Ballerini al Sasso d'Introbio
Ballerini al Corno del Nibbio. Sullo sfondo la Grignetta
Marco Bernardi e Marco Ballerini sulle torri di arenaria dell'ElbsandsteingebirgeChi lo conosce bene sa che Marco Ballerini non è un nostalgico. Eppure, ritrovandosi sotto la Parete dei Militi, in occasione delle celebrazioni per il quarantesimo anniversario di SportRoccia 85, organizzate dal CAI in collaborazione con la Polisportiva e il Comune di Bardonecchia, anche lui si è commosso, ricordando gli amici che presero parte alla prima gara internazionale di arrampicata e che ora non ci sono più.
È stato solo un momento, subito dopo il “Ballera” era già lì, a stringere gli appigli dei 7b e 7c con la stessa grinta di allora, solo con quarant’anni in più sulle spalle, che però sembravano non pesargli più di tanto.
All’evento che ha fatto esplodere il fenomeno dell’arrampicata sportiva in Europa Ballerini c’era, anche se era uno di quelli che, più che sulla gara vera e propria, si era concentrato sul classico “terzo tempo”. Nei suoi ricordi SportRoccia 85 è prima di tutto “una sorta di Woodstosk dell’arrampicata” e le sue rocambolesche avventure post gara, in compagnia di Marco Pedrini e Wolfgang Güllich, Jerry Moffat e compagni, sono passate alla storia…
Certo, a quei tempi “fare casino” era il primo comandamento dei giovani climber, ma il Ballera non minimizza affatto l’importanza che l’aspetto competitivo aveva per ciascuno di loro: “Già prima di sport roccia erano stati organizzati alcuni contest. Ci si trovava, si arrampicava e c'era già una sorta di competizione, perché guardavi sempre se quello di fianco a te era più bravo, se era salito più in alto... La competizione penso che sia un po' insita nell'uomo e anche nell'alpinismo classico questo elemento era già presente. Io poi arrivavo da una carriera agonistica nello sci, interrotta per un infortunio, e lì competere era una cosa naturale. Nell'arrampicata l'ambiente era totalmente diverso: lo stare assieme, condividere un'esperienza e l'amicizia erano elementi essenziali. Poi, certo, arrivare ultimo non piace a nessuno e arrivare primo piace a tutti, quindi è vero, eravamo tutti amici, tutti bravi, ma c'era una classifica e ognuno voleva primeggiare!”.
Il modo e il terreno su cui i giovani scalatori di allora si confrontavano era però qualcosa di assolutamente nuovo, tanto distante dal concetto classico di arrampicata e alpinismo che molti, almeno nell’ambiente più tradizionalista della montagna, non guardavano di buon occhio quello che i ragazzi degli anni Ottanta stavano facendo: “Eh sì, un po’ abbiamo dato scandalo – ricorda Ballerini – Ce ne andavamo in giro con i capelli lunghi e la fascia in testa, le T-Shirt, i calzoncini corti e le scarpette al posto dei classici scarponi. Ci calavamo dall’alto, per chiodare con gli spit pareti di fondo valle di pochi metri di altezza, che l’alpinismo tradizionale non aveva mai considerato. A qualcuno tutto questo sembrava quasi blasfemo. L’ostilità, però, è durata poco. Ben presto ci si è accorti che, per alzare il livello e immaginare anche nuovi obiettivi in alpinismo, bisognava partire da una base di arrampicata già molto alta. Quello che abbiamo iniziato noi in quegli anni ha aperto le porte a una nuova generazione di scalatori che hanno potuto portare in montagna un approccio completamente nuovo, grazie alla gestualità e alla preparazione tecnica sviluppate in falesia”.
Questo cambiamento, anche sulle grandi pareti delle Alpi e non solo, non ha tardato ad affermarsi: “Già nei primi anni 80 c’erano tantissimi arrampicatori che facevano delle cose straordinarie anche in montagna, penso a Soro Dorotei, agli stessi climber francesi che hanno vinto la gara di Bardonecchia nell’85, come la Destivelle e Thierry Renault... Era tutta gente che già aveva cominciato ad allenarsi o che nelle mezze stagioni, quando la montagna non era praticabile, scalava tanto in falesia e alzava il livello. Erano già pronti per quella che potremmo chiamare l'alta difficoltà”.
Tanti stimoli, tante idee ed esperienze nuove che anche Ballerini ha saputo ascoltare e mettere a frutto, diventando a tutti gli effetti l’iniziatore dell’arrampicata sportiva in un territorio, come quello Lecchese, di grande e antica tradizione alpinistica. Fu proprio lui, nel 1981 a piantare a mano il primo spit da 8 millimetri sulla placca del Sasso d’Introbio, in Valsassina. Altro gesto rivoluzionario, altre inevitabili polemiche…
“Sul finire degli anni 70 – ricorda – avevo cominciato a frequentare le Gole del Verdon, in Francia. Lì gli specialisti del calcare stavano vivendo qualcosa di totalmente innovativo, una dimensione nella quale la raffinatezza del gesto e la ricerca della difficoltà tecnica e atletica acquistavano la preminenza assoluta. Erano i primi vagiti della moderna arrampicata sportiva. Mentre da noi si discuteva ancora se esistesse o no il VII grado, nelle Gorges già salivano in libera vie di 7a e 7b, equivalenti al nostro VIII e IX grado. Il mio spirito competitivo colse al volo lo stimolo. Capii che, per poter migliorare, era necessario creare un terreno adatto sul quale allenarsi. Così, una volta a casa, recuperai una manciata di spit, mi armai di perforatore a mano andando in cerca di un luogo dove cominciare a mettere in pratica quanto appreso in Verdon. All’inizio non mi vedevo come un arrampicatore sportivo o falesista, che dir si voglia. Io venivo dall’alpinismo classico e le grandi vie in montagna erano ancora il mio interesse principale, però volevo salirle in arrampicata libera, secondo lo stile e la nuova etica che stava prendendo piede. Poi, certo, questo nuovo approccio a aperto l’orizzonte verso terreni ancora inesplorati e avviato un’evoluzione tecnica e atletica estremamente affascinanti e stimolanti”.
Questa evoluzione oggi ha portato lo sport climbing alle Olimpiadi, alle palestre indoor e all’arrampicata come sport di massa, nel quale spesso la prestazione sportiva e “il grado” vengono al primo posto. Forse qualcosa dello spirito con cui tutto è iniziato è andato perso, ma il giudizio di Ballerini è tutt’altro che negativo: “È chiaro che, se prendi un ragazzino, lo butti in palestra, lo alleni e lo indirizzi all'agonismo, quello sarà il suo primo interesse e gli aspetti più ‘poetici’ che aveva la scalata negli anni 80 passano in secondo piano. Anche per me nello sci è stato così: quando avevo 5 anni mi hanno messo su una pista e mi hanno detto che tutto quello che dovevo fare era arrivare in fondo andando il più veloce possibile. Così ho fatto. Per un ragazzino impostato così l'agonismo diviene la cosa principale. Non è né negativo né positivo. È lo sport e per un giovane è una cosa che può insegnare tanto, perché non è che vinci sempre... Lo sport ti fa capire anche che nella vita le bastonate sono sempre dietro l'angolo, e che bisogna saper reagire ai fallimenti. Mi sembra un insegnamento molto prezioso”.