Rosso Serpentino: la scoperta dell'arrampicata in Valle d'Ala

La guida propone una moltitudine di itinerari, sia classici che sportivi, nella meno conosciuta delle Valli di Lanzo. Marco Blatto ci racconta la chiodatura di luoghi a lui cari, come ai soci Gian Maria Grassi e Renato Giustetto

Delocalizzare il turismo, anche quello legato all'arrampicata, è una necessità nella nostra società ed è qualcosa che si può attuare sicuramente grazie a una visione d'insieme, ma soprattutto attuando pratiche concrete, basate su proposte e opportunità diversificate e di qualità.

Recentemente è uscita la guida Rosso Serpentino – arrampicare nella Valle di Ala di Lanzo. Questo volume ha il merito di accendere una luce su un angolo di Piemonte che affonda la propria storia alpinistica in un passato remoto e importante, ma che ha avuto in anni recenti uno sviluppo tutto sommato limitato, per lo meno in rapporto ad ambienti limitrofi come la Val Grande.

Marco Blatto, che insieme a Renato Giustetto e Gian Maria Grassi ha redatto la guida, non si è però limitato a scrivere e con i suoi soci ha fatto il lavoro più importante: ri-attrezzare vecchi itinerari e aprire nuove vie.

 

Che tipo di ambiente trova chi si avvicina a queste valli?

Dal punto di vista ambientale, le Valli di Lanzo sono interessate dalla massima varietà: dal piano collinare che segna l’inizio della bassa valle centrale, ai ghiacciai della catena terminale delle alte valli con vette tutte superiori ai 3200 metri, fino ai 3676 m dell’Uja di Ciamarella. Per quanto riguarda la roccia, anche la situazione geologica è abbastanza variegata. L’alta Val Grande,  per esempio, appartiene al Massiccio Cristallino del Gran Paradiso con presenza di ortogneiss molto simili alla valle dell’Orco, dunque, vi è anche una certa similitudine nell’arrampicata. Nella Valle di Ala troviamo, oltre alle rocce ofiolitiche  - comuni anche alla Valle di Viù e all’area di Cantoira in Val Grande - la serpentinite.

 

Quali sono le sue caratteristiche?

La guida, è vero, si chiama Rosso Serpentino,  ma in realtà la roccia originaria si presenta di colore nero-verdognolo. Il rosso esterno è dovuto all’ossidazione del ferro che è un minerale costituente. Serpentiniti e serpentinoscisti sono rocce piuttosto “odiate” dagli scalatori: possono essere molto scivolose, non hanno fessurazioni nette, ma spesso solo rughe superficiali. Di per sé già piuttosto scivolose, specie in presenza di talco, in condizioni di umidità diventano davvero molto insidiose, in particolar modo quando ricoperte da licheni crostosi. Bisogna usare molto bene le dita ma soprattutto i piedi. Si dice che chi impara a scalere su questa roccia possa poi salire più o meno dappertutto.

 

Che tipo di vie avete attrezzato? In che quantità? 

Come detto, questa non era una valle che presentava molti itinerari a differenza di altre aree, nonostante una certa riscoperta degli ultimi due decenni. Abbiamo così cercato di aprire nuovi itinerari, specialmente di più lunghezze e nei dintorni di Balme, forse il luogo di maggiore successo. Accanto al lavoro di esplorazione, vi è stato un dicreto restyling di itinerari storici, in parte ancora in atto. Per quanto mi riguarda, parlo soprattutto dei becchi delle Courbassere di Ala di Stura, dove ricordiamolo: nel 1948 è nata la Scuola Nazionale di Alpinismo grazie a due fortissimi alpinisti “locali”: Pino Dionisi e Giorgio Rosenkrantz e dove è in qualche modo anche nato il bouldering in questa valle. Qui si sono cimentati scalatori di grande capacità come Franco Ribetti, precursore del settimo grado. Itinerari che forse non incontreranno mai il gusto dello scalatore di oggi, essendo un po' a metà tra “alpinismo” e “arrampicata”, ma che sono un viaggio nella storia. Da segnalare anche l’opera di restyling di alcune strutture del Monte Plù, come la “Piramide”, opera dei fratelli Enrico e amici. Abbiamo poi recuperato o iniziato a recuperare alcune delle nostre creazioni degli anni Ottanta oppure degli anni Novanta, come per esempio pare della bella “Parete della Precessione” al Pian della Mussa, un vero gioiello, grazie al contributo del suo scopritore: Andrea Bosticco. Insomma, parliamo a oggi di 31 settori, 62 vie multipitch e 170 monotiri.    

 

Qual è stata l'etica, l'approccio utilizzato?

