La montagna emotiva - tempera che sottolinea la grandezza della natura in una notte d'inverno © Filippo Del Vecchio
© Filippo Del VecchioLe montagne non passano di certo inosservate. Se non altro per le loro dimensioni, che difficilmente possono sfuggire all’occhio umano. Eppure, per secoli, non le ha viste nessuno. Detta così può sembrare una provocazione, ma ha un fondo di verità, per lo meno in un determinato periodo storico.
Facciamo qualche esempio
La cultura occidentale del XVII secolo non le “vedeva”, non le considerava perché mancava la categoria in cui poterle inquadrare e quella più adatta per poterle anche solo pensare o immaginare. È per questo semplice ma anche particolare motivo che si potrebbe rischiare di dire che le montagne rappresentano una delle dimostrazioni più eloquenti del fatto che ciò che vediamo dipende dal modo in cui lo pensiamo.
Le cime, alte e fiere della loro anarchia naturale, ondeggianti, frastagliate e caotiche, non potevano attirare l’attenzione della tradizione classica, impegnata invece ad esaltare la perfezione geometrica delle simmetrie, le proporzioni e l’equilibrio delle linee perfette come paradigma di bellezza. Semplicemente, esistevano cose considerate belle e cose che non lo erano. La montagna con i suoi tagli e le sue dimensioni, così come la foresta con il suo scuro mistero o il mare increspato dalla tempesta, non appagavano l’occhio né i requisiti del “bello” e per questo non ne facevano parte.
Poi qualcosa cambiò.
Dopotutto, quella presenza di roccia immobile, incombente e minacciosa restava lì e là sarebbe rimasta, in attesa soltanto di essere notata e considerata da uno sguardo diverso. Non fu però solo l’occhio ad accorgersene: furono il cuore, i sensi e le emozioni, che iniziarono a diventare parte del pensiero e della riflessione sulla natura.
Cambiò la letteratura, cambiò la pittura, cambiò la filosofia e cambiò anche il modo di pensare il paesaggio che faceva da sfondo alla vita quotidiana. Ed è proprio dall’essere solo uno sfondo che la natura, con la sua irruenza e la sua maestosità, si prese tele, pagine e pensieri, divenendo protagonista.
Da realtà a pensiero
L’uomo è lì, presente, al centro ma piccolo rispetto a ciò che contempla, inerme di fronte a una natura spaventosamente superiore. È anche in quel periodo che in Europa prendono il via le prime spedizioni attraverso le Alpi e le grandi imprese esplorative, come la prima ascensione del Monte Bianco nel 1786, che segna simbolicamente per molti l’inizio della storia dell’alpinismo. Queste spedizioni portarono l’uomo, prima esploratore curioso e poi alpinista, a conoscere e imparare le forme della montagna, i colori, le ombre e gli umori che emergono quando ci si trova davvero a contatto con essa.
Fu proprio in questo contesto che filosofi come Edmund Burke e Immanuel Kant iniziarono a interrogarsi sulle sensazioni che la natura — e quindi anche una montagna — può suscitare nell’uomo: bellezza, stupore, terrore.
Nel 1756 l’irlandese Edmund Burke fece rivivere l’antico termine greco “sublime”. Osservando l’effetto che i paesaggi montani producevano sulle persone, notò come essi generassero sentimenti contrastanti. Non si trattava della bellezza classica, fatta di misura e armonia, ma di qualcosa di diverso: un paesaggio così grande e maestoso da risultare quasi indescrivibile. Per Burke le montagne erano l’antitesi del paesaggio culturale e ordinato dell’uomo: irregolari, potenti, oscure. Proprio per questo erano capaci di suscitare allo stesso tempo paura e meraviglia.
Ecco perché le definì sublimi.
Secondo Burke, l’esperienza di un paesaggio minaccioso può persino dare soddisfazione, a condizione che la minaccia resti a distanza e non si materializzi davvero. In montagna questa sensazione diventa particolarmente intensa: il senso di pericolo e grandezza ci affascina proprio perché lo osserviamo senza esserne travolti. Burke stesso non era un grande camminatore, ma la sua riflessione contribuì a diffondere un nuovo rispetto estetico per le montagne.
Il sublime nasce infatti dal timore, dalla vertigine, da quella paura che non paralizza perché osservata da lontano e che proprio per questo affascina. Non è il piacere calmo del bello ma un’emozione più violenta, che scuote e resta. Burke lo descriveva come ciò che non consola ma travolge; ciò che non è armonioso ma grande, oscuro e potente.
Attrazione e rifiuto
Immanuel Kant andò oltre, riconoscendo nel sublime non solo una qualità delle cose ma soprattutto un’esperienza dell’uomo. Il sublime emerge quando ciò che abbiamo davanti è troppo grande per essere misurato, troppo potente per essere contenuto dallo sguardo o dal pensiero. Una montagna, appunto.
In quel momento l’uomo si scopre fragile e minuscolo ma allo stesso tempo consapevole di possedere qualcosa che la natura non ha: la capacità di comprendere. L’uomo inizia a sentire e pensare la grandezza, e così ciò che prima era stato rifiutato perché irregolare, disordinato e minaccioso trovò finalmente un posto nel pensiero umano.
Non perché fosse diventato bello, ma perché era diventato necessario.
Necessario per misurare il limite dell’uomo, per ricordargli la propria finitezza e insieme la propria altezza interiore. In tutto questo le montagne non hanno mai cambiato forma: semmai hanno cambiato noi.
La montagna divenne allora il luogo privilegiato di questa nuova esperienza, passando dall’essere una semplice massa di roccia a una soglia tra paura e meraviglia, tra attrazione e rifiuto. Un luogo che non può essere dominato ma solo attraversato e che, come ogni grande emozione, non si lascia capire del tutto.
L’orizzonte di roccia, continuo e frastagliato nel cielo, diviene un’emozione visibile, come a segnare il ritmo di un cuore che batte forte davanti a qualcosa di grande, tangibile e mai uguale, proprio come le cime, nessuna identica all’altra.
È per questo che il rapporto tra l’uomo e la montagna resta così ambiguo e profondo allo stesso tempo, talvolta difficile da spiegare ma in fondo anche evidente. Forse sono proprio le emozioni a muovere chi ama le montagne: il desiderio di esplorarle, scalarle, attraversarle o semplicemente di abitarle per qualche giorno in un rifugio, per ritrovare sensazioni che altrove sembrano dissolversi. Oppure accade il contrario. Molti affrontano la montagna proprio per prendere le distanze dalle emozioni che essa suscita, cercando nel gesto dell’andare una forma di silenzio interiore.
Forse entrambe le cose.
Perché davanti alla montagna non scopriamo solo la grandezza della natura, ma anche la profondità di ciò che siamo.