Ma quale sesso debole! L'8 marzo dell'alpinismo al femminile

Tre consigli di lettura, con due novità, per approfondire il tema dell'alpinismo in rosa e comprendere meglio la portata rivoluzionaria per la società dell’emancipazione verticale

8 marzo, festa della donna: nella nostra società ormai così abituata a digerire rapidamente ogni evento, derubricandolo troppo spesso a folklore o pratica commerciale, anche giornate di grande valore come questa diventano una ricorrenza come tante, e come tale a rischio di perdere il suo significato. Facciamone almeno un’occasione per riflettere e fare il punto sulla condizione femminile che, come la cronaca nostrana o internazionale ricorda con maggiore frequenza di quanto vogliamo credere, soffre ancora di odiose diseguaglianze. Tre consigli di lettura per ricordarci il senso di un percorso nel mondo alpinistico, dove tanto si è fatto e tanto ancora resta da colmare.

 

Un sogno alto ottomila metri

Quando Sofia Gallo si è “invaghita” della figura di Junko Tabei, lei era appena morta, nel 2016. Eppure a Torino, la città in cui Sofia vive da sempre, pur con tutta la schiera di giornalisti specializzati di montagna, non ne aveva mai sentito parlare, nessuno aveva mai scritto su di lei, la prima donna a scalare l’Everest nel 1975. E così ha deciso di fare lei il primo passo, raccogliendo informazioni su quella giapponesina minuta eppure così forte e così determinata, da raggiungere obiettivi davvero importanti non solo dal punto di vista alpinistico, ma soprattutto in termini di valenza simbolica. Sofia Gallo ha scritto decine di libri per bambini e ragazzi, dunque la sua prima idea era quella, invece alla fine Solferino l’ha indirizzata verso un saggio vero e proprio, una biografia ampia e documentata uscita nel 2023 con il titolo Un fiore di primavera in autunno, con la collaborazione di Leonardo Bizzaro per le schede più strettamente alpinistiche.

Anche Sofia Gallo, però, partecipa di quell’ostinata determinazione che caratterizza il genere femminile, e le donne come Junko, e alla fine è riuscita a far nascere anche l’albo illustrato: Un sogno alto ottomila metri (pp. 56, 18,90 euro, Libri Volanti 2026) è da poco in libreria. Illustrato dalla giovane Valentina Andaloro, che per l’occasione ha soggiornato un paio di mesi in Giappone, è pensato per una fascia 7-9 anni, un’età spesso trascurata dall’offerta editoriale.

Di più: “Ne ho voluto fare il primo volume di una collana che ho proprio chiamato Sfide”, ci racconta lei, “in cui narrare di donne che hanno realizzato imprese mai fatte prima da altre donne, e farlo in maniera compiuta, offrendo ai giovani lettori non una storia da una paginetta e via, ma un racconto che diventi per loro un trampolino per approfondire altri temi, anche con attività laboratoriali”. 

“L'ho fatto per me stessa e per la squadra” J. Tabei

E gli spunti qui sono sicuramente tanti, da quello più strettamente legato alla questione femminile, all’idea del sogno che smuove le montagne (non importa poi il genere), all’importanza di proteggere l’ambiente (Junko con Messner fu tra le più importanti figure alpinistiche mondiali ad attivarsi su questo fronte), fino al fascino della scoperta geografica e all’importanza del fare squadra, che poi è il messaggio che la stessa Junko lasciò ai posteri. Quando infatti si radunò a Chamonix nel 1979 insieme alle altre due donne che avevano salito l’Everest, la cinese Pan-Duo e la polacca Wanda Rutkiewicz, semplicemente rispose: “L’ho fatto per me stessa e per la squadra”. E per tutta la sua vita organizzò spedizioni femminili, instillando in ogni giovane donna il coraggio di potercela fare, sempre.

 

Non cercatele in salotto

Sul finire del mese di luglio del 1871, qualcuno ebbe l’insolita visione di una donna che scendeva da un monte in abito da sera. Era l’alpinista francese Lizzie Leblond che, non ricordando più sotto a quale masso avesse nascosto la sua gonna, non volendo mostrarsi al ritorno in pantaloni, aveva domandato la cortesia a una guida di portargliene una qualunque. Ma evidentemente quello non obbedì o non trovò quanto richiesto. È uno degli aneddoti che arricchiscono il libro di Silvia Ugolotti dall’emblematico titolo Non cercatele in salotto (pp. 176, euro 20, Ediciclo 2026), perfetto per una rassegna di donne viaggiatrici, esploratrici, indomite per spirito di ribellione ma più spesso per necessità spirituale ancor prima che fisiologica, fra cui forse si annovera anche l’autrice, giornalista e giramondo sempre in cerca dell’ebbrezza del vivere. 

