Foto Alessandro Carlini.
Foto Alessandro Carlini.
Foto Alessandro Carlini.
Foto Alessandro Carlini.
Foto Alessandro Carlini.Un’automobile sfreccia all’alba nella pianura ancora immersa nel silenzio. Una speranza di salvezza piena di incognite. Un cuore che sta per smettere di battere e uno che sta per dargli una nuova vita. Il neon dei corridoi di un ospedale. La visione di montagne maestose fra le luci dei macchinari, prima che l’anestesia spenga ogni senso. L’inizio del libro di Alessandro Carlini, I battiti della montagna (pp. 192, 18 euro, CAI Edizioni 2026, prefazione di Enrico Camanni), emoziona per la capacità di cogliere al contempo tutta la fragilità e la forza degli esseri umani.
Dentro c’è una storia che vale la pena conoscere: quella di un ragazzo che a 12 anni inizia a soffrire di scompenso cardiaco e a 50 anni si trova a salire a 3500 metri con un cuore e pure un rene nuovo, visto che nel frattempo la malattia ha compromesso anche quello. Per chi subisce un doppio trapianto, in gergo tecnico un “trapianto combinato”, non è un esito scontato, anzi, possiamo dire che è straordinario: la dimostrazione che il cuore non è solo un organo, che il corpo non è solo chimica, che ogni pronostico medico deve fare i conti con la voglia di vivere.
Una promessa prima che il cuore si fermi per sempre. Una di quelle che si pronunciano all’alba quando, dopo il preludio di un’aurora dalle dita di rosa, nel bosco di un altopiano lontano da queste mura sterilizzate si compie il brivido della creazione, nel fremere dell’erba non sfiorata dall’aria, nel vibrare delle fronde degli alberi.
Un’automobile macina veloce chilometri nella pianura e trasporta una speranza di salvezza, quella cosa fragile che sopravvive anche quando tutto sembra perduto.
DOPPIO COMPLEANNO
Alessandro Carlini è nato il 6 ottobre 1976. Ma anche il 21 aprile 2021. Il giorno del trapianto. Il percorso che arriva a quella data è fatto di peggioramenti ma anche di miglioramenti, proprio grazie a una costante attività fisica, praticata ostinatamente, con l’obiettivo di salire un giorno in montagna: “Sono entrato e uscito dalle liste d’attesa almeno un paio di volte” racconta, prima del tracollo definitivo del cuore. “Ancora oggi i cardiologi dicono che la mia malattia è stata strana. A 20 anni giravo con la bomboletta dell’ossigeno perché avevo paura di avere una crisi respiratoria e adesso che ne ho 50 mi sento più giovane di prima. Per assurdo, una malattia che ti potrebbe uccidere in ogni istante per anni può farti ringiovanire, se la superi, sconvolgendo le regole dell’invecchiamento”.
Senza retorica, spiega cosa significa quella malattia: l’affanno che arriva dopo pochi passi, ma anche un cuore che si riempie facilmente di acqua, la quale va a finire nei polmoni, e dunque l’obbligo di bere poco: due bottigliette al giorno. Un’arsura costante. Poi, una volta entrato in lista d’attesa, il divieto di allontanarsi oltre il raggio di 200 km, pari a 3 ore di distanza dall’ospedale, in caso serva correre. E a un certo punto è servito. “C’è un donatore”.
I battiti del cuore accelerano per l’ultima volta, come in alta quota quando l’aria si assottiglia.
Ti prometto che andrò a cercare le montagne che ho sognato.
Ti prometto che tornerò.
Come Carlini, giornalista ferrarese dell’Agenzia ANSA autore di diversi libri storici, sia riuscito a diventare più forte del suo destino, sta dentro a pagine scritte molti anni prima di lui. Nelle parole di chi ha affrontato le guerre e partecipato alla Resistenza ha trovato la forza di andare avanti, restituendo a noi oggi il senso di appartenenza alla comunità umana, in un’ideale staffetta che attraversa il tempo e le generazioni. Sono davvero tante le persone citate: non solo gli scrittori più noti, Beppe Fenoglio, Nuto Revelli, Primo Levi, Luigi Meneghello, Mario Rigoni Stern, Giovanna Zangrandi, ma anche persone semplici che hanno fatto la storia entrando loro malgrado nella Storia, e non solo. Alla loro voce si mescola quella di persone incontrate durante la via, come nelle Langhe la figlia di Fenoglio e una libraia a lui devota.
