Gino Soldà © Placido Barbieri
Gino Soldà nasce a Valdagno l’8 marzo 1907. Diventa adulto e alpinista nel Ventennio, quando i fragili artisti come Comici erano dei modelli di roccia per assecondare il mito della virilità gradito al regime. Le imprese di uomini tendenzialmente schivi e riservati – Gervasutti, Vinatzer, Detassis, Carlesso, Micheluzzi e lo stesso Soldà – venivano divulgate e amplificate dalle parole d’ordine della propaganda: conquista, cameratismo, audacia, sacrificio, morte, rinascita, trionfo.
Un protagonista del suo tempo
Gino Soldà non era un fascista (entrerà nelle file partigiane), ma quando nel 1936 scala la parete nord del Sassolungo il colto Franco Bertoldi dichiara con candida esaltazione: “La partita è chiusa. Nel pieno fulgore del giorno 26 agosto Soldà, sorgendo dall’alta cresta terminale, lanciava l’alalà della vittoria, e il maschio volto, incavato da tante dure lotte, si distendeva finalmente nel sorriso del trionfo”.
Per questi e altri motivi Soldà è stato inquadrato come eroe del sesto grado, ma la definizione non gli corrisponde. Alpinista e guida quasi a tempo pieno, era anche maestro di sci (come fondista partecipò ai Giochi olimpici del 1932 a Lake Placid, negli Stati Uniti), ideatore di attrezzature da discesa e fabbricante di scioline.
A partire dal 1930 realizza ripetizioni rapidissime delle classiche su calcare, a iniziare dalle Piccole Dolomiti (Baffelan, parete sud della Sisilla in solitaria), e poi alcune grandi prime nelle Dolomiti, tra cui la parete nord est del Dente del Sassolungo (1934) con Franco Bertoldi, la durissima parete sud ovest della Marmolada di Penia con Umberto Conforto (1936) e l’imponente parete nord del Sassolungo (1936).
L'uomo oltre l'alpinista
Si impegna nella Resistenza durante la Seconda guerra mondiale: è guida al rifugio Locatelli delle Tre Cime quando, dopo l’armistizio, rientra a Recoaro per partecipare alla lotta di liberazione, collaborando all’espatrio dei fuggitivi e fondando il battaglione Tordo Valdagno che attacca la Legione Tagliamento a San Vito di Leguzzano.
Dopo la guerra torna al mestiere di guida e firma altre prime, tra cui il diedro sud del Piz Ciavazes con Guido Pagani nel 1947. Sette anni dopo, malgrado l’età, partecipa attivamente alla spedizione italiana al K2.