L’ultimo abbraccio ai ghiacciai: il paradosso del turismo "Last-Chance"

Tra lutto ecologico e rischi di maladattamento, una ricerca internazionale analizza il fenomeno dei visitatori che accorrono per l'ultimo saluto ai ghiacciai.

La parola "paradosso" affonda le sue radici nell'espressione in greco antico parádoxos, un termine che unisce pará (contro) e dóxa (opinione). Indica qualcosa che sfida il senso comune, una verità che appare assurda in quanto profondamente contraddittoria. Non esiste concetto più calzante per descrivere una delle reazioni alla crisi climatica che si sta diffondendo in tutto il mondo. Di fronte alla notizia della progressiva scomparsa dei ghiacciai, accompagnata da crescente uso e diffusione di termini come "fusione", "arretramento" o "bilancio di massa”, la risposta dell'umanità non è solo il timore o la riflessione. È, paradossalmente, una corsa per visitare i ghiacciai prima che svaniscano per sempre

È il cosiddetto "turismo dell’ultima occasione" (last-chance tourism), una dinamica in cui il desiderio di testimoniare la fine di un ecosistema finisce per accelerarne il declino. Una nuova ricerca pubblicata su Nature Climate Change, coordinata dall’Università di Losanna (UNIL), analizza il fenomeno, evidenziando le complesse implicazioni e le contraddizioni di questa nuova forma di turismo.

 

Il fascino del declino e il rischio "maladattamento"

Ogni anno, oltre 14 milioni di visitatori si recano presso i ghiacciai più famosi del mondo, spinti dal fascino estetico di questi ambienti estremi, ma anche da quello che i ricercatori definiscono "lutto ecologico". È una motivazione profonda e dolorosa quella che spinge molti turisti a investire tempo e denaro per raggiungere un ghiacciaio morente, vivendo un'esperienza toccante.

"La maggior parte delle persone sulla Terra non potrà mai visitare un ghiacciaio, e questo fatto diventa sempre più vero ogni giorno che passa - commenta l'antropologa Cymene Howe dell'Univesristà Rice di Houston, tra gli autori dello studio - . Trovarsi vicino a questi giganteschi corpi di ghiaccio è un'esperienza potente perché sono meraviglie naturali uniche che si muovono, scricchiolano, sussurrano e invitano alla riflessione".

Tuttavia, lo studio evidenzia una criticità: il rischio del "maladattamento". Per rispondere a questo crescente desiderio di turismo nelle vicinanze dei corpi glaciali, vengono poste in essere apparenti risoluzioni che, in realtà, giocano a svantaggio di ecosistemi già vulnerabili. Ne è esempio la costruzione di passerelle sempre più invasive, che inseguono il fronte glaciale in ritirata, come accade sulla Mer de Glace, in Francia. Qui, la scalinata che conduce dal termine della funivia al fronte glaciale viene prolungata quasi ogni anno: una discesa infinita che insegue un gigante che si ritira.

Vi sono poi i tour in elicottero, molto diffusi in Alaska e Nuova Zelanda, un paradosso perfetto in cui si utilizzano combustibili fossili per ammirare un paesaggio che soffre proprio a causa di quelle emissioni. Iniziative poco lungimiranti, focalizzate sul promuovere un turismo effimero, caratterizzate spesso da entrate economiche che non privilegiano quelle comunità che, in futuro, si troveranno ad affrontare le conseguenze della fusione glaciale, quali la scarsità di risorse idriche e la crescente instabilità dei versanti. 

A questo impatto infrastrutturale e atmosferico si aggiunge quello, più tangibile, della pressione antropica diretta sugli ambienti glaciali. Come evidenziato da un crescente numero di ricerche, il turismo d'alta quota porta con sé una criticità legata alla gestione dei rifiuti, al rilascio in ambiente di inquinanti quali le microplastiche e al degrado dei suoli. Ecosistemi che per millenni sono rimasti incontaminati si ritrovano oggi a gestire l'impronta materiale di flussi turistici non sempre educati alla fragilità del luogo.

“Molti turisti si sposteranno semplicemente verso la successiva destinazione popolare una volta che i ghiacciai saranno scomparsi”, avverte Emmanuel Salim (UNIL), autore principale dello studio, leggendo in questa promozione di un turismo accessibile sui ghiacciai la potenzialità di una moda senza scopo utile al mondo e all'umanità. Un turismo che potrebbe apparire “green” ma che manca in realtà di quel pilastro essenziale che è la sostenibilità.  

 

Trasformare la curiosità in responsabilità collettiva

Nonostante le ombre del consumo turistico, lo studio mette in evidenza anche la potenziale positività del turismo glaciale. La spinta emotiva alla base di una crescente attrazione per i ghiacciai, può infatti essere sfruttata in maniera virtuosa, per stimolare all'attenzione e all'azione nella protezione ambientale. 

Ne sono esempi i funerali dei ghiacciai, rituali di commemorazione che trasformano la tristezza individuale in un messaggio politico, eventi di sensibilizzazione come l'iniziativa ciclistica tra le vette alpine Glorious Glacier Ride o ancora le petizioni avviate per limitare l'accesso a vette fragili, come lo Stok Kangri in India.

Come evidenziato dai ricercatori, in un mondo che entro il 2100 potrebbe perdere il 60% del volume totale dei ghiacciai, la sfida è trasformare la curiosità dei visitatori in una responsabilità collettiva. Il compito del turismo dell’ultima occasione non deve essere quello di regalare un ultimo sguardo a un ghiacciaio morente, ma di trasformare quell'incontro in una consapevolezza attiva e in un impegno concreto per la tutela dei vulnerabili ecosistemi d’alta quota.