Il fiume Timavo © Andou - Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0Le microplastiche rappresentano oggi uno degli inquinanti maggiormente attenzionati dalla comunità scientifica globale. Queste particelle, con dimensioni comprese tra 1 micrometro e 5 millimetri, sono spesso invisibili all’occhio umano e traggono origine dalla frammentazione di oggetti in materiale plastico, molti dei quali di uso comune, spaziando dagli imballaggi alle fibre sintetiche dei capi d'abbigliamento, componenti tecnici come i pneumatici o ancora rivestimenti protettivi come le vernici.
A renderle particolarmente preoccupanti è la loro persistenza nell'ambiente e la capacità di entrare nelle catene alimentari, con potenziali conseguenze sulla salute della fauna selvatica ma anche dell'uomo stesso. Costituiscono di fatto un'impronta, minuscola e spesso colorata, che l’uomo moderno semina nell'ambiente senza spesso averne percezione. Tuttavia, la loro presenza non si limita alle aree di diretto passaggio antropico.
Crescenti ricerche dimostrano che le microplastiche sono in grado di intraprendere lunghi viaggi, trasportate dall’acqua o dal vento, raggiungendo luoghi dove l’uomo non ha mai mosso alcun passo. Una ricerca pubblicata di recente sulla rivista scientifica Microplastics ha descritto la presenza di queste microparticelle nelle profondità del Carso triestino, rivelando come l'inquinamento abbia raggiunto anche grotte di recente esplorazione, talmente remote o di difficile accesso da essere state considerate, fino ad oggi, preservate dall'impatto umano.
Le microplastiche, un inquinante ubiquitario
Le microplastiche rappresentano un inquinante ubiquitario. La loro presenza è stata rilevata persino nel sangue umano e, a livello planetario, non vi è regione che non ne conosca la presenza, compresi Polo Sud e Polo Nord. A destare particolari preoccupazioni è il loro accumulo in sede glaciale. I ghiacciai, che a lungo hanno rappresentato una riserva di acqua “pura”, sono in grado di fungere da trappole per le microplastiche che, trasportate sulla superificie glaciale dagli agenti atmosferici, possono essere rilasciate successivamente nei corsi d’acqua in conseguenza della fusione.
A confermare il fatto che questi inquinanti non conoscano confini biologici e geografici è uno studio, condotto dall’Università di Trieste in collaborazione con la Società Adriatica di Speleologia, il Comune di Trieste e il Bioscience Research Center (BsRC), che si è concentrato sul sistema idrico del fiume Timavo.
Questo corso d'acqua rappresenta uno dei sistemi idrici sotterranei più affascinanti e complessi dell’area alpino-dinarica: nasce in Croazia alle pendici del monte Snežnik (Monte Nevoso), attraversa parte della Slovenia con il nome di Reka e, dopo essersi inabissato nelle Grotte di San Canziano, scorre invisibile per quasi 40 chilometri sotto l'altopiano del Carso, prima di riemergere sulla costa italiana, sfociando nel Golfo di Trieste. Un viaggio lungo e affascinante, in parte condotto tra gallerie e abissi inaccessibili o accessibili a pochi esperti.
I ricercatori hanno campionato i sedimenti in due cavità attraversate dal corso d'acqua, scoperte da pochi anni e dall'accesso particolarmente complesso, considerabili dunque come incontaminate: la Caverna Maucci, accessibile solo tramite tecniche speleosubacquee, e la grotta Luftloch, la cui porzione terminale è raggiungibile attraverso circa 300 metri di progressione su corda. Come controllo è stata scelta una terza grotta, che è l’Abisso di Trebiciano, frequentato da decenni dagli speleologi e pertanto non identificabile come ambiente incontaminato.
La presenza di microplastiche è stata confermata in tutte e tre le grotte. Da notare è che la concentrazione è risultata quasi identica in tutte e tre le cavità, compresa mediamente tra 84,7 e 105,9 particelle per ogni chilogrammo di sedimento secco, escludendo una correlazione diretta tra presenza di inquinanti plastici e accesso di “visitatori”.
Il dato non sorprende, piuttosto conferma le attese dei ricercatori di identificare prove di un trasporto degli inquinanti mediato dal fiume e fornisce importanti indicazioni sulla concentrazione dei microinquinanti e sulla loro distribuzione spaziale in ambiente sotterraneo, a oltre 300 metri di profondità.
Il viaggio delle microplastiche nel mondo sotterraneo
Le analisi effettuate mediante metodologie avanzate di separazione dei campioni e tecniche spettroscopiche, hanno portato alla identificazione di tre polimeri predominanti: polipropilene (PP), polietilene (PE) e poliestere (PET). Si tratta delle plastiche più comuni in imballaggi e vestiti.
Il “colpevole” del trasporto di questi inquinanti in cavità mai visitate prima dall'uomo moderno, equipaggiato di abbigliamento e attrezzature prone al rilascio di microplastiche, è il Timavo. Nello specifico, lo studio ha dimostrato che le microplastiche vengono trasportate dalle piene del Timavo che portano alla deposizione dei frammenti più leggeri sulle pareti più alte e interne delle grotte, dove rimangono intrappolati per anni. I risultati dello studio evidenziano dunque che la contaminazione da microplastiche non dipende solo dal visitatore che acceda a una grotta ma vede un’origine più ampia, che coinvolge il mondo al di fuori dell’abisso.
Come si legge nelle conclusioni del lavoro, “questo studio ha dimostrato che gli ecosistemi sotterranei possono essere più strettamente collegati alla superficie, e quindi più sensibili alla contaminazione, di quanto precedentemente riconosciuto. Richiedono strategie di gestione più complete che combinino la riduzione dell'inquinamento da microplastiche nel suolo e nei fiumi per ottenere un'efficace mitigazione del fenomeno in questi ambienti fragili e preziosi".
Intervenire per mitigare la contaminazione risulta essenziale, in quanto grotte e acquiferi del Carso rappresentano una importante fonte idrica per la popolazione e sostengono un'ampia biodiversità sotterranea.
Accanto al contributo scientifico, la ricerca ha anche un profondo valore umano. È stata infatti dedicata alla memoria di Patrice Cabanel, esperto speleosub che ha effettuato i difficili campionamenti nella Caverna Maucci e che è tragicamente scomparso solo un mese dopo le rilevazioni.