segue una serie di placche gialle e un diedro strapiombante con una fessura difficile da proteggere, che supero fino a una cengia con una grande palma, dove attrezzo la prima sosta.

 

Ema e Mauro salgono veloci. Riparto per il secondo tiro su una roccia dall'aderenza incredibile: le scarpette fanno presa ovunque e le mani tengono anche sugli svasi. Supero due placche tecniche ma facili da proteggere e, con un tiro di 40 metri, arrivo alla base di una grande nicchia. Mentre salgono, i ragazzi puliscono il tiro, integrando due clessidre e allestendo una sosta perfetta con i nuovi chiodi in inox.

Ora tocca a Mauro. Parte deciso superando un muro strapiombante sopra la nicchia, per poi seguire una fessura e un diedro fino a un terrazzino. Io ed Ema lo raggiungiamo, pulendo la roccia e aggiungendo cordini dove possibile. Attrezziamo la sosta e ripartiamo. Qui la musica cambia: dopo un facile traverso a sinistra, Mauro affronta dei muretti di placca sporchi e faticosi. Con calma metodica arriva alla base di un imponente diedro liscio, fatto di calcare compattissimo.

 

È il momento di Ema. Ancora oggi mi chiedo come sia riuscito a superare da primo quel tiro (a mio parere vicino al 7a), chiodando e proteggendosi a friend. Saliamo anche io e Mauro e arriviamo a quello che dovrebbe essere l'ultimo tiro. Ema scala concentrato e in breve raggiunge uno spuntone, da cui grida: 'Andre, ora sono tutti cavoli tuoi!'. Avevamo concordato due tiri a testa e, avendo ruotato, toccava di nuovo a me. Dalla risata di Ema capisco subito che mi aspetta una bella fatica per chiudere la via.

Parto su un muro compatto dove persino i friend più piccoli (totem blu e nero) faticano a entrare. Salgo su piccole prese, raggiungo una lama, mi proteggo e con un passaggio faticoso la scavalco, ritrovandomi infine su terreno più facile. Alle 16 sono in cima. Recupero i compagni; Mauro, il più meticoloso di noi, aggiunge un chiodo nel passaggio chiave e pulisce bene le prese per rendere la via più fruibile per le future ripetizioni.

In vetta, senza bisogno di parlare, ci abbracciamo carichi di adrenalina. Siamo consapevoli di aver realizzato ciò per cui eravamo venuti: aprire una nuova via tra amici, dedicarla a una persona speciale e ringraziare la montagna per tutto questo”.