Giant Hand of Vyrnwy, la statua di Simon O' Rourke.
Il progetto dell'Oasi Zegna a Milano.
Il Rifugio Angelini Sora'l Sass
Un momento dell'incontro. Foto Marina Martinovich.
La copertina del libro.
Analizzare il presente è sempre difficile, perché, citando lo storico Carlo Ginzburg, si è al contempo osservatori e attori della propria epoca, che dunque agisce sul nostro sguardo, influenzandolo e guidandolo nell’interpretazione di tutto ciò che riguarda la comunità umana. Così, anche il racconto del paesaggio non può essere neutrale: insomma, un conto è se a scrivere di montagna è un giornalista del pieno Novecento, per di più nato sulle Dolomiti e poi finito a vivere e lavorare a Milano, un conto è una donna bolognese innamorata del Cadore e finita a fare la staffetta partigiana. Altro ancora un uomo dei nostri tempi che da cittadino subisce il fascino ammaliante della libertà all’ombra delle vette, pur non riuscendo a sentirsene parte. Parliamo di Bàrnabo delle montagne di Dino Buzzati, I Brusaz di Giovanna Zangrandi e Le otto montagne di Paolo Cognetti, protagonisti del libro di Silvia Segalla In montagna. Paesaggi letterari e passaggi d’epoca (Rosenberg&Sellier, 2024), frutto di una formazione come sociologa e critica letteraria.
Quando il paesaggio diventa dialogo
Proprio Segalla è stata protagonista di Incontri in M9, un ciclo di appuntamenti organizzati al Museo del ‘900 di Venezia-Mestre, a cura di Annalisa Bruni e dell’Associazione Voci di carta. In dialogo con lei Francesco Abbruscato, presidente del CAI Veneto, e la professoressa Franca Bimbi, ordinaria di Sociologia all’Università di Padova, oggi in pensione, con un passato in politica, come assessore al Comune di Venezia con Massimo Cacciari sindaco, al tempo della guerra nei Balcani, e parlamentare tra il 2006 e il 2008.
Un rifugio nel cuore
Segalla ha conseguito il Dottorato in Scienze Sociali presso l’Università degli Studi di Padova (quando il corso era coordinato appunto dalla professoressa Bimbi) e svolge attività di ricerca che vedono dialogare metodi e strumenti delle scienze sociali e della critica letteraria. I suoi ambiti di interesse riguardano la sociologia dell’alimentazione, il genere, il lavoro, nonché la montagna come orizzonte culturale e sociale.
“Il fenomeno dei social ha delle dinamiche tutte sue, ma per posti come i rifugi, molto dipende dal passaparola, dalla relazione che si crea con chi arriva”. Silvia Segalla
Con il suo compagno ha gestito il rifugio Angelini Sora’l Sass (1588 m), vicino a Forno di Zoldo e raggiungibile solo a piedi, per sette stagioni (il rifugio, del CAI Val di Zoldo, è attivo solo d’estate), fino al 2022, vivendo un paradosso che ha fatto da motore per la ricerca poi pubblicata col titolo In montagna. “Da un lato, al di là del fatto che si tratta di un’attività economica, si è lì per condividere la bellezza di un posto con le persone e si ha piacere che ne arrivino sempre di nuove, e che amino come noi quei posti. Dall’altro, c’è la paura che invece arrivi gente in modo sguaiato, senza rispetto, solo per l’ennesima foto. Da lì nasceva la contraddizione: come promuovere un posto magnifico, senza svenderlo? Avevamo sempre il dubbio di fare un piccolo post sui social pensando a cosa sarebbe successo se poi tutti avessero voluto andarci”.
La risposta tocca l’essenza stessa dell’essere rifugista: “Il fenomeno dei social ha delle dinamiche tutte sue, ma per posti come i rifugi, molto dipende dal passaparola, dalla relazione che si crea con chi arriva”.
Voglia di natura
“L’attenzione generale verso le tematiche ambientali, in cui le montagne arrivano a rappresentare un baluardo della natura, stimola di più anche l’aspetto della tutela non solo da parte degli appassionati di montagna”. S. Segalla
L’incontro è stato molto partecipato: “L’argomento della montagna incontra sempre di per sé un grande favore e anche la voglia di mettere sul tavolo tanti argomenti, soprattutto riguardo la frequentazione o l’abbandono di certi paesaggi”. Un interesse crescente, anche nella sensibilità dell’opinione pubblica, che per Silvia Segalla si spiega con il “progressivo restringersi delle possibilità di trovare degli spazi di natura in città, in pianura e anche in altri ambienti che magari una volta assomigliavano un po’ di più a degli ambienti naturali, penso anche al mare, e oggi però troviamo molto antropizzati. Necessariamente, siccome persiste comunque un bisogno di relazionarsi con degli ambienti che non siano così stressanti come quelli che molti di noi vivono tutti i giorni, la nostra attenzione e quella di tantissime persone si rivolge alla montagna”. Senza ignorare la spinta di “fenomeni legati al marketing turistico, o ai social, con la costruzione di un’immagine che contribuisce a richiamare sempre più gente”.
