Il proteo da record scoperto nella grotta di Luftloch © Marco Restaino - Società Adriatica di SpeleologiaLa Società Adriatica di Speleologia (SAS) di Trieste ha annunciato nei giorni scorsi un eccezionale ritrovamento, avvenuto nella Grotta Luftloch, nel cuore del Carso triestino. Si tratta di un proteo (Proteus anguinus) di dimensioni ragguardevoli che, righello alla mano, rappresenta al momento un primato. La lunghezza rilevata è pari a 31 centimetri, la più elevata mai osservata in Italia.
Un “gigante” degli abissi
Il proteo, anfibio endemico delle acque sotterranee carsiche, raggiunge più frequentemente i 20-25 centimetri di lunghezza, sfiorando solo in rari casi i 30 cm. L'esemplare di Luftloch, con i suoi 31 centimetri, supera ogni precedente misurazione certa sul territorio italiano.
Il ritrovamento è avvenuto durante le recenti ricerche e i monitoraggi condotti dal SAS come braccio operativo dell’Università di Trieste, nell’ambito di un progetto coordinato dalla dottoressa Chiara Manfrin del Dipartimento di Scienze della Vita e supportato dal Servizio Geologico della Regione Friuli-Venezia Giulia, che mira a migliorare il monitoraggio e lo studio del Proteus anguinus.
Tra i numerosi esemplari documentati nella grotta, uno in particolare ha attirato l'attenzione per le sue dimensioni fuori dal comune, scoperto durante l’esplorazione di un tratto sotterraneo del fiume carsico Timavo, a oltre 300 metri di profondità.
Lo speleologo Marco Restaino ha raccontato l'emozione del momento: “La testa era larghissima, nel retino si percepiva proprio il peso inusuale dell’animale”, che è successivamente risultato essere pari a circa 100 grammi. Sebbene in Slovenia esistano già documentazioni di protei di dimensioni simili, per l’Italia questo ritrovamento rappresenta un primato storico di cui sono stati registrati parametri certi, confermati attraverso il confronto dei dati con l'Università di Lubiana e il Civico Museo di Storia Naturale di Trieste.
Per comprendere la portata della scoperta, è fondamentale conoscere l'animale in questione. Il proteo è l'unico vertebrato europeo troglobio, ovvero che vive esclusivamente negli ambienti sotterranei, afferente all'ordine dei Caudati, cui appartengono anfibi più noti e comuni, come salamandre e tritoni. È un vero e proprio fossile vivente, la cui presenza è un prezioso indicatore di acque sotterranee di buona qualità.
Questo urodelo anfibio è endemico delle acque sotterranee che scorrono nell'altopiano carsico e nelle Alpi Dinariche (dal Friuli - Venezia Giulia fino alla Bosnia) e presenta adattamenti unici alla vita in assenza di luce. La forma del corpo ricorda quella delle anguille, con una coda relativamente piccola e 4 zampe, 2 anteriori dotate di 3 dita e 2 posteriori a 2 dita. Totalmente depigmentato, appare di un caratteristico colore bianco-rosato.
Gli occhi sono atrofici e coperti dalla pelle, pertanto per orientarsi nel buio, il proteo ha sviluppato straordinari organi di senso chimico-recettivi, olfattivi, uditivi e la cosiddetta linea laterale, un organo di senso di estrema importanza, che gli permette di percepire le più piccole vibrazioni e spostamenti d'acqua.
Ulteriore caratteristica peculiare è l'essere un animale neotenico, ovvero che mantiene anche in età adulta, caratteri larvali, senza compiere metamorfosi. Respira infatti attraverso branchie esterne, pur possedendo dei rudimentali polmoni, che fungono da organo accessorio.
Il suo metabolismo è estremamente lento: può vivere fino a 100 anni e, grazie al basso dispendio energetico, è in grado di digiunare per anni, nutrendosi di piccoli invertebrati acquatici.
24 anni di ricerche nella Grotta Luftloch
La Grotta Luftloch (dal tedesco, “grotta che respira”) si trova in una dolina del Carso Triestino, nell'area di Trebiciano. Il suo nome deriva dal fenomeno dell'aria espulsa dalla cavità durante le piene del fiume carsico Timavo, che vi scorre all’interno.
Raggiungere ed esplorare il Timavo nella Luftloch è stata una impresa epica. Gli scavi della Società Adriatica di Speleologia sono stati avviati nel 2000. In oltre 20 anni di attività, gli speleologi si sono trovati a dover consolidare frane, allargare passaggi a grande profondità, inseguendo il rumore del fiume. Un anno e mezzo fa, dopo 24 anni di fatiche, la SAS è riuscita a individuare un nuovo tratto del Timavo a più di 300 metri sotto la superficie. È proprio in questa parte remota e difficilmente accessibile della cavità che è avvenuto l’eccezionale incontro con il proteo “gigante”. Una prova evidente della misteriosa e straordinaria biodiversità presente a tali profondità.
Un traguardo reso possibile anche grazie ai permessi ministeriali speciali, che hanno consentito agli studiosi di prelevare un microscopico campione di tessuto, essenziale per analisi scientifiche avanzate.
“Eccezionale lavoro di squadra – il commento soddisfatto del Dipartimento di Scienze della Vita, condiviso nei giorni scorsi sui social - . La ricerca continua, e con lei la meraviglia per le creature che abitano il mondo nascosto sotto i nostri piedi”.