Oltre i campanili: la montagna ha bisogno di una nuova governance. Intervista a Marco Bussone.

Marco Bussone, di recente riconfermato Presidente nazionale dell'Uncem, traccia un bilancio di quasi 20 anni di personale attività nell'Unione, descrivendo sfide e prospettive dei territori rurali e montani.

Marco Bussone, giornalista torinese, classe 1985, è stato recentemente riconfermato alla guida dell'Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) durante l'ultimo Congresso dell’Unione, svoltosi a L'Aquila nel mese di ottobre. Il suo percorso in Uncem è iniziato nel 2009 con un ruolo di responsabile dell’ufficio stampa e dei progetti e nel 2018 è stato eletto Presidente nazionale, diventando nel tempo uno dei volti più autorevoli nel dibattito sulle aree interne e i territori montani della nostra Penisola.

 Lo abbiamo contattato per tracciare un bilancio di quasi vent'anni di attività in Uncem, facendoci raccontare come siano mutati i territori montani attraverso i suoi occhi. Dalle sfide della governance post-Covid alla lotta contro i "campanilismi", fino al delicato tema dell'evoluzione demografica, Bussone offre una prospettiva lungimirante sulla necessità di attuare politiche trasversali e non verticali, fondamentali per garantire diritti e futuro ai territori montani e rurali, che rappresentano, di fatto, il 70% del territorio italiano.

 

Il secondo mandato di presidenza rappresenta un nuovo capitolo di quella che è una lunga esperienza in Uncem. In quasi 20 anni di attività, come ha visto cambiare i territori montani?

Il principale cambiamento si è manifestato nel sistema istituzionale, organizzativo, che è diventato progressivamente più fragile. Un problema che non riguarda solo i comuni montani ma, in senso più ampio, tutte le istituzioni pubbliche. In montagna, con l’evoluzione e la trasformazione delle comunità montane, c’è stata una perdita di democrazia, di impegno istituzionale per far vivere il territorio. Questo fenomeno, nel corso degli anni, ha rappresentato una fonte di grande sofferenza per chi, come noi, si occupa di territori. I territori montani, da un punto di vista di governance, appaiono meno solidi rispetto a 25 anni fa. E mai come oggi serve una politica che rimetta al centro la questione della democrazia.

 

In termini pratici, come si potrebbe ridurre questa evidente fragilità?

La montagna si organizza e si governa se ha una sinergia tra comuni. È importante che i Comuni abbassino un po’ i campanili, non per abbatterli ma per metterli in sinergia tra di loro. È un tema che riguarda tutti i livelli politici, dal nazionale al regionale. 

 

Si è assistito anche a qualche cambiamento in positivo nell’arco di 2 decenni?

Abbiamo assistito a una evoluzione economica e anche una evoluzione delle reti. Sul fronte economico, posso dirvi che diverse intuizioni, che 20 anni fa intravedevamo come possibilità, oggi si stanno traducendo in percorsi. Parlo ad esempio dell’uso delle risorse naturali, delle risorse idriche e del bene climatico. Agli inizi della mia attività in Uncem, ricordo che proponemmo l'iniziativa “Alpi 365” al Salone della Montagna di Torino, e a seguire “Uniamo le energie”, manifestazioni di popolo, non solo per addetti ai lavori, che mettevano al centro le rinnovabili, i beni naturali, i beni collettivi. Anche le green communities, che oggi sono diventate realtà, sono state teorizzate tra il 2007 e il 2008, insieme a Enrico Borghi, mio predecessore e ora senatore, e tanti altri amici. Uncem è apparsa lungimirante anche sui temi della crisi climatica. Elementi che in molti ancora negano, già anni fa erano stati percepiti come opportunità per la montagna. 

 

Il cambiamento climatico sta portando o ritiene che possa portare giovamento ai territori montani?

Nonostante, sotto certi aspetti, il cambiamento climatico vada a impattare negativamente sulla montagna - pensiamo alla fusione dei ghiacciai, alla diminuzione delle precipitazioni nevose o ai rischi delle falde – abbiamo anche pensato che ci fossero aspetti su cui lavorare, come la possibilità di trasferirsi in quei territori che offrono condizioni di vita più interessanti, più aperte. Il Covid è stato in tal senso un acceleratore. Gli stessi terremoti del Centro Italia, nel 2007, 2009 e poi 2016, sono stati acceleratori di dinamiche sociali. 

