L’alpinismo è felicità di un attimo: i sogni di bambino di Marco Majori

Quanto è potente una semplice fotografia? Per l’alpinista e Guida alpina di Bormio la montagna è una passione nata in famiglia e coltivata con tenacia: scopriamo il lato umano di uno dei tredici protagonisti del libro “Le vie dei sogni”, uscito per CAI Edizioni, a cura di Andrea Greci, con una prefazione di Erri De Luca.

Alpinista, Guida alpina, sciatore e scialpinista con una laurea in ingegneria per l’ambiente al Politecnico di Milano e uno spiccato senso per la competizione che lo ha fatto entrare come atleta professionista nel centro sportivo dell’Esercito: in grande sintesi, questo è Marco Majori, nato a Bormio nel 1984. È uno dei tredici intervistati da Andrea Greci nel volume Le vie dei sogni. L’alpinismo italiano di oggi e di domani, uscito poco prima di Natale per CAI Edizioni (pp. 176, 18 euro). Le fotografie in cui è ritratto lo mostrano all’opera a tutto tondo: con gli sci, con la piccozza, in cima a una vetta himalayana o abbracciato a una nuda parete di roccia. 

 

Meglio se d'inverno e con gli sci

Il curriculum di Majori ha un’impennata nel 2015, con la nomina al Piolet d’Or, gli Oscar dell’alpinismo, per l’apertura di una nuova via, Directa italiana, con Marco Farina, sulla parete Sud del Monte Illimani (6440 m), in Bolivia. L’allenamento passato per la ripetizione della Via dei Ragni al Cerro Torre (3120 m) nel 2014 e, nel 2013, della Supercanaleta al Fitz Roy (3405 m) aveva dato i suoi frutti. Nel suo curriculum ci sono Ottomila saliti in stile alpino e senza ossigeno supplementare, e poi scesi con gli sci, come il Manaslu nel 2021, e vie importanti nelle Alpi, spesso in inverno. Al 2018 risale un progetto ambizioso e dal grande valore storico: il tentativo in stile alpino al Gasherbrum IV (7925 m) per la difficile Via Mauri-Bonatti che era valsa il successo alla spedizione CAI guidata da Cassin nel 1958. Nel 2022 ha aperto una nuova via sulla Parete Sud del Siula Grande (6344 m), nelle Ande peruviane, e nel 2024 ha tentato di scende dal K2 con gli sci insieme a Federico Secchi, con il progetto “Ski in the sky”, in cui ha rischiato di morire in un crepaccio. Nel 2025 il ritorno al Fitz Roy in Patagonia e la prima salita invernale al Pilastro Goretta con Matteo Della Bordella. Una questione di famiglia, come vedremo.

 

La via dei sogni

Per Marco Majori la via dei sogni sta tutta su una vecchia foto in bianco e nero di grande formato. L’ha scattata suo padre durante la spedizione del 1979 al Fitz Roy con Casarotto: “Renato compare in basso, piccolino, mentre parte all’attacco della parete da solo. Quello è il sogno con cui sono cresciuto fin da bambino e lo scorso inverno quel sogno è diventato realtà, quando abbiamo salito il Pilastro Casarotto io e Matteo Della Bordella”. 

È un’ossessione partita piano: “All’inizio non facevo molto caso a quella foto, poi, a furia di vederla, e quando mi è nata la passione per la montagna, l’ho spostata in camera mia come il poster di qualche rock star e l’ho tenuta lì fino al 7 settembre 2025, quando ci sono andato davvero”. 

E com’è stato? “È stato un punto d’arrivo, è stato come completarsi. È una delle più belle vie della Patagonia e probabilmente del mondo. Ora che l’ho fatta, sono impreparato sui sogni… Quelli che hai da piccolo sono unici. Forse sarebbe stato più bello se fosse rimasto sogno: è come se mi fossi molto inconsciamente preparato per tutta la vita a raggiungerlo e ora che ci sono arrivato mi sembra che mi sia scappato di mano”. 

Un pizzico di nostalgia punge lì da qualche parte: “Rebuffat diceva che sognare le montagne è proprio come andarci, ma prima che succeda rimane l’incognita. Il sogno è sempre più bello della realtà, ma quando lo realizzi perde un po’ di fascino”. 

Esaudito il sogno del Marco bambino, si apre lo spazio per il Marco più adulto: “Mi restano sicuramente delle vie mitiche da inseguire: la Nord dell’Eiger, altre classiche in Dolomiti, come la Philip Flamm in Civetta, o lo Spigolo Nord dell’Agner. Non proprio sogni, ma obiettivi, pietre miliari per un alpinista”. Il punto è, spiega che “Non tutti sanno sognare, in questo mondo che va sempre più veloce e si fa fatica a gestire la tecnologia e la pressione degli sponsor e dei social. Qualcuno riesce ancora a farlo, io spero di sì. Il sogno è il motore di tutto: in parete ogni attimo può essere un sogno. Per me la felicità sta in quei momenti”.

 

Alpinismo è… bellezza

Nel luglio 2024 sarebbe potuta finire male per lui, finito in un crepaccio mentre scendeva verso il Campo 3 dal K2, dove per lui il progetto “Ski in the sky” di scendere il secondo Ottomila del mondo con gli sci si era fermato a 8500 metri (il compagno Federico Secchi invece ce l’aveva fatta). Dalla morsa del ghiaccio per fortuna Majori si è sfilato da solo, ma ha imparato tante cose. Lo racconta nel libro Le vie dei sogni. Per esempio, che nell’alpinismo ci sono valori imprescindibili, come la solidarietà e l’altruismo dimostrati da chi, come Benjamin Védrines, lo ha aiutato e soccorso dopo il fortunato e fortunoso arrivo al Campo 3: un concetto già diffuso e condivisibile, che quando provi sulla tua pelle assume tutt’altra consistenza. Umanità, umiltà, spirito di sacrificio: sono pilastri di un alpinismo consolidato in montagna, che hanno messo radici anche nella vita quotidiana. Sì, dopo quell’incidente tutto è cambiato, o forse si è ancora meglio chiarito. Alpinismo è emozione, ma bisogna saper comunicare quell’emozione con sincerità: la bellezza salverà il mondo, ma anche l’alpinismo.