Scialpinismo, come mettere d'accordo gestori e praticanti: "Valorizziamo gli impianti in disuso"

La guida alpina Giulio Beuchod suggerisce il recupero degli impianti dismessi, che in Italia sono centinaia: "C'è uno stato di anarchia, non si può andare avanti così. Servono regole e opportunità"

 

In Italia gli impianti sciistici dismessi – dati 2025 di Legambiente- sono 265, il doppio esatto rispetto al 2020, quando ne erano stati censiti 132. Piemonte (76), Lombardia (33), Abruzzo (31) e Veneto (30) sono le regioni ad oggi con più strutture che hanno chiuso i battenti e che risentono, insieme al resto della penisola, di una crisi climatica che anche in montagna lascia sempre più il segno, con nevicate in diminuzione e temperature in aumento.
Allo stesso tempo, ci sono specialità che sembrano avere molto appeal, recentemente forse anche grazie alle Olimpiadi. È il caso dello scialpinismo, che a quanto pare riscuote un interesse sempre crescente, pure in forme diverse da quelle tradizionali. 

Mancanza di uniformità

Come abbiamo scritto ieri, la situazione però non è omogenea, sia a livello di regole che di interpretazione. Esiste, per esempio, un buon numero di praticanti che sfrutta – dove possibile- gli impianti aperti o comunque accessibili, anche in notturna, per salire e/o scendere sulle piste dei vari comprensori. Talvolta gli impiantisti riservano un tracciato agli scialpinisti, anche in orario di chiusura, compatibilmente con i lavori di manutenzione delle piste stesse. In alcune strutture, il comprensorio prevede il pagamento di un biglietto per usufruire del servizio. In altri casi però le piste vengono utilizzate senza il consenso durante l'orario di manutenzione in cui operano i gatti delle nevi, con tutti i rischi connessi e purtroppo talvolta anche con incidenti dall'esito tragico. 
Da un lato quindi si registra la voglia di praticare l'attività anche nei giorni feriali, nei ritagli di tempo, come un vero e proprio allenamento, piuttosto che come attività ricreativa in senso lato. Dall'altro i gestori degli impianti sono comprensibilmente in tensione sull'argomento.

Una proposta interessante

Giulio Beuchod, guida alpina dell'AGAI, ha offerto una riflessione interessante sul tema, che va nell'ottica del recupero di quanto abbiamo già sul nostro territorio. “Sono più di cinquant'anni che  faccio scialpinismo e allo stesso tempo ho visto un po' tutti i comprensori, a partire da Garessio fin su al Monte Rosa. Con Legambiente, nel 2020, ho contribuito a censire gli impianti dismessi e sono moltissimi, quelli grossi come quelli piccoli. Solo intorno a Torino ce ne sono una decina. Alcuni vengono già sfruttati per le gite di scialpinismo, in molti ci si allenano. L'Aquila di Giaveno è uno di questi tra quelli dismessi [iniziarono a costruire l'impianto nel 1961, fu prolungato nel 1964 fino a Punta Aquila e rimase attivo fino al 1994, ndr], poi ci sono il Frais, Beaulard e tanti altri. Alcuni hanno piste ancora agibili, altri lo sarebbero con interventi davvero minimi sui tracciati: qualche potatura, un po' di pulizia. In alcuni casi si potrebbero anche fare dei chilometri verticali. Insomma, si potrebbe valorizzare quello che abbiamo, trasformarli da problemi a opportunità”.

 

"In Francia le ‘Station familles’ offrono la possibilità di praticare diverse attività in ambienti più contenuti"


Beuchod si rifà all'esperienza d'Oltralpe, dove un modello di turismo e sport “integrato” permette di  fronteggiare le difficoltà che puntare su una unica attività invece porta con sé: “Mi vengono in mente le ‘Station familles’ in Francia, dove al posto del gigantismo di certi comprensori, si è scelto di privilegiare un ambiente più contenuto, ma che soprattutto unisce diverse discipline. Per esempio a Ceillac, nel Queyras, non si pratica solo sci da discesa, ma  ci sono piste per lo sci di fondo, itinerari con racchette, scialpinismo, arrampicata su cascate di ghiaccio. È la dimostrazione che si può trovare il modo perché l'impatto ambientale e antropico sia limitato, con un approccio multidisciplinare. Si potrebbe fare anche da noi”.

Avvicinare gli opposti

Come accennato sopra, lo scialpinismo oggi viene praticato anche nel dopo lavoro, nelle ore libere, come allenamento. Spesso in maniera similare all'arrampicata sportiva outdoor e indoor. Avere la disponibilità degli impianti di notte sarebbe importante. “Con l'inserimento della disciplina nel programma olimpico, c'è stato uno sviluppo dal punto di vista sportivo. Se ci sono condizioni brutte in giro o per gli allenamenti infrasettimanali, avere una pista a disposizione sarebbe importante. Certo che non è possibile l'attuale stato di anarchia, dove ognuno fa quello che vuole. Gli impiantisti non ci vedono un ritorno, gli scialpinisti vanno lo stesso. Poi succedono incidenti come a Prali, in val Germanasca e a quel punto scattano i divieti e ci si toglie il pensiero. Bisognerebbe pensare magari a far sì che una pista venga battuta per ultima, un po' dopo le altre e cercare di fare pagare un biglietto che però sia a un prezzo calmierato”.
Per riuscire a fare incontrare i vari interessi, forse ci vorrebbe un intervento del settore pubblico. “Bisognerebbe mettersi tutti intorno a un tavolo: le amministrazioni, gli impiantisti, le guide e anche  il CAI, per provare a ragionare su cosa si può fare, in che modo andare incontro alle esigenze di tutti”.