La grande domanda che oggi, dopo tanti anni ci facciamo è: abbiamo capito cosa ci hanno detto le grandi tragedie, compresa quella dei beni collettivi, della crisi climatica, della sismicità, della pandemia? Abbiamo capito qual è lo spazio per i territori rurali e montani, quindi il 70% d’Italia, in queste grandi fasi di crisi? Le crisi vanno comprese per lavorarci politicamente in modo adeguato. L’altra grande domanda è: abbiamo capito che non siamo un’isola?

 

In che senso “non siamo un’isola”?

In Italia ci sono 37 piccole isole, ma le Alpi e gli Appennini non sono delle isole, non sono circondati da un mare che si solca con i traghetti o con degli elicotteri. Non essendo isole, bisogna creare sinergie, e questo richiede interazione e reciprocità. Il che vuol dire che le città non si devono voltare dall’altra parte, pensando di essere un club esclusivo. Allo stesso tempo la montagna deve capire che, se fatta di tanti campanili, appare sola e frammentata. 

 

In che modo la politica dovrebbe intervenire in supporto della montagna?

C’è bisogno, a conferma di quanto intuito 20 anni fa da Uncem, di politiche per la montagna, che non sono politiche verticali. Sono politiche trasversali. Non sono, se vogliamo, leggi ad hoc per la montagna, ma trasversalità di norme che attraversano molti ambiti, dalla scuola alla sanità, ai diritti di cittadinanza, e richiedono lungimiranza a tutti i livelli di governo, europeo, nazionale, regionale, locale. Ognuno deve fare la sua parte. Ai sindaci noi diciamo “meno campanili e meno municipalismi per essere ancora”.

 

Andiamo a parlare del primo mandato da Presidente nazionale, un mandato segnato dalla pandemia. Che ruolo ha rivestito la pandemia del Covid per l’Uncem e per i territori montani?

Ricordo la pandemia come una fase di nuovo posizionamento dell’Uncem rispetto al passato. Lo dico a bassa voce, anche un nuovo protagonismo dell’associazione. Non solo perché avevamo la necessità di stare vicini ai sindaci e agli amministratori che, come tutti, vivevano fasi molto delicate, ma perché abbiamo potuto tornare a far sentire la nostra voce, in un momento in cui tutti parlavano di montagna e di aree interne. Quegli anni hanno squarciato un velo, tutti esaltavano la bellezza del vivere nei borghi, in montagna. Noi, in quel momento, ci siamo collocati come risposta, anche abbassando le aspettative, invitando a non esagerare con castronerie e facilonerie sul bello del vivere in montagna. Allo stesso tempo, abbiamo acceso dei riflettori su quegli elementi che citavamo prima, le grandi crisi. Li ricordo quindi come anni di emergenza ma, come in tutte le crisi, anche il Covid ha aperto una nuova dimensione, ha portato una nuova attenzione sull’associazione.

 

Vi è qualche “successo” legato al primo mandato, che le sta più a cuore?

Tra i progetti più belli e interessanti c’è Italiae, concluso formalmente il 31 dicembre 2025. Un progetto sulla capacity building, ovvero costruzione della capacità amministrativa. Un progetto incentrato sulla collaborazione tra comuni, sulla creazione di reti, per non essere soli. Il progetto ha consentito di entrare in quel “noi” che è la dimensione che abbiamo aperto con il nuovo Congresso. 

 

Italiae ha evidenziato anche una relazione crescente tra territori montani e Università, giusto?

In Italiae abbiamo sviluppato un dialogo su due fronti: da un lato il mondo accademico, quindi Università ma anche scuole e centri di formazione, dall’altro quello delle imprese. All’interno del progetto troviamo almeno 50 Università che si occupano di questi temi, non solo attraverso cultori della materia, ma con un impegno sul piano istituzionale, promuovendo corsi di laurea e master. Iniziative che non sono più spot ma iniziative consolidate, che vanno messe in rete tra loro. Abbiamo poi il dialogo tra sistema pubblico, rappresentato da Uncem, e imprese. Imprese in forma associata, come Confindustria che ha creato una sezione dedicata alla montagna, o Confartigianato e tutte le associazioni agricole come Coldiretti, Cia, Confagricoltura, Fedagri. Alle imprese suggeriamo di investire nei territori, che non sono più un luogo senza infrastrutture. Ci sono sia infrastrutture di rete, stradali, che digitali. Le imprese che vogliono creare hub innovativi, avviare produzioni di qualunque genere, hanno tutte le possibilità di farlo. E se il pubblico non interloquisce di più e meglio col privato, faccio l’esempio delle cooperative di comunità ma non è l’unico, il pubblico rimarrà con una gamba in meno. Il dialogo col privato permette di rispondere alle grandi sfide delle comunità di oggi, di chi vive sui territori oggi, che sono grandi, molto più di ieri. Tornando alla domanda iniziale di cosa è cambiato in 20 anni: c’è una domanda crescente di sistema pubblico, soprattutto da parte di chi vive in montagna.

