Kurt Albert in arrampicata "artificiale" a Frankenjura, negli anni Settanta © Archivio Kurt Albert“Lo specialista si esprime di preferenza con un gergo tecnico che per lui e un altro specialista adombrano tutto un mondo. Ma che cosa avviene se il nostro interlocutore è un profano? Deve restare escluso, oppure dobbiamo cercare di spiegargli nella nostra lingua comune come tentiamo il boulder top rope? Un blocco di roccia si può scalare anche dall'alto, se ci si assicura con corde. Proviamo a cercare una lingua comprensibile a tutti”. Queste poche righe risalgono al 1986 e a scriverle è nientemeno che Reinhold Messner, nel suo libro Corsa alla vetta.
L'arrampicata sportiva iniziava allora a emergere sempre più prepotentemente e terminologie via via più complesse ne connotavano la pratica e, soprattutto, la comprensione. Oggi le cose sono cambiate, ma fino ad un certo punto. L'appello di Messner a rendere il nostro sport più comprensibile per tutti, neofiti e non, sembra di fatto ancora molto attuale e in questo articolo è nostra intenzione accoglierlo, facendo un po' il punto sul linguaggio utilizzato da chi scala, osserva e - soprattutto - scrive.
Adam Ondra in volo © YT Adam OndraI diversi modi di affrontare una parete
Partendo dalle basi, e dalla prima lettera dell'alfabeto, un monotiro in falesia (ovvero una via di arrampicata sportiva composta da un unico “tiro di corda” che solitamente non supera i 30/40 metri di lunghezza) può essere affrontato anzitutto a vista, on sight per gli amanti degli inglesismi. Salire a vista significa arrampicare in libera (cioè sfruttando soltanto gli appigli naturali offerti dalla roccia) al primo tentativo, senza conoscere in anticipo l’itinerario per averlo provato in precedenza, o per avere già visto qualcuno salirlo, o per avere avuto informazioni sull’impostazione dei movimenti chiave. Qualora invece questo accada, ovvero se il tiro è stato salito senza averlo provato prima, ma dopo aver visto qualcuno salirlo e/o avere ricevuto informazioni, l'arrampicata viene definita flash.
Entrambe queste modalità partono però dall'assunto che si arrampichi in libera, da capocordata, senza cadute e senza effettuare riposi appesi alla corda. Questo può avvenire anche quando il tiro è stato provato in precedenza nei suoi movimenti chiave, in gergo cioè quando si ha lavorato la via. Se ciò accade, possiamo dire di aver chiuso il tiro rotpunkt, o redpoint in inglese: abbiamo infatti arrampicato da primi senza riposare e senza cadere, ma non al primissimo tentativo.
Primi anni Sessanta: Claudio Barbier si accende una sigaretta mentre arrampica nella falesia di Freyr, in Belgio © Archivio Claudio BarbierChi ha inventato davvero il rotpunkt?
La storia dell'arrampicata indica come tradizionale inventore del rotpunkt il celebre climber tedesco Kurt Albert. Albert infatti, nelle falesie del Frankenjura, suo terreno d'allenamento prediletto, per distinguere le vie che riusciva a salire in arrampicata libera (senza usare chiodi o attrezzatura per progredire) da quelle che richiedevano invece l'artificiale, iniziò a dipingere un punto rosso (in tedesco, appunto, rotpunkt) alla base degli itinerari che riusciva a completare in maniera “pulita”.
Siamo negli anni Settanta e destino vuole che parallelamente, nella falesia di Freyr, in Belgio, vi fosse un altro arrampicatore intento a sviluppare un sistema simile. Sembra infatti che in quello stesso periodo, Claudio Barbier avesse polemizzato in prima persona contro chi faceva un uso troppo spregiudicato dell’arrampicata artificiale, affermando con scanzonata ironia che avrebbe dipinto di giallo tutti quei chiodi che dovevano servire per la sola sicurezza. Da qui l'espressione francese en jaune, ovvero “in giallo”, che gli arrampicatori d'oltralpe ancora oggi utilizzano per indicare il superamento di passaggi difficili senza usare per la progressione le protezioni infisse nella roccia.
Kurt Albert con il pennello intinto di rosso, pronto a segnare le vie da lui percorse in libera, senza cadere né appendersi alle protezioni © BR TelevisionUn arcobaleno di colori
Nella palette cromatica utilizzata per indicare le diverse sfumature dell'arrampicata sportiva, oltre al rosso e al giallo, sono state scomodate anche altre nuance. Arrampicare pinkpoint, per esempio, significa progredire rotpunkt (da primo, senza cadere o riposare, ma non al primo tentativo) però con l'attrezzatura, i rinvii ad esempio, già posizionata in parete. Parlando sempre di attrezzatura vi è infine il caso della salita greenpoint, affrontata esclusivamente con materiale trad (nuts, friends, eccetera). Ecco dunque che una salita greenpoint può essere effettuata sia a vista che flash, la differenza sta appunto soltanto nell'equipaggiamento utilizzato.