Non solo: “Al tempo stesso l’attenzione generale verso le tematiche ambientali, in cui le montagne arrivano a rappresentare un baluardo della natura, stimola di più anche l’aspetto della tutela non solo da parte degli appassionati di montagna, ma anche di chi si interessa all’ambiente e alla salubrità dei posti in cui viviamo”.
Esotismo democratico
Fatto sta che oggi sempre più persone sono tentate da una vita più naturale, ma soprattutto il posto fisso non rientra più fra le aspettative dei giovani, e non solo. Dopo il boom di dimissioni post-Covid, va rimarcato come mollare un contratto sicuro per andare magari a gestire un rifugio non sia più così scandaloso o improbabile nemmeno per la fascia sopra i 30 anni. Lo afferma Franca Bambi, classe 1947, che invece ricorda “l’esotismo democratico” della sua generazione, quella nata nel Dopoguerra: “Avevamo un po’ di disponibilità economica e partivamo cercando un mondo più incontaminato o perlomeno differente dal nostro, in questo senso lo chiamo esotismo democratico. Il nostro era un atteggiamento empatico, non colonialista, per quanto fossimo ben consapevoli di avere un maggiore benessere economico rispetto alle altre popolazioni. E ci si muoveva con mezzi propri: con una Diana sono arrivata in Marocco, una volta”. Era la generazione che poteva contare su quelle sicurezze economiche e sociali poi venute meno.
“Avevamo un po’ di disponibilità economica e partivamo cercando un mondo più incontaminato”. F. Bimbi
Quell’esotismo, secondo Bimbi, è stato però all’origine del turismo di massa, quello che poi ha cosparso anche i posti più remoti di lattine e rifiuti: “Il messaggio di Messner sul rapporto con la montagna, con la natura, con gli animali e soprattutto con i suoi sherpa non è diventato generalizzato. Il turismo di massa ha consentito di spendere meno che in certi luoghi in Italia, autorizzando per contro comportamenti da ‘cavallette’. Io ho visto il trapasso di questa generazione”.
DALL’INCANTO ALLA FUGA
Raccontare la montagna, o un paesaggio in generale, dicevamo, non è mai un’operazione neutrale, e si evolve col tempo. Se Cognetti ci sembra il più vicino, bisogna ricordarsi che in realtà è stato pubblicato ormai dieci anni fa, nell’autunno 2016. Per Franca Bimbi, la sua rappresenta “una visione postmoderna” che incarna il fallimento del rapporto fra un giovane cittadino e un giovane montanaro, che porta come unica soluzione la fuga in Himalaya. Al contrario di quello che succede nel romanzo di Buzzati, il cui occhio è quello di un “borghese consapevole anche della sua superiorità”, ma che continua a sognare di tornare lì, dove è nato.
Dall’uscita di Le otto montagne, sullo scenario internazionale hanno inciso sui temi ambientali eventi capitali come il ritorno della guerra, da un lato, e l’avvento dirompente dell’intelligenza artificiale, dall’altro. E questo cambia naturalmente il nostro modo di vedere e raccontare la montagna. “Nei romanzi che ho analizzato, per esempio in Bàrnabo, le montagne rappresentano ancora un luogo pieno di mistero, di incanto, una visione che ritroviamo anche nel Buzzati giornalista quando racconta la conquista di vette sempre più alte in giro per il mondo ma poi si chiede dove se ne andrà lo spirito della montagna, e dove potremo ancora ritrovarlo. In Zangrandi troviamo un’attitudine molto più attiva nei confronti del paesaggio, che diventa qualcosa che si costruisce, che si fa: i personaggi nel suo libro instaurano una relazione diretta, pratica, non contemplativa con il paesaggio. Attraverso questo lavoro, che è produttivo ma anche di cura, di tutela, frutto anche del loro essere donne, costruiscono maggiormente un’idea di futuro rispetto al paesaggio che invece troviamo in Cognetti, dove la frattura tra l’uomo e l’ambiente pare invece ormai insanabile” .