Non si tratta di un elenco didascalico di biografie più o meno conosciute, ma piuttosto di un racconto ragionato e appassionato di vicende umane al femminile suddivise in tre “interrogativi”: urgenza, disobbedienza, visione. Categorie che sono in realtà la risposta al perché si va, al cosa muove. Le alpiniste sono perlopiù inserite fra le “disobbedienti”, coloro che operarono “lo strappo”, atti di “rottura verso ruoli, doveri, aspettative”, per dirla con l’autrice, rottura di un “copione imposto”, apertura di nuovi spazi di possibilità. 

E così in effetti fu per le donne che ebbero l’ardire di pensarsi al di fuori dei canoni prestabiliti per il loro ruolo: famose come Henriette d’Angeville (la prima in vetta al Monte Bianco, nel 1838), Lucy Walker (la prima in cima al Cervino nel 1871, solo 6 anni dopo Whymper), Alessandra Re Boarelli (che per una fatalità non salì per prima sul Monviso: chissà come sarebbe andata con la nascita del CAI se fosse arrivata prima di Quintino Sella). Ma poi altre meno note come Gertrude Bell, Annie Smith Peck o Fanny Bullock-Workman, che nel 1911 sventolò un cartello “Vote for women” a oltre 6000 metri sul Ghiacciaio del Chogo Lungma. Non manca Alison Heargreaves, che molti anni dopo avrebbe fatto discutere per imprese come la salita della Nord dell’Eiger al sesto di mese di gravidanza, ponendo il tema sempre delicato del rapporto di una donna con il suo corpo e con la maternità: la madre di Tom Ballard è nella parte dedicata all’urgenza. Mentre una curiosa sezione finale omaggia le “sconfinate” come Junko Tabei (la prima sull’Everest nel 1975) o la scozzese Nan Shepherd, “più nota alle montagne che agli uomini”, autrice di un classico della letteratura di montagna come La montagna vivente (ripubblicato nel 2018 da CAI e Ponte alle Grazie).

Un libro ampio, omaggio a tutte le donne che non si diedero confini, facendo dei propri sogni il combustibile per esplorare la geografia come spazio dell’anima. 

 

Pellegrina delle Alpi

Non possiamo infine non citare Ninì Pietrasanta, una delle più forti alpiniste degli anni ’30, una delle pochissime, con Paula Wiesinger e Mary Varale. Non era affatto consueto, per una donna dell’epoca, darsi all’alpinismo e ancora meno lo era per un uomo accettare o addirittura incoraggiare tale pratica. È per questo che la scalatrice milanese dedica a suo padre Riccardo il suo unico libro, Pellegrina delle Alpi, ripubblicato nel 2024 da CAI Edizioni (pp. 144, 15 euro, introduzione di Enrico Camanni) con una piccola nota introduttiva di Lorenzo Boccalatte, il figlio di Ninì e Gabriele Boccalatte. I due per un triennio costituirono una cordata formidabile, interrotta solo dalla tragica scomparsa di lui nel 1938, durante un tentativo all’Aiguille de Triolet con Mario Piolti.

 

“Che questa grazia non diventi la nostra croce" N. Pietrasanta

Pellegrina delle Alpi però si concentra sul periodo venuto prima, nonostante nel 1934, quando è pubblicato per la prima volta, l’autrice avesse già iniziato a compiere scalate rilevanti, di cui però qua non c’è traccia. Il libro parla della scoperta della montagna da parte di quella giovane milanese irrequieta, colta, divertente, sensibile, che nei grandi spazi bianchi e silenziosi delle Alpi o delle Dolomiti si sentiva minuscola eppure potente, in connessione con se stessa e con l’ambiente circostante, spinta al limite delle sue possibilità, e lì perfettamente a suo agio. Meno paiono esserlo con lei gli uomini che incontrava durante le sue uscite, ai rifugi, in parete, forse non abituati a frequentare donne così disinvolte e sicure di sé, eppure placide, di elevatissima caratura umana. 

Ninì non era una “testa calda” e affrontava tutto con ironia: basta leggere il primo capitolo per capirlo, un divertente dialogo immaginario con l’alpinista/uomo tipo. “Anche voi, dunque, alpinista, signora Pietrasanta?”: è l’incipit che già dice tutto. C’è tutta la diffidenza dell’interlocutore e la furba consapevolezza della giovane presa di mira da tale sarcasmo. C’è tutta la rassegna di pregiudizi del tempo sulla donna, di cui si esamina la “femminilità”, una condizione quasi fisiologica che per l’uomo passa da un certo abbigliamento, da un certo comportamento, da un certo stile di vita, dalla misura contenuta delle ambizioni personali. Definitiva la risposta di Ninì: “Noi siamo la grazia: lo so. Ma, per carità, che questa grazia non diventi la nostra croce”.