Le Dolomiti di Brenta © Wikicommons - Markus Bernet
Raccontare l'alpinismo significa riportare a valle esplorazione, scoperta, conquista o rinuncia e tutto l'insieme di una esperienza intima, che è tanto più preziosa per la comunità nella capacità di condividerne i tratti universali per l'uomo.
È stato così fin dalle origini, che le si voglia collocare simbolicamente nella celebrata salita del Monte Bianco del 1786 o ricercare più diffusamente nelle uscite delle prime guide alpine, che accompagnarono i nobili alla gratificazione della vetta sulle Dolomiti. Uomini che in realtà quelle cime le avevano frequentate da sempre.
E l'alpinismo da sempre è stato solitario e collettivo. La scalata del Monviso del 1863, guidata da Quintino Sella, non solo ha dato l'impulso decisivo alla formazione del CAI: in quella salita si possono trovare le più differenti sensibilità e provenienze e d'altronde la parola stessa club indica interessi comuni, ma - fortunatamente- con declinazioni diverse.
Lo Scarpone ha raccontato ogni genere di alpinismo fin dalle sue origini. Ha iniziato un secolo fa, nel pieno dell'epoca d'oro del sesto grado, sulla scorta delle precedenti esperienze del sodalizio e ha attraversato le più diverse stagioni dell'attività: dalle conquiste himalayane alle visioni futuristiche del Nuovo Mattino e oltre.
Da tempo l'alpinismo non può essere considerato solo scoperta di luoghi nuovi, conquista di cime vergini. Oggi, chi va in montagna ha la possibilità di rilevare profili e altitudini da uno smartphone, le previsioni meteo riescono – quasi sempre- a fornire finestre di possibilità dettagliate e puntuali.
Proprio perché tutto è maggiormente conoscibile a priori, l'avventura sembra quietamente allontanasi dai nostri capricci, rifugiandosi nelle pieghe di cime e pareti che magari si trovano dietro casa e sono state per varie ragioni ignorate. Allo stesso tempo, la nostra storia alpinistica sembra perdersi in un costante flusso di informazioni in tempo reale, affetto da gigantismo e ripetitività.
Il CAI però custodisce una ricchezza storica imponente e preziosa e un presente di grande impegno sociale, che meritano di collegarsi alle nuove generazioni e ai nuovi approcci alla montagna che da tempo ormai possiamo vedere sulle nostre cime e nelle nostre valli.
Per esempio, il passo dall'arrampicata sportiva all'alpinismo può essere enorme o breve allo stesso tempo. Me ne accorgo ogni volta che frequento una falesia e incontro ragazzi che – purtroppo per me- hanno la metà dei miei anni. In molti di loro, al contrario di quello che sento brontolare in giro- rilevo una curiosità piena per la storia delle pareti su cui mettono mani e piedi, un desiderio di conoscere le figure che hanno contribuito a sviluppare la magia dell'arrampicata. Per chi non cede alla tentazione di fermarsi alle divisioni categoriche tra spit e chiodi, i confini dell'alpinismo si fanno più sfumati e si possono svelare orizzonti di crescita e arricchimento personale.
Nell'escursionismo stesso e nei mestieri di montagna, sempre più riscoperti, non c'è una preordinata, netta separazione con il mondo alpinistico, che è invece contiguo. Sicuramente, laddove si abbandonano determinate sicurezze portate dalla modernità, bisogna imparare tecniche, interiorizzare cautele e consapevolezze. Ma non possiamo certo affermare che un pastore o un boscaiolo, avvezzi a frequentare le quote alte, a priori vadano considerati esterni all'alpinismo stesso.
In conclusione, credo che lo sguardo de Lo Scarpone debba spingersi ad abbracciare il concetto più ampio possibile di alpinismo, raccontando storie di donne e di uomini che con la montagna vanno a braccetto, persone che, con gioia e coscienza, in quota sanno trovare una via per coniugare storia e quotidianità: nel tempo libero, nell'impegno sociale, nel lavoro, nello sport.
Se sapremo diventare sempre di più un punto d'incontro su questo terreno, grazie a quanto l'alpinismo sa insegnare, credo che potremo ritenerci soddisfatti.
In conclusione, voglio salutare con gratitudine le precedenti direzioni per il contributo di entusiasmo e crescita – non solo nei numeri- dato al portale; in particolare Gian Luca Gasca, che mi lascia il testimone di questa avventura. E per ultimi, proprio perché fondamentali, il presidente generale del Club Alpino Italiano, Antonio Montani e il consiglio direttivo centrale del sodalizio, per la loro visione e per avermi dato fiducia nel proseguire sul cammino intrapreso.