Scialpinismo nel Caucaso, Mosetti e Bessega raccontano la ovest del Tetnuldi

Lo sciatore estremo e la filmaker Elisa Bessega hanno effettuato la discesa con gli sci della parete ovest del Tetnuldi. Una linea di circa 500 metri con pendenze fino a 55°, momento culminante di un percorso esplorativo

 

Tra le grandi montagne del Caucaso georgiano esistono ancora pareti dove lo sci é un gesto raro, quasi esplorativo. Nella regione dello Svaneti, terra di villaggi medievali e vette severe, il Monte Tetnuldi (4.858 m) domina un paesaggio remoto in cui l’accesso alle linee più interessanti richiede lunghi avvicinamenti e una buona dose di intuito. È in questo contesto che, lo scorso anno, la guida alpina friulana Enrico Mosetti e la sciatrice e filmmaker Elisa Bessega hanno realizzato una rara discesa con gli sci sulla parete ovest della montagna.

La linea, individuata da Mosetti già nel 2017, si sviluppa su circa 500 metri di parete con pendenze fino a 55°, in un ambiente isolato e con un avvicinamento di quasi 3000 metri di dislivello. Mosetti e Bessega sono riusciti a completare la discesa in stile fast & light, indovinando il momento giusto per sciare una delle pareti più estetiche di questa montagna.

"È un ambiente che ti costringe ad adattarti e a semplificare. In cambio lascia una sensazione forte di autenticità".

Lo sci come strumento per esplorare

Enrico Mosetti è una guida alpina friulana e sciatore estremo, noto per le sue imprese nello sci ripido e nello scialpinismo esplorativo. Nel corso della sua carriera ha portato a termine spedizioni in diverse catene montuose del mondo, dalle Alpi italiane alla Nuova Zelanda, dal Pakistan al Caucaso. Mosetti affianca all’attività sportiva la documentazione delle sue spedizioni, collaborando con filmmaker e fotografi come Elisa Bessega, di origine padovana ma ora trentina d’adozione.

Tra i loro progetti più significativi ci sono proprio la discesa della parete ovest del Monte Tetnuldi in Georgia nel 2025 e la traversata sciistica nei Balcani raccontata nel film Transcardus – A BalkanSki Story (che avevano raccontato a Lo Scarpone in questa intervista), oltre a numerose esplorazioni in luoghi remoti e linee ancora poco conosciute, dove tecnica, avventura e narrazione visiva si intrecciano.
Abbiamo chiesto a Bessega e Mosetti di raccontarci questa esperienza nel Caucaso e cosa significa oggi cercare nuove linee in montagne ancora poco frequentate.

Perché il Tetnuldi? Cosa vi ha colpito della Georgia?
Non è stata una ricerca dell’esotico, quanto piuttosto un richiamo all’idea di un alpinismo ancora autentico, dove l’incertezza è parte integrante dell’esperienza. Il Tetnuldi lo aveva visto Enrico per la prima volta nell’aprile 2017: una montagna isolata, estetica, con una linea evidente sulla parete ovest ma raramente in condizioni. Allora rimase un progetto incompiuto, ma ci siamo tornati l’anno scorso insieme. La Georgia, e lo Svaneti in particolare, rappresentano un contesto dove l’esplorazione ha ancora senso: spazi ampi, tempi dilatati, meno omologazione.ù

La parete arriva a 55°: che tipo di sciata è stata?
Più che il numero di gradi, è stata una sciata “molto ripida”, continua e sostenuta: tecnicamente complessa per la presenza di un fondo duro sotto pochi centimetri di neve trasformata. Mentalmente, il momento chiave resta la prima curva: lì si concentrano mesi di preparazione, dubbi e fatica. Una volta entrati nel ritmo, però, la sciata diventa sorprendentemente fluida, quasi meditativa. Venti minuti di presenza totale.

Il primo tentativo era fallito. C’è stato un momento in cui avete davvero pensato di rinunciare?
Abbiamo tentato la salita una settimana prima del successo. Siamo arrivati quasi fino in cima, ma siamo stati costretti a rientrare all’alba del terzo giorno per un peggioramento improvviso del meteo. Abbiamo lasciato tutto il campo avanzato — tenda, cibo, sacchi a pelo — con l’idea di tornare rapidamente. Siamo rientrati in paese solo per una doccia e per recuperare un po’ di cibo e siamo ripartiti quasi subito, questa volta puntando a salire e scendere in due giorni invece che tre, più leggeri e veloci.
Il primo tentativo è stato importante per comprendere le condizioni della parete ovest. Abbiamo capito che la neve trasformava più tardi di quanto pensassimo e ridefinito gli orari per la discesa. Non abbiamo mai pensato davvero di rinunciare. Il Tetnuldi era sempre lì, visibile sopra il paese nelle poche schiarite, e la consapevolezza che quella linea fosse possibile nelle condizioni giuste ci ha spinto a riprovarci subito.

