La bandiera LadinaNelle Dolomiti, in poche valli circondate da montagne che si tingono di rosa, la popolazione ladina è stata fra le prime ad antropizzare la regione dolomitica, spinta da esigenze di sopravvivenza e da una straordinaria capacità di adattamento all’ambiente montano. I masi curati, lo speck, lo strüdel, i prati ordinati e il grembiule blu dei contadini, sono immagini che raccontano la vita quotidiana delle valli ladine e rappresentano ciò che, in gran parte, dobbiamo a queste genti. Seppure chiusi in un ristretto territorio, a loro si deve la cura e la conservazione di un territorio arrivato fino a noi quasi intatto, dove la presenza dell’uomo è sempre rimasta in equilibrio con la maestosità delle Dolomiti. Le tracce di questa presenza risalgono addirittura a epoche antecedenti l’Età del Bronzo, a testimonianza di una continuità di vita e cultura profondamente radicata.
Nel corso dei secoli, i Ladini hanno sviluppato una propria identità, che inizia a definirsi come “Ladina”, come la conosciamo oggi, già attorno al V secolo a.C., distinguendosi dalla più ampia e generica identità “Retica” con cui si identificavano le antiche popolazioni alpine. Da allora si è formata una cultura autonoma, diversa da quella delle genti più settentrionali, fatta di lingua, tradizioni, arte e senso di comunità del tutto unica e molto identitaria.
Quando i Romani raggiunsero le valli dolomitiche, portarono con sé strade, commercio e nuove abitudini che si intrecciarono con quelle delle genti locali. Da quell’incontro nacque un modo diverso di vivere e di parlare, la lingua dei romani, il latino, si fuse con le antiche parlate alpine, dando origine al ladino. Da questa romanizzazione delle Alpi nacque infatti la grande famiglia linguistica retoromanza, che comprende oggi tre rami principali: il ladino delle Dolomiti (o ladino sellano), il romancio parlato nel cantone svizzero dei Grigioni e il Friulano, diffusosi poi nell’odierno Friuli. Il “Ladino” e il “retoromanzo” non indicano una lingua unica, ma un insieme di idiomi che condividono tratti comuni, nati dalla fusione del latino volgare con le antiche lingue retiche e celtiche.
Il ladino dolomitico, oggi, si parla in cinque valli tra Alto Adige, Trentino e Bellunese, che si irradiano attorno al massiccio del Sella e sono la Val Badia, il vero e proprio “cuore ladino” (dove si distinguono le varianti badiot, ladin de mesaval e marou), la Val Gardena o Gherdëina, la Val di Fassa o Fascia (con le varianti cazet, brach e moenat), il Fodom o Livinallongo (con le varianti fodom e Colle Santa Lucia) e l’Ampezzo (ampezan).
Queste parlate, pur diverse tra loro, condividono un profondo legame linguistico e culturale, espressione di una stessa matrice storica. Infatti fino al 1918, tutte queste valli facevano parte del Tirolo austriaco, che però dopo la Prima guerra mondiale furono divise da nuovi confini amministrativi. Dopo il crollo dell’Impero romano le popolazioni ladine attraversarono secoli di incertezze che con la cristianizzazione e la nascita dei principati vescovili si riuscì a ricostituire con una forma di amministrazione stabile, infatti, nel XIII secolo, con l’espansione dei conti del Tirolo e la formazione della contea tirolese, i Ladini entrarono stabilmente nell’orbita di questa nuova realtà politica, alla quale restarono legati per secoli.
Come si sa il territorio alpino, ed in particolar modo il versante orientale delle Dolomiti, a causa delle guerre napoleoniche prima e della Grande guerra poi, venne sconvolto profondamente e la vita delle comunità dolomitiche e delle valli ladine divenne teatro di battaglie e trincee, con la popolazione che, per difendere il proprio territorio, partecipò attivamente al conflitto, subendo perdite e divisioni, passando poi finalmente sotto il Regno d’Italia con il nome di Ladinia.
Con l’avvento del fascismo, il ladino fu poi dichiarato semplice dialetto italiano e iniziò un processo di italianizzazione forzata che divise ulteriormente le valli tra diverse province, ma, nonostante le difficoltà, la lingua e la cultura ladina non si spensero. Con la nascita della Repubblica Italiana, però, anche la Ladinia venne riconosciuta una terra con una propria lingua, tradizioni e cultura da proteggere e valorizzare, vivendo così un momento di rinascita.
Oggi la comunità ladina conta circa trentamila persone, concentrate soprattutto tra la Val Gardena e la Val Badia, dove il ladino è riconosciuto come terza lingua ufficiale, qui molte insegne appaiono in tedesco, italiano e ladino, da quando il popolo, orgoglioso, è riuscito ad ottenere il riconoscimento dallo Stato, oltre al permesso di insegnarlo a scuola.
In queste valli la lingua è vitale, viene utilizzata nella vita quotidiana, presente nei media come tv e radio, nella politica e nella toponomastica; qui la popolazione conserva gelosamente la propria identità, custodendola con cura e rafforzando un profondo senso di appartenenza che unisce le comunità montane di questa piccola area dolomitica al di là dei confini amministrativi, in un territorio che, come l’Alto Adige, vive e valorizza la propria identità di minoranza linguistica, che agisce come ponte tra le generazioni.
Le Alpi e in particolare l’Alto Adige, sono da sempre un crocevia di culture, un luogo dove il nord incontra il sud, il mondo germanico si fonde con quello latino, l’Europa continentale dialoga con quella mediterranea. Nel cuore di queste montagne ricche di leggende e storie uniche, i Ladini e la loro Ladinia incarnano più di ogni altro popolo questa sintesi antica e preziosa, custodi di un’eredità che unisce natura, storia e lingua in un equilibrio raro e ancora oggi vivo.