Non abbiamo seguito uno stile o un’etica particolare nell’aprire o nel riattrezzare. Certo, sui vecchi monotiri di quarant’anni fa abbiamo messo materiale inox e accorciato la chiodatura, ma abbiamo aperto anche tiri completamente trad, dove il rischio non manca e bisogna affrontare un certo ingaggio. Oppure, specie nel vallone di Saulera, questa volta sulle prasiniti, abbiamo aperto itinerari dove l’arrampicata pura incontra l’alpinismo, con coesistenza di chiodi, fix e necessità di mettere mano alle protezioni veloci. Qui l’ambiente è di montagna e ci va un occhio alpinistico per valutare l’ambiente. In altri casi, come ai “Torrioni del Ru” di Balme, abbiamo aperto delle vie con chiodatura sempre buona, al massimo S2, con obbligatori bassi in modo che il singolo passo difficile non comprometta una salita di più tiri, magari omogenea e di media difficoltà. Si può dire, semmai, che qui abbiamo seguito in po' la logica degli scopritori del settore: Vincenzo Appiano e amici. Qui c’è veramente spazio per tutti. Siamo sempre però in montagna, la discesa a piedi da alcuni itinerari lungo il “Labirinto Verticale” è molto esposta. Sulle terrazze vi sono pietre mobili e bisogna sondare appigli e appoggi, considerata la discreta quota e i fenomeni termoclastici importanti.

 

Sono luoghi a cui sei molto legato?

Direi di sì. Nelle Valli di Lanzo, però, si tende purtroppo a essere un po' campanilisti e a considerare le rocce cosa propria. Spesso lo si fa ignorando o volendo ignorare chi è passato per primo. Certamente io ho iniziato ad arrampicare sulle rocce delle Val Grande nei primissimi anni Ottanta, dopo un piccolo corso a Courmayeur nell’estate 1978 con Cosimo Zappelli. Ai massi di Balme di Cantoira soprattutto, dove, con alcuni amici, sperimentavamo le manovre di corda e facevamo passaggi di bouldering all’inizio ancora con gli scarponi di cuoio. Qui tra il 1981 e il 1983 abbiamo conosciuto Gian Piero Motti. Era il periodo delle “Antiche Sere”, in cui inventò il Vallone di Sea senza mai arrampicare. In realtà in quel periodo scalava solo più sui sassi, con Marco Scolaris, ed è per quello che ci si trovava tutti a Balme di Cantoira. Certamente un periodo che ci ha segnato e che ci segnerà in seguito. Noi alternavamo gli esordi in arrampicata all’alta montagna. Forse per questo motivo, poi, sono sempre stato più alpinista che arrampicatore puro, e ho sempre amato una scalata più “alpinistica” che “sportiva”. Nel 1986, con un gruppo di amici villeggianti della Val Grande, siamo stati però tra i primi a piantare qualche “spit” nella Valle di Ala, a esplorare qua e là e a ripulire la storica Rocca S.A.R.I. di Balme. Anche al Rifugio Ciriè in quell’anno abbiamo fatto una piccola falesia.   Nel periodo del servizio militare (‘87-88) ho poi conosciuto Gian Carlo Grassi, frequentandolo per un buon biennio nel 1989-90. Si badi: una frequentazione potremmo dire a distanza. Nel senso che lui in quel periodo arrampicava spesso con Aldo Morittu, il suo compagno preferito, e io con Valerio Pusceddu. Si scalava sulle stesse vie, loro aprivano e noi ripetevamo subito al seguito. Fu in quell’occasione che essendo due piemontesi e due sardi, Gian Carlo coniò l’espressione simpatica: il “Regno di Sea-rdegna”. Certo l’esempio di quei due grandi amici - con Aldo scalerò anche dopo la morte di Gian Carlo - mi ha molto ispirato per la mia futura attività, non solo nel vallone.

 

Un luogo che ti ha conquistato? 

Certamente il vallone di Sea. Mi ha conquistato soprattutto per le sue montagne, come per esempio il complesso di Leitosa, l’Albaron di Sea o la Punta Francesetti. Ancora più che la scalata sulle pareti di fondovalle. Però il vallone di Sea mi è interessato particolarmente per gli studi geografici e paesaggistici e per il forte legame che vi è tra il carattere del luogo e il periodo delle “Antiche Sere” di Motti. Tuttavia, credo che in ogni roccia che abbiamo frequentato, specie negli anni giovanili, vi sia un po' del nostro genius loci. Per questo ringrazio gli amici Renato Giustetto e Gian Maria Grassi per avermi convinto a fare questo lavoro sulla Valle di Ala.

 

Lavorare a una guida è anche un modo per tornare a un tempo passato, più che con nostalgia, con un approccio fresco e moderno.

Sì, in effetti è un po' come usare la macchina del tempo. Devo dire che noi però abbiamo sempre voluto mantenere un forte legame con quelli che ci hanno preceduto, siamo sempre stati dei grandi cultori della storia fin dai nostri inizi. Forse i giovani di oggi, specialmente da quello che vedo nelle mie valli, non hanno interesse a mantenere questo legame. Certo non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: vi è anche chi, legge, studia, s’informa e vive la sua epoca radicato in un contesto che non può prescindere dal passato. Forse anche per questo era necessario, secondo me, mettere un punto fermo di carattere storico anche nella Valle di Ala. L’ultima pubblicazione, molto sbrigativa: Arrampicare nelle palestre della Val d’Ala, curata da me e Massimo Costa per la Sezione Cai di Ala di Stura, era ormai datata 1993 ed è oggi introvabile.