
Ci sono libri che parlano della montagna e libri che, invece, tornano alla montagna come si torna a casa. Le stagioni e i ricordi. Saggi su Mario Rigoni Stern, pubblicato da Ronzani Editore, appartiene a questa seconda categoria: non un semplice studio critico, ma un attraversamento, quasi un cammino, dentro la scrittura e dentro l’etica di uno degli autori che più profondamente hanno saputo raccontare il rapporto tra uomo, memoria e natura.
Sergio Di Benedetto, insegnante, drammaturgo e ricercatore, conosce Rigoni Stern non solo attraverso i testi, ma attraverso i luoghi, i silenzi e le tracce materiali della sua presenza. Racconta l’emozione di entrare nella biblioteca personale dello scrittore altopianese, di sfogliare libri segnati da note e biglietti, di camminare nei boschi degli urogalli. È da questa prossimità – intellettuale e umana – che nasce il volume, in libreria dal 18 febbraio 2026.
Il libro raccoglie undici saggi scritti tra il 2016 e il 2024, qui ripensati come un unico racconto critico. Non sono disposti secondo l’ordine in cui sono stati composti, ma secondo il tempo storico che attraversano: dall’Ottocento alla Grande Guerra, dal dopoguerra alla stagione della memoria, fino a Stagioni, ultimo libro di Rigoni Stern, che appare come un vero testamento letterario.
Ne emerge un ritratto in cui la scrittura di Rigoni Stern appare insieme inattuale e necessaria. Inattuale rispetto alla sua epoca, dominata dalla velocità, dall’industrializzazione e dalla perdita di radici; necessaria per il futuro, perché già capace di intuire il bisogno di un rapporto nuovo con la natura, con il paesaggio e con la memoria. Di Benedetto definisce questo lascito come “funzione-Rigoni”: una postura morale e narrativa che oggi torna centrale nella letteratura di montagna e nel cosiddetto natural writing.
Rigoni Stern non è soltanto lo scrittore della guerra o della nostalgia alpina. È l’autore della ricostruzione morale dopo il lager, dell’amicizia con Primo Levi, della scoperta della natura come forma di guarigione e responsabilità. Nei suoi libri, la montagna non è mai scenografia: è spazio etico, luogo in cui si misura la dignità dell’uomo e la sua capacità di restare umano.
Di Benedetto restituisce questa dimensione con uno sguardo partecipe ma rigoroso, mostrando come la voce dello scrittore dell’Altopiano sappia parlare ancora al presente. In un tempo in cui la montagna rischia di diventare consumo, spettacolo o infrastruttura, Rigoni Stern continua a ricordarci che il paesaggio è prima di tutto memoria condivisa, e che la memoria è l’unica difesa contro l’oblio e la disumanità.
Lo scrittore lo aveva detto con parole semplici e definitive: “Sono rimasto sul posto per testimoniare i segni di una civiltà che interessi esclusivamente venali e una grossolana banalità vorrebbero far sparire”. In quelle parole c’è forse il senso più profondo di questo libro: tornare a Rigoni Stern non per celebrare un classico, ma per rimettere al centro una visione della montagna come responsabilità morale, prima ancora che come esperienza estetica.