PAROLE IN MOVIMENTO
“È un libro che ho iniziato a pensare e scrivere già nei lunghi ricordi dell’ospedale, perché era un modo per allontanarsi dall’incubo quotidiano, una fuga in avanti con l’incognita di non arrivare al giorno in cui sarei ritornato in montagna. Anche se ‘ritornato’ non è la parola giusta: l’ho vissuta molto poco, perché la malattia me la diagnosticarono ufficialmente a 12 anni. Un’ipoteca sulla vita. Mi dissero una frase che non dimenticherò mai: tu potrai fare solo il topo da biblioteca. Io l’ho presa e l’ho usata per sopravvivere nei lunghi anni di attesa, traducendola poi in movimento, usando le parole lette di grandi autori come mappa mentale per arrivare finalmente sui luoghi che avevo solo sognato”.
In effetti nel libro usa proprio questa definizione: “parole in movimento”. Ma anche quella di “preghiere letterarie”: come se ogni capitolo fosse la tappa di una via crucis laica che ha attraversato all’inizio le dolci colline sopra Bologna, inoltrandosi poi su per l’Appennino emiliano, fino alle Langhe, alle Alpi della Val d’Aosta, e poi a est nelle Dolomiti, dal Cadore al Carso, attraverso l’Altopiano di Asiago e il Bellunese. Decine di vette, più o meno elevate, come si evince facilmente dall’infografica finale, in un crescendo altimetrico, in cui l’autore guadagna passi e dislivelli, e il lettore emozioni.
SENTIERI INTERROTTI
Sono in effetti tante le emozioni che riempiono le pagine: la pazienza dell’attesa, la paura di morire, l’ostinazione, la voglia di resistere alla malattia, la forza della speranza, la gratitudine. E si affastellano su sentieri percorsi per la prima volta, oppure iniziati molti anni prima e ora finalmente ripresi, i “sentieri interrotti”: “Quelli nuovi li avevo solo immaginati, ne avevo però letto talmente tanto, che una volta arrivato lì era come se li avessi vissuti davvero. I ‘sentieri interrotti’ invece sono quelli che ostinatamente mi ero illuso di poter salire, rendendomi invece conto della durissima realtà”. Una scena rende perfettamente l’idea: Alessandro che finalmente torna all’Ortigara con una pietra nello zaino. L’ha raccolta la prima volta all’inizio della via, la riporta ora in cima. Per lui, che non solo è uomo di pianura, ma è nato in un paese addirittura al di sotto del livello del mare, la montagna incarna il concetto di “riemersione”, il “sogno inarrivabile” che si staglia oltre la vastità in cui si perde lo sguardo, una “chimera”, “un’utopia”, un “limite” che finalmente si fa infrangere.
“Ho cercato di vivere i limiti come temporanei, benché le incognite fossero assolute. Ho fatto sei anni in lista di attesa, un tempo durante il quale gli organi da sostituire sono diventati due, con l’idea assoluta di scivolare nell’abisso, di non farcela: si resta in lista anni per un solo organo, figuriamoci due… A un certo punto ho pensato che non sarei riuscito ad arrivare in fondo”.
Ho cercato di vivere i limiti come temporanei, benché le incognite fossero assolute (…) si resta in lista anni per un solo organo, figuriamoci due… A un certo punto ho pensato che non sarei riuscito ad arrivare in fondo.
“C’è questa frase che mi ripetevo in quegli anni, sembra un paradosso, ma non lo è: se non riesci a camminare corri. Non ha senso, ma ce l’ha: significa che bisogna pensare di più all’idea di allontanarsi dal momento che ci limita in ogni cosa, e pensare all’impossibile”.
