Versante Nord del monte Terminillo visto dal bosco Vallonina © Filippo Del Vecchio
Visuale del Terminillo visto dal Rifugio Angelo Sebastiani © Filippo Del Vecchio
Crocus in fiore a Campo Imperatore
La luminosa volta di un bosco in primavera © Denis Perilli
Il Cervino in primavera © PixabayDopo mesi in cui l’inverno ha coperto ogni cosa con il suo peso silenzioso, la primavera fa il contrario, affiora.
Comincia dal basso.
È la neve che si ritira, che si alleggerisce, che lascia spazio. La coperta bianca che per mesi ha nascosto tracce, forme e profili inizia a cedere ma non scompare all’improvviso. Si assottiglia, si rompe, si trasforma e torna ad essere acqua. Il sole ormai resta più a lungo nel cielo, guadagna altezza, insiste e anche se non ancora pieno, è continuo, e determinato riesce a sciogliere il gelo permettendo alla terra di liberarsi. Il terreno torna a farsi vedere. Scuro, bagnato, impregnato d’acqua e così anche i sentieri, che riemergono incerti, all’inizio segnati da fango e residui di neve, ma poi di nuovo leggibili.
La montagna che torna
La montagna, lenta si riapre, ed è da lì che tutto rinasce.
Dai prati umidi emergono i primi segni della stagione nascente. I ranuncoli gialli, i crochi lilla, bassi, quasi nascosti, i bucaneve bianchi come l’inverno appena passato sono luminosi, leggeri e conservano il colore di ciò che finisce, ma annunciano quello che sta arrivando. Rappresentano una soglia.
La primavera è questo: un passaggio lento, una rottura gentile in cui i colori cambiano senza fretta e dove prima c’era una sola tonalità, ora compare una tavolozza. Il bosco di abeti e larici, betulle e faggi, che per mesi è rimasto sospeso, riprende a muoversi. Gli alberi ancora spogli iniziano a mostrare le prime gemme, poi un verde sottile, brillante e la resina torna a profumare nell’aria delle ore più calde, quando il sole riesce a penetrare tra i rami nuovamente fitti.
Tornano anche i suoni.
All’inizio sono discreti, un fruscio, una brezza leggera tra i tronchi, poi gli uccelli che di ramo in ramo tornano a spostarsi e a conversare tra di loro riempiendo la valle muta e ghiacciata con un discorso apparentemente interrotto a causa del freddo.
E poi c’è l’acqua.
I torrenti, rimasti immobili, muti e nascosti sotto la morsa del ghiaccio, si liberano, riprendono lentamente a scorrere, a crescere, a farsi sentire con la loro eco tra le montagne. Dalle quote più alte scendono prima rivoli sempre più ampi, poi salti che diventano cascate. L’acqua taglia le pareti di roccia verticale, attraversa la valle riempiendo l’aria di un suono continuo che si unisce a quelli appena rinati. È un movimento che viene dall’alto, ma nasce da ciò che si scioglie.
In quota, il lento abbandono dell'inverno
Più in alto, però, l’inverno resiste ancora.
Sulle cime e nei canaloni, sui versanti in ombra dove l’inverno resiste più a lungo, le lingue di neve restano ancora aggrappate alla roccia. Ma non sono più piene, né stabili. Si aprono, si svuotano, cedono. Si lasciano andare, sciogliendosi e scorrendo poi dove la roccia si fa più inclinata, come se non sapessero di non poter più essere neve. È un lento abbandono, come un pianto della montagna che lascia scendere verso la valle le ultime tracce dell’inverno, mentre tutto intorno torna a vivere.
La primavera montana risale.
Parte dal prato, dai fiori, dalla terra bagnata per poi risalire lungo i tronchi, nelle gemme, nei rami. Poi attraversa il bosco, lo trasforma per poi infine raggiungere le quote più alte, dove l’inverno sembra ancora fermo, ma ha già iniziato a perdere la sua forza e la primavera mostra la sua grinta.
È un movimento lento, ma continuo che cambia anche l’aria.
Resta fresca, a tratti ancora fredda, soprattutto la sera. Ma è più limpida e i colori si distinguono meglio con i profili delle montagne che tornano nitidi, netti, disegnati come a segnare il confine tra terra e cielo.
È una stagione di apertura.
I sentieri tornano a mostrarsi, a farsi percorrere. Le quote intermedie si riempiono di passi e di soste. La montagna si lascia di nuovo attraversare, con gradualità, non ovunque, non ancora del tutto — più in alto l’inverno resiste e richiede rispetto — ma abbastanza perché si torni a salire. Anche il modo di viverla cambia e ci si alleggerisce, si porta meno, si cammina con più leggerezza.
E con il cambiamento, si modifica anche ciò che si prova.
La primavera porta con sé un’energia quieta, una disponibilità nuova a guardare e ad ascoltare. È la stagione in cui la montagna torna a essere vissuta senza difese, senza eccessi. Lo spazio si apre, le linee si fanno più morbide e i pensieri più leggeri. Nel bosco, ogni elemento torna a far parte di un insieme con gli animali che tornano a riviverlo, gli uccelli si cercano, le piante crescono. È in corso la rinascita di un equilibrio che lentamente si ricompone, fatto di dipendenze sottili.
La primavera è una sinfonia.
Non esplode, si costruisce strato dopo strato, suono dopo suono. Dalla terra all’acqua, dall’acqua all’aria, arrivando poi agli alberi fino alle cime più alte, e dentro questo movimento, la valle si riempie di vita. Tutto riprende, tutto si mostra.
L'inevitabile scorrere del tempo
La primavera è un risveglio, non improvviso, ma inevitabile.
Il tratto più evidente della primavera in montagna forse è proprio questo: non essere un momento, ma un processo che emerge, che non sostituisce l’inverno ma lo trasforma.
Dal basso verso l’alto, lentamente, fino a quando non resta più nulla da sciogliere. Fino a quando la luce, il verde e l’acqua diventano una sola cosa.
E allora sì, la montagna è di nuovo aperta e si può tornare a camminarci dentro, con passo leggero.