Il ritorno della guerra, da un lato, e l’avvento dirompente dell’intelligenza artificiale, dall’altro, cambiano il nostro modo di vedere e raccontare la montagna.
La sfida dell'ottimismo
In un’opera contemporanea come quella di Cognetti, insomma, “La montagna resta qualcosa di bellissimo che si contempla, che si ammira, che si cerca, ma non c’è più quella relazione di simbiosi. Si opera invece una frattura, la continua negazione del legame tra paesaggio montano e paesaggio urbano. Cognetti ha il merito di restituirci un sentire che sicuramente abbiamo tutti, perché tutti ormai viviamo con un continuo senso di colpa, convinti di avere sempre un impatto negativo con le nostre azioni nei confronti della natura, dell’ambiente, della montagna”.
“Se ci arrendiamo a questo sguardo pessimista, ci neghiamo anche la possibilità di agire e di credere di poter ancora realizzare qualcosa di positivo. Rinunciare in partenza è già una sconfitta”. S. Segalla
Non a caso ecoansia è uno dei neologismi più recenti (2022), a indicare “La profonda sensazione di disagio e di paura che si prova al pensiero ricorrente di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti ambientali” (Treccani). Segalla: “Se però ci arrendiamo a questo sguardo pessimista, ci neghiamo anche la possibilità di agire e di credere di poter ancora realizzare qualcosa di positivo, traendo spunto dal passato, anche alla luce delle sfide attuali, che dovrebbero trovarci pronti ad agire e reagire. Rinunciare in partenza è già una sconfitta”.
Unire le forze
Il punto di vista del sociologo ci aiuta a inquadrare ogni nostra visione nel contesto specifico dell’epoca in cui viviamo: “Nella definizione di antropocene che fa da sfondo, e va di pari passo con una rappresentazione del paesaggio come quella che troviamo in Cognetti, è come se generalizzassimo un’attitudine verso il mondo che invece è propria di una determinata epoca e dello sviluppo globale, sicuramente duro a morire, ma di un modello che non è l’unico che possiamo costruire”.
Non c’è un’opera che incarna più di altre lo spirito di oggi, c’è invece uno scrittore: “Tempo fa ho ascoltato una conferenza di Amitav Ghosh, uno che il tema del cambiamento climatico lo ha vissuto prima di altri, per la sua provenienza geografica (è uno scrittore, giornalista e antropologo indiano, il più importante del suo Paese, NdR), e ne è molto preoccupato. Ho trovato molto bella una sua riflessione quando ha affermato che dovremmo anche come romanzieri cominciare a ricostruire una sorta di soggetto collettivo: non possiamo più pensare al nostro eroe individuale che fronteggia i pericoli e le sfide del mondo, perché queste oggi hanno una dimensione tale, da richiedere la partecipazione di un soggetto che si senta collettivo e che abbia forza come tale. Dovrebbe valere anche per l’arte e la letteratura, per aiutarci a pensare in modo diverso e a cambiare atteggiamento non solo nei confronti dell’ambiente, ma in primo luogo degli altri che ci stanno intorno. Essere un soggetto collettivo vuol dire anche riuscire ad avere una causa e degli ideali comuni, invece di fare ognuno il partito di se stesso”.
Non possiamo più pensare al nostro eroe individuale che fronteggia i pericoli e le sfide del mondo, perché queste oggi hanno una dimensione tale da richiedere la partecipazione di un soggetto che si senta collettivo e che abbia forza come tale". S. Segalla
L’impegno individuale è importante, dal fare la raccolta differenziata a usare una bicicletta al posto della macchina, ma oltre a questo “dobbiamo reimparare a unire le forze”.
In montagna come in città
Uno dei temi più dibattuti all’incontro è stato quello dello spopolamento. Ma anche qui Segalla opera uno scarto: “Se rivolgiamo il nostro desiderio di cura non solo alla montagna, ma anche alla città, cercando di preservare, di ricostruire degli spazi verdi, di pretenderli, di pretendere gli alberi e quello che ci può far stare meglio anche giù, magari poi ci sarà anche chi cercherà sollievo non solo sulle Tre Cime di Lavaredo”, per fare un esempio classico di luogo superfrequentato ormai in ogni periodo dell’anno. Non tutti infatti hanno la possibilità di fuggire dalla città per andare in montagna, vuoi per motivi economici, vuoi perché ha dei vincoli di cura famigliare (un bambino piccolo, dei genitori anziani…) o lavorativi. “Non possiamo abbandonare la città a un destino ineluttabile che la vuole solo come una colata di asfalto e cemento e nulla più”.