LA RESISTENZA
Di resistenza si parla sia con la minuscola, come atteggiamento, che con la maiuscola, Resistenza. Quella che per molti fu la scelta della montagna. Si parla perfino della meno nota Resistenza tedesca. A tutti i significati che il termine può avere, Carlini aggiunge ovviamente il suo: “Sono tante le emozioni che ancora oggi mi spingono a esplorare, molti i luoghi in cui voglio andare, benché la mia esperienza non sia paragonabile a quella gigantesca che narrano queste donne e questi uomini che hanno vissuto di tutto. Ma siamo simili nell’ascesa in montagna: in fondo la vita stessa è un’ascesa, attraverso difficoltà enormi che ci accomunano a tanti altri che si sono mossi verso quel sentiero, ciascuno con la propria vicenda. Ho amato la capacità di aver trasformato il trauma, il dolore in bellezza attraverso la montagna, pur senza averne voluto dare un’immagine edulcorata e falsa. Benché abbia incontrato anche simboli religiosi, ho cercato di restituire sacralità, in senso laico, a quest’ascesa, che non può che essere ringraziamento di un essere umano a un altro essere umano al livello più alto: in quei luoghi dove migliaia di persone sono morte io cerco la vita, avendone dentro di me una che non c’è più. Offro il mio migliore omaggio a tutte le vite perse e alla vita di chiunque scenda in mezzo ai pericoli, alle difficoltà, con l’idea che ciò che è là all’orizzonte sia meraviglioso”.
In quei luoghi dove migliaia di persone sono morte io cerco la vita, avendone dentro di me una che non c’è più.
SOPRAVVISSUTI, COME FANTIN
Il primo capitolo inizia con Mario Fantin. Per un puro caso, Carlini si è infatti ritrovato ad abitare nella stessa casa del documentarista bolognese che ha filmato le spettacolari immagini del K2, nel 1954. È una figura che torna qua e là, a cui lo accomuna la condizione di sopravvissuto: “Il destino mi ha portato in un luogo che trasudava montagna, anche se di Fantin era rimasto solo un vecchio armadio, che immaginavo avesse contenuto un tempo il suo archivio e la sua attrezzatura, e in cantina i suoi libri. Me li andavo a leggere, guardando le foto in bianco e nero dei ghiacciai dove era stato… Ho voluto saperne di più su Fantin, sopravvissuto alla guerra, e per me è stato un segno fortissimo che mi ha spronato ad andare avanti: sapere che ogni giorno ci sono piccole cose che ti fanno capire che sei sulla strada giusta, che ce la farai. Mi ha aiutato nei momenti di crisi”.
Ho voluto saperne di più su Fantin, sopravvissuto alla guerra, e per me è stato un segno fortissimo che mi ha spronato ad andare avanti: sapere che ogni giorno ci sono piccole cose che ti fanno capire che sei sulla strada giusta, che ce la farai. Mi ha aiutato nei momenti di crisi.
“Insieme ai medici e alle persone che mi sono state vicine, la letteratura mi ha salvato: nei momenti in cui sei solo, solo un libro ti può parlare, e nel mio caso i libri di quelle persone che avevano superato l’inimmaginabile, sopravvivendo l’inimmaginabile. Se avevo sete andavo a leggere di chi aveva avuto molta più sete di me. Se avevo fame, di chi aveva avuto più fame di me. Se avevo paura, di chi ne aveva avuta molta più di me. Quest’idea mi ha accompagnato in quei giorni neri a ritrovare la speranza in quei libri e farla mia, assorbirla. Fino all’ultimo baluardo che l’uomo ha contro l’abisso nero, che è la poesia. Perché la poesia è verso, è preghiera. L’ultima forma di resistenza possibile. Ecco perché Giuseppe Ungaretti, Clemente Rebora, Antonia Pozzi”.
Se avevo sete andavo a leggere di chi aveva avuto molta più sete di me. Se avevo fame, di chi aveva avuto più fame di me. Se avevo paura, di chi ne aveva avuta molta più di me. Quest’idea mi ha accompagnato in quei giorni neri a ritrovare la speranza in quei libri e farla mia, assorbirla.
