Nubi lenticolari e Spettro di Brocken: cosa sono e come si formano

In montagna, fenomeni come le nubi lenticolari e lo Spettro di Brocken trasformano vento e luce in forme visibili. Scompriamo insieme come si originano e perché sono così particolari e affascinanti.

In montagna accade talvolta che luce e vento, elementi quotidiani ma impalpabili, smettano di essere semplici sensazioni e assumano una forma. È come se l’aria, all’aumentare dell’altitudine, facendosi più sottile, permettesse alla natura di mostrarsi in modo diverso ed unico quasi rivelando ciò che normalmente resta nascosto. In quota, dove lo sguardo si avvicina al cielo e il tempo sembra dilatarsi e rallentare, nascono fenomeni capaci di trasformare il paesaggio circostante in qualcosa di inatteso, a tratti surreale. Le nubi lenticolari e lo Spettro di Brocken ne sono due esempi emblematici.

 

Le nubi lenticolari

Le nubi lenticolari, classificate come Altocumulus lenticularis, sono tra le formazioni nuvolose più affascinanti osservabili in ambiente montano, che grazie alla loro tipica forma a lente o a disco, spesso perfettamente definita e apparentemente immobile, sono state definite poeticamente come “Contessa dei Venti”. La loro origine è strettamente legata al fenomeno delle onde orografiche per le quali, in presenza di una marcata stabilità atmosferica, un flusso d’aria umida che scorre a velocità sostenuta, a quote comprese indicativamente tra i 2000 e i 6000 metri, incontra un rilievo montuoso disposto in modo ortogonale alla direzione del vento. 

La montagna agisce come un ostacolo, costringendo l’aria a sollevarsi lungo il versante sopravento e a oscillare sul lato sottovento, dando origine a onde stazionarie. Nei punti di massimo sollevamento dell’onda, l’aria si raffredda, raggiunge la saturazione e il vapore acqueo condensa, formando appunto la nube lenticolare. Queste nubi non sono altro che la parte visibile di un movimento invisibile, il vento, che normalmente possiamo solo sentire sulla pelle o ascoltare con il suo sibilo quando incontra boschi e crinali. 

In questo specifico momento il vento diventa improvvisamente osservabile.

La nube resta lì, sospesa, immobile, ma solo in apparenza, mentre al suo interno l’aria continua a scorrere con grande intensità; è come se il vento decidesse, per un breve periodo, di mostrarsi, di farsi vedere in cima alla montagna, prima di dissolversi e tornare a essere ciò che è sempre stato: qualcosa che non si può afferrare, ma solo percepire. 

Probabilmente non c’è luogo più bello per vederlo che lassù, dove sembra comparire per qualche giorno, per poi “non farsi più rivedere”.

 

Spettro di Brocken

Se le nubi lenticolari danno forma al vento, lo Spettro di Brocken trasforma la luce in un’esperienza che ha qualcosa di onirico e mistico. Il fenomeno si manifesta quando il sole è basso sull’orizzonte e l’osservatore, posto in posizione elevata, proietta la propria ombra su uno strato di nubi o di nebbia sottostante. L’ombra appare fortemente ingrandita e, attorno alla sua parte superiore, compare una corona luminosa, simile ad un arcobaleno quasi circolare, formata da uno o più anelli concentrici colorati, cosiddetta gloria. Dal punto di vista fisico, la gloria nasce dalla retrodiffusione della luce solare da parte di minuscole goccioline d’acqua di dimensioni simili, sospese nella nube.

È importante però distinguere tra i due elementi del fenomeno che, sebbene spesso percepiti come un’unica apparizione, rappresentano due fenomeni distinti, intimamente legati nella loro manifestazione visiva: lo Spettro di Brocken è l’ombra dell’osservatore, mentre la gloria è l’aureola luminosa che la circonda.

Le prime attestazioni documentate dello Spettro di Brocken risalgono al XVIII secolo in una descrizione del fenomeno nel 1736, durante una spedizione scientifica francese sulle Ande peruviane, guidata dal geografo de La Condamine e il geofisico Bouguer. Il nome con cui è oggi conosciuto, però, deriva invece dal monte Brocken, la vetta più alta della catena dell’Harz, in Germania, dove il fenomeno si osserva con particolare frequenza, grazie alla presenza ricorrente di nebbie e alla posizione elevata della cima rispetto agli strati nuvolosi. Fu il pastore e naturalista tedesco Johann Esaias Silberschlag, nel 1780, a coniare il termine e a fornirne una descrizione scientifica.

L’apparizione improvvisa di ombre gigantesche, che sembrano muoversi autonomamente seguendo il lento scorrere delle nubi, circondate da aloni luminosi, ha alimentato nel tempo interpretazioni simboliche e leggendarie, contribuendo a rafforzare l’immaginario del paesaggio montano, abitato da presenze misteriose, streghe e spiriti che conferiscono a queste montagne un’aura quasi soprannaturale. A differenza delle nubi lenticolari, che rendono visibile un movimento dell’aria, lo Spettro di Brocken restituisce all’osservatore una percezione alterata di sé.

Circondati dalle nubi, a quote elevate, con un’aurea luminosa attorno al corpo, la sensazione è quella di trovarsi sospesi tra cielo e terra, come trasportati in un’altra realtà. Non sorprende, quindi, che vi sia ampia traccia di questo fenomeno nella letteratura e nel pensiero simbolico, da Charles Dickens a Carl Jung fino a Lewis Carroll dove, lo Spettro di Brocken viene spesso evocato come un riflesso inquietante del proprio io tormentato, un “doppio io” ingigantito e sfuggente che emerge proprio quando l’individuo è isolato, esposto e privo di riferimenti, rendendo visibile — per un istante — la fragile linea di confine tra percezione, identità e immaginazione.

Entrambi questi fenomeni così unici e particolari mostrano come, in montagna, là dove l’aria si fa più rarefatta e ci si avvicina simbolicamente a ciò che le vette sembrano toccare per prime — il cielo — la natura trovi modi sorprendenti per rivelarsi. Luce e vento, elementi altrimenti invisibili, diventano forma e contestualmente esperienza.

Se questi fenomeni accadano per essere cercati o per essere attesi, non è dato saperlo. È come se la montagna, attraverso questi trucchi percettivi, si facesse regista di un’illusione, ammaliando l’uomo e ricordandogli che non tutto è destinato a essere compreso. Forse la montagna, con il silenzio che la contraddistingue, semplicemente ci ricorda che lei è sempre viva e presente, pronta a “parlare” mostrandosi a chi è disposto a salire e ad osservarla con attenzione.