Il ghiacciaio dell'Adamello visto dal rifugio Mandron © Denis Redolfi
Le condizioni meteo durante il soccorso ai due scialpinisti © Denis Redolfi
Denis Redolfi, gestore del rifuglio Mandron, Guida alpina e Tecnico di elisoccorso © Denis Redolfi
Il rifugio Mandron in inverno © Denis Redolfi
Nella notte in cui due scialpinisti piemontesi sono rimasti bloccati dalla bufera tra il Rifugio Mandron e il Rifugio ai Caduti dell’Adamello, il Mandron ha mostrato il suo volto più essenziale: non solo un luogo d’accoglienza, ma un vero e proprio presidio di alta montagna. Denis Redolfi, gestore del rifugio, guida alpina e tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino e Speleologico, osserva ormai da anni il cambiamento del pubblico che frequenta l’alta quota e mette in guardia da una deriva precisa, quella di raccontare i rifugi come hotel e la montagna come un’esperienza facile e accessibile a tutti.
In prima linea
In un intervento come quello di sabato scorso, che ruolo ha concretamente un rifugio?
Quando è stato dato l'allarme per i due scialpinisti bloccati vicino alla passerella sospesa dell'Adamello, noi eravamo già in quota e potevamo osservare direttamente le condizioni meteo. Conoscendo bene la zona ed essendo anche il ragazzo che è venuto con me una Guida alpina del posto, abbiamo capito che li potevamo raggiungere nonostante il brutto tempo. Abbiamo portato con noi dei vestiti caldi, del thè e qualcosa da mangiare per rimetterli in forze. Chiedere all’elicottero di intervenire avrebbe voluto dire mandarli contro un muro bianco, così abbiamo deciso di provarci prima noi.
“Chiedere all’elicottero di intervenire avrebbe voluto dire mandarli contro un muro bianco”
Le squadre da terra non potevano arrivare prima di tre o quattro ore, noi invece siamo riusciti a raggiungerli in un’ora circa grazie alla nostra posizione di partenza. Dopo averli aiutati siamo ripartiti tutti e quattro verso il rifugio, e a mezzanotte e mezza eravamo al riparo. Gli abbiamo dato una camera che tengo di riserva e qualcosa di caldo da bere e da mangiare, poi sono tornati a valle la mattina dopo in compagnia di un gruppo CAI che percorreva lo stesso itinerario. Loro sono stati gentilissimi, ma molte altre persone spesso provano vergogna per aver chiesto aiuto e scappano via velocemente.
La cronaca delle ultime settimane parla di moltissimi incidenti in montagna. Da rifugista, può essere una conseguenza dell’aumento di frequentatori?
Secondo me il problema non è il numero eccessivo di frequentatori, ma la preparazione e la conoscenza dell'ambiente. E lo si vede soprattutto nel periodo invernale, molto più insidioso di quello estivo. Parlo proprio da rifugista, non da guida alpina o tecnico di elisoccorso: troppe persone chiamano per dirmi che vorrebbero venire al rifugio nel fine settimana e, se le condizioni sono buone, mi chiedono di poter lasciare a casa il kit Artva-pala-sonda. La discesa per venire da noi in inverno parte a 3.000 metri sul ghiacciaio Presena, come si può pensare di non portare il kit APS?
“Overtourism? Se ci fosse sovraffollamento, il rifugio dal lunedì al venerdì non sarebbe praticamente vuoto”
Più che di overtourism, parlerei di un problema di preparazione. Escursionisti e alpinisti con più esperienza cercano di andare in posti sempre più remoti e isolati per staccarsi da chi frequenta la montagna senza conoscerla. Insomma, se ci fosse sovraffollamento, il rifugio dal lunedì al venerdì non sarebbe praticamente vuoto. Il punto è che ci sono troppe persone che non hanno la giusta consapevolezza.
Quali sono gli elementi o le esperienze che ti hanno fatto notare questo cambiamento?
Molti mi chiamano e non hanno proprio le basi. Le persone arrivano da noi in rifugio in pantaloni corti e vorrebbero andare fino al Rifugio ai Caduti dell’Adamello, 500 metri di dislivello su ghiacciaio sopra di noi, perché sanno che c’è stato il Papa. Spesso mi chiedono se ho imbrago, corda, ramponi e piccozza da noleggiare. L’estate scorsa è stata molto delicata, perché ho avuto moltissime richieste come questa.
Quando ho chiesto se sapessero utilizzare l’attrezzatura, molti mi hanno risposto: “No, ma facciamo in qualche modo”. Non sono proprio le parole giuste e corrette per affrontare la montagna. Altri mi chiedono se i percorsi sul ghiacciaio sono segnati, se ci sono i segni bianchi e rossi del CAI e perché io come gestore non segnalo i pericoli con paletti o simboli. Ma come posso segnare un ghiacciaio?