Con Beppe Fenoglio ha in comune l’amore per la lingua inglese, e in generale è la cultura anglosassone a collegare tanti riferimenti: come quello a Vera Brittain, autrice del famoso Testament of Youth, sorella di un ufficiale morto durante la Prima guerra mondiale, e alla fotografa statunitense Margaret Bourke-White, che firmò importanti reportage della Seconda. Ma anche al vicentino Luigi Meneghello, uno dei “piccoli maestri” partigiani del Capitano Toni Giuriolo, fra il Bellunese e l’Altopiano di Asiago, che nel Dopoguerra si trasferì in Inghilterra dove insegnò per molti anni. “È un mondo che ho sempre amato, con quell’idea di arrivare lontano e cercare l’altrove. Non potevo che diventare un corrispondente dall’estero, unendo la mia passione per la storia, ricevuta da mio nonno materno, all’esigenza di raccontarla mentre accadeva”.
LA MONTAGNA CHE CURA
Com’è possibile che un uomo di pianura, senza una particolare spinta famigliare, senza la possibilità di frequentarla davvero, abbia iniziato ad amare così tanto la montagna, fino a trovarvi la migliore cura? “Con i miei quando avevo 4-5 anni andavo in Cadore, da turisti. Però fin da subito le Dolomiti mi hanno dato questa impressione di grandiosità, di immensità. Ero attratto da ogni forma di rilievo, amavo andare in quei luoghi difficili da raggiungere, perché in auto servivano ore, non come oggi, e amavo la lingua e le tradizioni di quella gente, così diverse dalle mie. Dai miei nonni contadini ho preso il legame con la terra, ma anche l’idea di non rimanere legato al luogo in cui sono nato, infatti ho vissuto molti anni all’estero, dieci a Londra, che è un po’ la mia seconda casa, poi negli USA e da giornalista ho fatto il corrispondente da Israele all’Argentina. La pianura in fondo è uno spazio aperto all’immaginazione e io fin da piccolo ho immaginato le montagne, ma non potendo salire il mondo in verticale, in questo enorme intervallo di tempo l’ho girato in orizzontale”.
Fin da piccolo ho immaginato le montagne, ma non potendo salire il mondo in verticale, in questo enorme intervallo di tempo l’ho girato in orizzontale.
130 BATTITI AL MINUTO
Serve svelare un piccolo retroscena editoriale: questo libro arriva a CAI Edizioni per il tramite di Livio Picchetto, oggi membro della Commissione Medica Centrale, al tempo presidente di quella tosco-emiliana. “La mia non vuole essere piaggeria, ma ho sempre voluto iscrivermi al CAI, di cui vedevo il simbolo quando andavo in montagna. Non sapevo nemmeno se solo gli alpinisti veri potessero farne parte. Prima dell’operazione ho passato una fase molto dura: ero entrato in ospedale per delle cure, ma ho avuto un tracollo molto rapido e importante, c’era il Covid, insomma sono rimasto ricoverato per 70 giorni, vivendo attaccato a flebo e macchinari, in attesa di un donatore che era diventato urgentissimo. Allora mi sono detto: se ce la faccio, mi devo iscrivere al CAI. E quindi già un paio di mesi dopo la dimissione, fra giugno e luglio 2021, senza ancora sapere fin dove sarei potuto arrivare, decisi di tesserarmi con il CAI di Bologna. Informandomi su chi avrebbe potuto seguirmi, ho contattato la Commissione medica di zona ed è così sono entrato in contatto con Livio”. Alpinista, medico, Picchetto non ha potuto non appassionarsi a quella storia incredibile, probabilmente un record vivente a cui i medici avevano inizialmente dato un solo limite: non superare i 130 battiti al minuto. Andarci piano, ma andare.
Prima dell’operazione ho passato una fase molto dura: ero entrato in ospedale per delle cure, ma ho avuto un tracollo molto rapido (…) sono rimasto ricoverato per 70 giorni, vivendo attaccato a flebo e macchinari, in attesa di un donatore che era diventato urgentissimo. Allora mi sono detto: se ce la faccio, mi devo iscrivere al CAI.
