Ricostruzione artistica di un rinoceronte lanoso - Foto Mauricio Antón © 2008 Public Library of Science - Wikimedia Commons, CC BY 2.5
Ritratto di un rinoceronte lanoso - Foto Inocybe - Wikimedia Commons, Public Domain
Lo scheletro di un rinoceronte lanoso - Foto By Didier Descouens - Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0,
Ricostruzione artistica della fauna del Pleistocene - Foto Mauricio Antón © 2008 Public Library of Science - Wikimedia Commons , CC BY 2.5
Rinoceronte lanoso al Natural History Museum - Foto Paul Hudson - Wikimedia commons, CC BY 2.0Il permafrost siberiano, custode per millenni dei resti della fauna che, nell’era glaciale, popolava le steppe artiche, si sta rivelando un tesoro sempre più prezioso per la scienza. L’avanzare della tecnologia sta consentendo infatti ai ricercatori di leggere nuove pagine dell’antico libro della Preistoria, attraverso l'analisi di antichi reperti.
Solo pochi mesi fa, il sequenziamento dell'RNA di un mammut lanoso ha permesso di ricostruire, mediante analisi dell’espressione genica, gli ultimi istanti di vita di un giovane esemplare, ribattezzato Yuka. Passo dopo passo, gli scienziati si stanno avvicinando a risposte rimaste a lungo insolute. Tra queste, una delle domande più complesse della paleontologia è quando e perché siano scomparse le specie iconiche dell'era glaciale.
Uno studio di recente pubblicazione sulla rivista scientifica Genome Biology and Evolution, getta nuova luce sulla storia del rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis), animale simbolo, insieme al mammut, della cosiddetta “steppa dei mammut”, un vasto ecosistema freddo e secco che si estendeva dall'Europa all'Asia orientale durante il Pleistocene. Al pari del suo celebre “vicino di casa” dalle lunghe zanne, il rinoceronte lanoso aveva sviluppato una folta pelliccia, adattamento fondamentale per resistere al clima rigido. Caratteristica peculiare era inoltre la presenza di un imponente corno appiattito lateralmente, particolarmente utile per spostare la neve alla ricerca di vegetazione.
Sulla base di studi precedenti, la sua estinzione è stata collocata attorno a 14.000 anni fa, tuttavia la dinamica del declino della specie era rimasta finora alquanto incerta. Il nuovo studio, coordinato dal Centro di ricerca per la Paleontologia di Stoccolma, ha consentito di ottenere dati utili a ricostruire l’ultimo capitolo di storia del Coelodonta antiquitatis, attraverso una indagine unica nel suo genere: il sequenziamento di DNA estratto dai resti di un rinoceronte conservati nello stomaco di un cucciolo di lupo.
Come e quando si è estinto il rinoceronte lanoso
Durante l’era glaciale, i rinoceronti lanosi rappresentavano una delle prede dei lupi ed è proprio dall’ultimo pasto di un lupo che la ricerca svedese prende il via. Nel corso dell’autopsia di un giovane esemplare, i cui resti sono stati rinvenuti nel permafrost, presso il villaggio siberiano di Tumat, i ricercatori sono riusciti a recuperare frammenti di tessuto muscolare appartenente a una preda.
Il ritrovamento rappresenta un caso eccezionale di conservazione: il congelamento quasi immediato della carcassa del lupo, probabilmente vittima del crollo di una tana, ha infatti "bloccato" i processi digestivi, proteggendo il tessuto dall'azione degradativa degli acidi gastrici e degli enzimi che, in condizioni normali, avrebbero distrutto ogni traccia biologica in poche ore.
Inizialmente ritenuti appartenere a un leone delle caverne, i resti di tessuto muscolare sono stati attribuiti, mediante sequenziamento del DNA e datazione al radiocarbonio, a un rinoceronte lanoso vissuto circa 14.400 anni fa. Il sequenziamento completo del genoma, a partire da un campione di tessuto particolarmente degradato ed inevitabilmente contaminato dal DNA del predatore, rappresenta un unicum negli studi genetici finora condotti.
Ricordando che l’estinzione del rinoceronte lanoso sia stimata attorno ai 14.000 anni fa, l’esemplare di Tumat si presenta come una sorta di "testimone oculare" dell'ultima fase di vita della sua specie sulla Terra.
Come spiegano i ricercatori, nella maggioranza dei casi, l’estinzione di una specie è preceduta da una fase di riduzione delle dimensioni della popolazione e dell’areale geografico da essa occupato, fenomeno che determina una crescente vulnerabilità nei confronti di “eventi ambientali, demografici genetici stocastici”. A livello genetico, una popolazione di piccole dimensioni risulta particolarmente esposta al rischio di deriva genetica e aumento di consanguineità.
Per validare tale ipotesi, il genoma del rinoceronte di Tumat è stato confrontato con quello di altri due esemplari più antichi, risalenti a 18.000 e 49.000 anni fa. A discapito delle aspettative, l’analisi genetica non ha rilevato un aumento della consanguineità, portando a escludere che l’estinzione sia stata preceduta da una riduzione delle dimensioni della popolazione, né segni di deterioramento genetico.
La conclusione cui sono giunti i ricercatori è che, fino a pochi secoli prima della loro scomparsa, i rinoceronti siberiani fossero numerosi e in salute e che la loro estinzione potrebbe essere avvenuta rapidamente. Sorge a questo punto spontanea una nuova domanda: qual è stata la causa scatenante? Forse l'uomo?
"I nostri risultati mostrano che i rinoceronti lanosi hanno avuto una popolazione vitale per 15.000 anni dopo l'arrivo dei primi esseri umani nella Siberia nord-orientale, il che suggerisce che l'estinzione sia stata causata dal riscaldamento climatico, piuttosto che dalla caccia umana", afferma Love Dalén, professore di genomica evolutiva presso il Centro di paleogenetica.
L’estinzione sarebbe infatti avvenuta durante l'interstadiale di Bølling-Allerød, un periodo di rapido riscaldamento globale, avvenuto alla fine dell'era glaciale, tra circa 14.700 e 12.700 anni fa. La trasformazione della steppa arida in un paesaggio dominato da arbusti e foreste avrebbe sostanzialmente distrutto l'habitat del rinoceronte in un arco di tempo troppo breve per permetterne l'adattamento.
Ecco che lo studio di antiche popolazioni, scomparse migliaia di anni fa dal Pianeta, rivela tutto il suo potenziale come strumento scientifico a supporto della conservazione della biodiversità nei tempi moderni. Studiare come antiche specie, apparentemente floride, siano improvvisamente scomparse, non è solo un esercizio di ricostruzione storica ma una lezione preziosa per il presente e il futuro: la salute genetica, pur fondamentale, può non bastare a salvare una specie di fronte a mutamenti ambientali estremamente rapidi.