Una discesa delicata

 

"Una volta entrati nel ritmo la sciata diventa sorprendentemente fluida, quasi meditativa. Venti minuti di concentrazione totale"

Che condizioni avete trovato nel mese di giugno?
Condizioni rare e molto specifiche. La parete ovest richiede un equilibrio delicato: temperature corrette, neve primaverile che aderisca al ghiaccio, assestamento e il giusto irraggiamento solare. Serve timing. Abbiamo capito che giugno è il periodo chiave per questo tipo di linee nel Caucaso.

Ambiente remoto: come lo avete affrontato e cosa vi ha lasciato?
L’isolamento è reale: avvicinamenti lunghi, meteo instabile, logistica non banale. Lo abbiamo affrontato accettando tempi lenti e una certa dose di incertezza. È un ambiente che ti costringe ad adattarti e a semplificare. In cambio lascia una sensazione forte di autenticità: qui l’alpinismo torna a essere esplorazione, non semplice ripetizione.

Come definireste il vostro stile di salita?
Come ottica di viaggio possiamo parlare di fast & light, inteso come: due persone, poco materiale, nessun supporto esterno per il trasporto, tentativo di cogliere finestre meteo anche brevi e agendo con rapidità quando le condizioni lo permettono. 
Dal punto di vista del materiale non ci definiremmo light: utilizziamo attrezzatura scialpinistica in senso stretto, pensata per privilegiare la qualità e il piacere della sciata, della discesa. E' un equilibrio che abbiamo scelto tra essenzialità, divertimento e consapevolezza.

Come vi siete conosciuti? Lavorerete ancora insieme?
Ci siamo conosciuti in ambito lavorativo, come guida alpina e fotografo. Ho invitato Elisa a partecipare a un viaggio in Cile nel 2023 e, poco prima della partenza, ci siamo messi insieme. Da allora condividiamo viaggi e progetti, sia in montagna che nella vita quotidiana.
Per quanto riguarda il futuro, i progetti sono in parte incerti anche a causa del contesto internazionale. Avevamo in programma di orientarci verso l’Est, ma la situazione potrebbe portarci a rivedere i piani e a concentrarci su qualcosa di più esplorativo sulle Alpi. In generale le idee non mancano: molto dipenderà dalle condizioni e dalle opportunità che si presenteranno.

Come scegliete le montagne o le regioni?
È un insieme di fattori: estetica della linea, difficoltà tecnica e contesto. Il significato del luogo conta molto, soprattutto se offre ancora margine di esplorazione e non è completamente codificato.

Dalla spedizione al film

Com’è nato il vostro film Transcardus?
Dal bisogno di raccontare la traversata dei Balcani dal punto di vista del processo e non solo della discesa. Attese, tentativi falliti, condizioni: la sciata è solo la parte finale. Il video diventa uno strumento per restituire la complessità di progetti come questo, che non si riducono al rischio o alla parete ripida. È una ricerca continua di un equilibrio delicato. Cerchiamo di evitare la banalizzazione o la trasformazione in “prodotto”. Raccontare sì, ma con rispetto, senza perdere di vista il contesto e la fragilità di questi ambienti. In Georgia abbiamo fatto solo foto, non escludo che magari in futuro ci possa essere un progetto più complesso.

Consigliereste la Georgia come meta di trekking o scialpinismo?
Sì, assolutamente. In inverno è ormai una meta molto conosciuta a livello internazionale per freeride e scialpinismo: tra gennaio e aprile arrivano già molti appassionati attirati da abbondanti nevicate, costi contenuti e ampi spazi ancora poco frequentati rispetto alle Alpi.
Anche per il trekking offre grandi possibilità, soprattutto in tarda primavera: abbiamo incontrato persone impegnate in escursioni mentre noi salivamo con gli sci in spalla. E' un ambiente con fioriture spettacolari e temperature fresche durante la notte. In estate, invece, può essere troppo caldo. Più in generale è una destinazione interessante dal punto di vista culturale: un paese ancora autentico, che mantiene una forte identità, da vivere e attraversare con rispetto.