E pian piano, Carlini è salito, anche insieme a Livio, che oggi è un amico: il suo nome ricorre spesso nel libro. Soprattutto nei capitoli dedicati al ghiacciaio del Plateau Rosa, sul Cervino (3500 m), o al Monte Chaberton in Francia (3130 m), oltre la quota davvero solo sognata dei tremila metri, raggiunta con i dovuti accorgimenti. “Non è scontato avere una vita come la mia, dopo un doppio trapianto. Non conosco altre persone come me che sono riuscite ad arrivare così in alto, ma spero che ce ne siano sempre di più. È stata una scoperta dei limiti fisici e psicologici, con il timore di sconvolgere l’equilibrio che avevo raggiunto nel mio stato di salute. Non mi ricordavo nemmeno più cosa volesse dire stare bene, essere come gli altri. Dovunque io sia stato ho testato il sistema sanitario locale… Ogni giorno ringrazio i molti medici e le infermiere del Sant’Orsola che mi hanno seguito, a tutti loro ho dedicato il libro”. E un pensiero non può non correre a quella tremenda vicenda in cui tutto è andato storto, causando la morte di Domenico, il bimbo di Napoli che non è riuscito ad avere una seconda opportunità: “Mi ha addolorato molto quel fatto. Ho pensato ai bambini di pochi anni incontrati nel mio percorso. Da loro ho imparato cos’è il coraggio, hanno una grande forza, non si lamentano mai. Ho pensato a quella famiglia, e alla drammatica ricaduta di quel singolo episodio sull’intero sistema dei trapianti, che ogni giorno salva vite”.
Non mi ricordavo nemmeno più cosa volesse dire stare bene, essere come gli altri. Dovunque io sia stato ho testato il sistema sanitario locale… Ogni giorno ringrazio i molti medici e le infermiere del Sant’Orsola che mi hanno seguito, a tutti loro ho dedicato il libro.
ANDARE AVANTI INSIEME
“Penso che se non avessi avuto tutti i miei problemi non sarei la persona che sono oggi. La malattia è parte di te, il modo in cui la vivi ti segna nel male, ma anche nel bene. La forza di volontà può fare la differenza nella malattia, ma non bisogna mai arrivare a colpevolizzarsi se non va come si vuole. Non ci sono battaglie da combattere, non si vince e non si perde nulla. Lo sottolineerò sempre quando andrò a narrare la mia vicenda, allontanando l’idea che io abbia ‘vinto una guerra’, anche se parlo di guerre. Il libro non vuole assolutamente fare confronti o analogie”.
Non bisogna mai arrivare a colpevolizzarsi se non va come si vuole. Non ci sono battaglie da combattere, non si vince e non si perde nulla. Lo sottolineerò sempre quando andrò a narrare la mia vicenda, allontanando l’idea che io abbia ‘vinto una guerra’, anche se parlo di guerre.
E arriviamo allora a pronunciare due parole rimaste finora nell’aria: rigetto e donatore. Paradossalmente, un doppio trapianto ha meno rischio di rigetto, e infatti Alessandro ne ha sofferto proprio poco e solo all’inizio, e segue oggi una terapia blanda. Sono passati ormai 5 anni quasi esatti da quel 21 aprile 2021. Quanto al donatore, probabilmente è stata una donna: la persona che gli ha concesso una seconda possibilità e con cui ogni tanto si ritrova a dialogare: “Questo è l’aspetto più intimo e forte che racconto, ma mi piace condividerlo, perché è la testimonianza di una persona che non c’è più, ma che comunque va avanti ancora tramite me. È come se mi avesse passato il testimone della vita, e io a mia volta volessi dare un senso a questo passaggio, come scrive Enrico Camanni nella prefazione, compiendo un pellegrinaggio civile nei luoghi in cui altre persone hanno vissuto momenti che oggi ci sembrano lontani, ma in realtà non lo sono, perché li vediamo in tv ogni giorno. La mia è una testimonianza di pace, mentre il dialogo interiore che ho con questa persona si traduce nell’idea di camminare insieme”. Ma non solo: “In un’epoca ossessionata dal concetto di identità, io condivido un’identità cellulare con una persona che non c’è più e che contemporaneamente c’è ancora. È la magia della vita. Che cosa c’è di più grande di una spiritualità laica, se si può dire, che deriva dall’unione di due persone che vanno avanti insieme?”. E ancora: “In un mondo segnato dall’arroganza, ci sono famiglie che nel momento di massimo dolore scelgono di salvare altre persone. È uno degli esempi più grandi di umanità in un mondo che oggi ne dimentica troppo spesso il senso”.
In un’epoca ossessionata dal concetto di identità, io condivido un’identità cellulare con una persona che non c’è più e che contemporaneamente c’è ancora. È la magia della vita.