 

Cosa chiedono i nuovi abitanti della montagna?

Prima di tutto servizi essenziali, come scuola, trasporto, sanità, ma non solo. I nuovi abitanti hanno domande maggiori rispetto agli abitanti storici della montagna. Se il pubblico non si allea con il privato nel dare risposte, dalla cultura ai trasporti, alla valorizzazione del territorio, rischia di perdere. E la frammentazione dei comuni rappresenta in tale contesto un elemento aggiuntivo di debolezza. L’alleanza tra pubblico e privato, imprese ed enti locali, per noi è un fattore decisivo, tutto da costruire, non siamo all’anno zero ma quasi. 

 

Parlando di nuovi abitanti, nei mesi scorsi Uncem ha lanciato un questionario per avviare la raccolta di informazioni, volte a definire una sorta di identikit di chi sceglie oggi di andare a vivere in montagna. Cosa sta emergendo?

Sono arrivate circa 500 risposte, che non sono poche, ma vorrei arrivare a 1000, quindi attendiamo ancora qualche mese. 1000 risposte rappresentano un campione significativo per svolgere un’analisi dei dati. È molto importante per noi avere questo spaccato e metterlo a disposizione dei sindaci e degli amministratori dei territori, perché, come vi dicevo, molto spesso tante cose non si sanno. Abbiamo intuizioni, percezioni, ma non è detto che siano quelle giuste, così come non è detto che rimangano invariate. Quello che immaginavamo anni fa, su chi vive e lavora sui territori, è mutato e muta velocemente. 

 

Ultima domanda, un po’ scomoda. Sappiamo bene che Uncem non apprezzi l’utilizzo del termine “spopolamento”, in associazione ai territori montani e aree interne. Ci può spiegare perché? 

Nel Rapporto Montagne Italia abbiamo detto chiaramente che la parola spopolamento sia da evitare e sostituire con la complessità dell’evoluzione demografica. L’invecchiamento della popolazione nei territori è molto forte; l’emigrazione, di giovani e meno giovani, è anch’essa molto forte, non solo nel Mezzogiorno. Quello che descriviamo nel Rapporto, hanno ragione in molti a dire che è un fenomeno di neopopolamento, che si concentra nelle basse valli, non nelle alte valli. Spopolamento non mi piace, non risponde alla realtà, una realtà che dobbiamo indagare. Però, dobbiamo prestare attenzione a non cullarci da una parte e dell’altra. Evitiamo di considerare lo spopolamento come sinonimo di “va tutto male” e il neopopolamento come sinonimo di “sta andando tutto benissimo”. 

Complessivamente, in Italia si prospetta la perdita di 5 milioni di abitanti nei prossimi 25 anni. Siamo un Paese che non fa figli, né in montagna né in città. Il sistema della demografia è ancora poco studiato dagli amministratori e da chi ha responsabilità politiche, per cui prestiamo massima attenzione ai numeri. I numeri ci devono orientare, far togliere di mezzo le parole errate, supportarci nel comprendere come sarà il futuro della montagna nei prossimi decenni, cosa ricercano e ricercheranno i nuovi abitanti. Abbiamo fatto 88 presentazioni del Rapporto tra giugno e dicembre, che ci hanno permesso non tanto di promuovere un libro ma di incontrare persone, amministratori e avere un dialogo con chi vive e lavora nei territori. Questo ha permesso anche di guardare ai numeri ed elaborare, in modo più accurato, ciò che sta succedendo. Dobbiamo evitare di illuderci che quei 100.000 nuovi abitanti che sono emersi dal Rapporto, siano l’avvio di una successione di dati sempre positivi. Ai Sindaci dico “Lavoriamo su questi temi per evitare di fare investimenti sbagliati, piuttosto che illuderci che tutto vada bene”.