Veloci e leggeri, un approccio moderno per la prima invernale in giornata alla Philipp-Flamm @M. Valmassoi
Notare le scarpette con i calzettoni @M. Valmassoi
La cordata Panciera-Valmassoi @M. Valmassoi
La recente ripetizione della Philipp-Flamm alla nord-ovest della Civetta da parte di Matteo Della Bordella e Dario Eynard ha riportato l'attenzione su una via sempre molto ambita, un itinerario che in inverno come in estate è un grande traguardo da segnare in un curriculum alpinistico. La salita di metà gennaio ha visto Matteo e Dario bivaccare per ben due notti in parete: nessuna fretta di concludere la via e - complici condizioni nevose più abbondanti del previsto- un approccio al giusto ritmo, ben più misurato della prima invernale in giornata, di ben 38 anni prima.
In quell'occasione, Mauro Valmassoi e Renato Panciera riuscirono a completare la via in poco più di 16 ore, anche perché salirono senza portare con loro nulla per bivaccare, con l'idea di essere il più possibile rapidi. A seguire uno stralcio di quella giornata, tratto dal libro La storia del gruppo Rocciatori Ragni di Pieve di Cadore, di Paolo Bonetti. “Renato, che conosce già la via, tirerà da primo e Mauro porterà l'unico zaino. L'equipaggiamento è leggero perché la loro intenzione è uscire senza bivacco: qualche provvista, due paia di guanti ciascuno, maglie di ricambio e il sacco da bivacco col quale, nel caso di non uscire in giornata, si sarebbe potuto 'tirare giorno'. Dicembre 1988, con due amici offertisi come portatori, Mauro e Renato si portano alla base della grande parete, ma una volta giunti in vista dell'attacco individuano sulle prime lunghezze una settantina di metri di corde fisse…"
Il materiale appartiene a tre scalatori della Val Pusteria: hanno lo stesso obiettivo, ma in attesa dell'alba stanno bivaccando al Coldai. E qui Valmassoi e Panciera azzardano il colpo da novanta. Sono allenati e determinatissimi, ma serve quel pizzico di lucida follia in più. "Bisogna che andiamo da primi se no non potremo mai sorpassarli! fa Renato. Bisogna essere leggeri, puntare a farla in giornata e rischiare un po', sacrificando i sacchi da bivacco. Alle quattro del mattino la frontale dei pusteresi indica che i tre sono a un'ora di cammino. Renato e Mauro risalgono allora velocemente il tratto attrezzato con corde e, senza attendere la luce, iniziano l'arrampicata mentre i pusteresi si accingono ad attaccare. Costantemente distanziate di circa due lunghezze le due cordate si innalzano lungo il diedro finché alle 17.00 ritorna il buio. Mancano ancora 200 metri di canali e camini. A occidente, algida, si individua la Marmolada. Non c'è ancora luna, i pusteresi si apprestano al bivacco, Renato prosegue con l'unica pila frontale, Mauro lo segue tentoni, il vento ostacola la possibilità di intendersi. Alle 20.30 Renato e Mauro sono sulla cima spazzata da un vento gelido”.
I due impiegarono poi altre 12 ore per tornare a Pralongo, anche perché non erano equipaggiati con gli scarponi, come ci ricorda lo stesso Valmassoi. “Renato aveva delle scarpe da ginnastica, io avevo solo le scarpette. Un paio di Mariacher: le avevo imbottite con i calzettoni e poi avevo spalmato il grasso. Avevo portato con me anche dei ramponcini da cacciatore, quelli che andavano solo sui talloni, ma poi non li ho nemmeno utilizzati. In cima abbiamo riposato giusto una mezz'ora, poi abbiamo iniziato a scendere, con il martello mi aiutavo a intagliare delle tacchettine nel ghiaccio. A un certo punto però mi sono bloccato, non riuscivo più ad andare avanti. Allora Renato ha piantato un paio di chiodi, più che altro un pro forma per darmi un po' di fiducia. Così siamo arrivati alla ferrata”.
Anche la salita aveva riservato qualche imprevisto. “La parete iniziale era in condizioni perfette, noi eravamo molto allenati e siamo saliti bene. Un problema lo abbiamo avuto in alto, perché mi è scappata giù la frontale e così è andato avanti Renato, che aveva una pila e io dietro a tentoni, non vedevo niente. In cima i canali erano ghiacciati, ha arrampicato tutto sul bordo, stando sullo spigolo, protezioni poche”.
L'impresa era stata preparata per tempo e con cura. “Panciera era abituato a fare un po' da sherpa a Soro Dorotei e Giuliano De Marchi, portavano sempre tanta roba. Lui però voleva andare leggero, aveva maturato questo approccio e così avevamo deciso che sarebbe stata la nostra salita. Quell'inverno ci furono poche perturbazioni, la cosa ci aiutò, anche se tutti ci dicevano che era una impresa impossibile. Ma eravamo ben convinti. E pochi giorni dopo di noi, l'ha attaccata anche Massarotto, che l'ha fatta in solitaria, con tre bivacchi”.