In base alla tua esperienza, i social hanno influito su questo cambiamento?
I social hanno influenzato molto questo fenomeno, e non in positivo, perché la maggior parte degli influencer non racconta correttamente come andare in montagna. Ne abbiamo avuti molti anche alle nostre quote che ci hanno chiesto collaborazioni, ma ne abbiamo rifiutate almeno dieci. Spesso ci chiedono pernottamenti gratuiti o mezze pensioni in cambio di qualche storia o post. Vogliono pubblicare foto del ghiacciaio o del rifugio ristrutturato da poco e, nel farlo, dicono cose non vere.
"Certi influencer dicono cose non vere"
Alcuni raccontano che il rifugio si può raggiungere comodamente, e migliaia di persone che vedono un posto bellissimo come questo si fanno una strana idea e decidono di venire a vederlo. Il problema è che poi molti lo fanno senza preparazione. Sta a noi come professionisti, gestori o soccorritori far vedere cose corrette, disincentivando chi non è pronto anche a costo di rimetterci economicamente. Se blocco un gruppo di quattro persone, quelli sono quattro pernottamenti coi quali pago il personale o le provviste. Ma se si creano dei problemi, poi vanno risolti.
Che ruolo hanno in questo i gestori dei rifugi?
Molti, come me, fanno anche parte del Soccorso Alpino e Speleologico o sono guide alpine e professionisti della montagna. È inevitabile che escano dal rifugio a qualsiasi ora per dare una mano, perché credono in una certa mission o per indole. Specialmente chi ha ruoli come i miei è molto sensibile a certe situazioni.
Che equilibrio hai trovato come gestore tra rifugio come presidio ad alta quota ed esigenze di un pubblico che sta cambiando?
Provo continuamente a cambiare qualcosa, a capire cosa vogliono gli escursionisti e gli alpinisti che vengono da noi. Ma di anno in anno le pretese aumentano sempre di più, e molti pensano che il nostro sia uno chalet come quelli sulle piste da sci. Ma il Mandron è un rifugio a 2.500 metri ai piedi di un ghiacciaio, e per me rifugio equivale a un posto di ristoro dove tutti possono entrare a mangiare anche il proprio panino o ripararsi quando c’è brutto tempo. Non esiste, per me, che il rifugio non faccia entrare quelli che hanno le proprie provviste, così come non possono esistere i menù dedicati o la panna montata, che ci chiedono sempre più spesso.
“Molti mi hanno criticato perché la sera ho il menù fisso, sotto a un ghiacciaio”
Da noi il menù è unico e fatto con i prodotti locali che riesco a reperire. L'acqua calda non c'è sempre, e in inverno nelle camerate ci sono sette o otto gradi. Noi viviamo due mesi l'anno in queste condizioni, e ci facciamo una doccia a settimana scaldando l’acqua nelle pentole. Però proviamo a far sentire a casa le persone, a dare loro un pasto caldo e un posto in cui riposare bene per ripartire il giorno dopo. È questa l’idea di rifugio che sto provando a far capire a tutti quelli che vengono da noi, ma è difficile. Molti mi hanno criticato perché la sera ho il menù fisso, sotto a un ghiacciaio.
Molti ritengono fuori luogo le recenti ristrutturazioni di bivacchi e rifugi. Il rifugio Mandron che commenti ha ricevuto?
Il Mandron è stato ristrutturato nel 2021 per un investimento da oltre due milioni di euro, e la struttura ne aveva estremamente bisogno. Coi nuovi spazi abbiamo aumentato i posti di emergenza, sono stati utilizzati materiali locali e il risultato è stupendo. Molti vengono anche solo per vedere come è stato ricostruito, mentre altri si sono un po’ arrabbiati per l'evoluzione di queste strutture.
Noi, però, riusciamo a lavorare molto più serenamente, e specialmente in primavera abbiamo molto meno freddo all’interno. Ciò che fa la differenza non è la ristrutturazione in sé ma come “vendiamo” la struttura. Al Mandron potremmo ampliare ancora di più i numeri, ma non è corretto per rispetto del luogo in cui siamo. Le persone che vengono da noi dopo due ore e mezza di cammino, o dopo otto ore se vengono dall’Adamello, hanno bisogno di un piatto caldo e veloce.
"Alcuni rifugi hanno messo la sauna, ma quello non è il rifugio degli alpinisti"
Se guardassimo solo al profitto cadremmo nell’errore di avere una struttura moderna ma gestita in modo troppo moderno. Poi, l’alpinista che arriva non entra neanche a prendere un caffè, gira poco più sotto e va a valle. Nei rifugi deve esserci un'etica, soprattutto in quelli CAI-SAT, e noi che li prendiamo in gestione dobbiamo mantenerla. Alcuni gestori hanno addirittura messo la sauna, ma così facciamo il rifugio degli influencer e non quello degli alpinisti.