Una vignetta che dipinge la situazione ai campi base © M. Cornolti (annuario CAI Bergamo)Il problema dell'overtourism - anche in Himalaya- è di grande attualità, in cima alle agende dei siti d'informazione specializzati e non. Ma non è una novità, suggerendo il fatto che talvolta gli argomenti, le problematiche, sono solo parcheggiati lì, in attesa di essere ciclicamente trattati. Prova ne è un reportage di grandissimo valore, pubblicato sull'annuario 1985 del CAI di Bergamo.
L'articolo porta la firma di Roberto Ferrante; il pezzo introduce le considerazioni di Augusto Zanotti, veterano di diverse spedizioni himalayane (Nanga Parbat, Lupkag Sar) oltre a quella - datata appunto 1985- e denominata Città di Bergamo, con la quale i componenti della missione intendevano salire il Gasherbrum II, obiettivo poi sfumato per maltempo. "Quando si descrive l'ambiente in cui si muove una spedizione alpina impegnata nella conquista di qualche vetta himalayana, di solito si parla di paesaggio suggestivo, di panorami immacolati, di ambiente incontaminato; in altre parole di quella poesia della montagna fatta di solitudine, di silenzio, di natura intatta e ancora da esplorare. Ma è veramente così? Chi è stato da quelle parti dice di no. (...) Oltre che con gli imprevisti del maltempo e con le insidie della montagna, gli alpinisti devono fare i conti anche con le conseguenze di un inquinamento e di un degrado che di anno in anno si vanno facendo sempre più generalizzati. E c'è anche il turismo, per così dire "di massa" che è arrivato fino a 6000 metri, e la cui presenza non migliora di certo la situazione".
La spedizione in marcia. Sullo sfondo il G1 © Annuario CAI BergamoZanotti entra nel merito della questione delineata da Ferrante. "Quest'anno eravamo veramente in tanti. Anzi eravamo in troppi. Con esattezza non so, ma credo che nel periodo in cui queste scalate sono possibili, in zona vi siano state non meno di cinquanta spedizioni, alle quali si aggiungono i gruppi dei "trekking". Io credo che nel complesso vi siano state non meno di mille persone. E tutte negli stessi posti. Se a questa circostanza si aggiunge che moltissimi mantengono anche in montagna lo stesso comportamento che usano in città o in campagna, lasciando i rifiuti dove capita, e sbarazzandosi degli oggetti non più necessari dove è più comodo, si comprenderà facilmente come il degrado naturalistico e l'inquinamento abbiamo ormai raggiunto dimensioni vistose ed assurde (...). Ho visto con i miei occhi - racconta ancora Zanotti - sacchi di plastica accostati l'uno all'altro, sci e tende parzialmente bruciate perché non più utilizzabili, decine di lattine di birra e coca-cola buttate qua e là, chili di cibo disseminati nella neve o sul ghiaccio, materiali vari accatastati alla bell'e meglio in attesa non si sa di chi".
Zanotti fornisce uno spaccato preciso e impietoso della situazione, con dovizia di particolare sui costi: economici, ma anche ambientali. "Vi sono tariffe legale all'altezza della vetta che s'intende raggiungere. Posso fare alcuni esempi. Quest'anno, la tariffa per il Gasherbrum era di 2 milioni e 700 mila lire, per il K2, che è più alto, era di 4 milioni e mezzo. Nel 1986, però, queste cifre saranno aumentate. Chi vorrà tentare di scalare la prima montagna dovrà pagare 4 milioni e mezzo, per la seconda invece si è arrivati ad otto milioni di lire. Poi ci sono i trekking, le cui tariffe vanno da un minimo di 300 mila ad un massimo di mezzo milione di lire. Queste cifre vengono richieste quale corrispettivo di alcuni servizi, non ultimo quello della salvaguardia dell'ambiente in cui le spedizioni operano; salvaguardia che, come abbiamo visto, lascia alquanto a desiderare".
Sono passati 40 anni scarsi, ma i problemi sono gli stessi. Si può poi discutere sul "si stava meglio quando si stava peggio", ma la sostanza del discorso è un'altra: inquinamento e overtourism in Himalaya sono un problema che ci trasciniamo sostanzialmente da mezzo secolo. Quando lo affronteremo seriamente, a partire dal settaggio dei nostri obiettivi di escursionisti e alpinisti?