Sergio Rosi: "Vajolet, disgrazia evitabile. Avevo scritto un post in cinque lingue"

La guida alpina si rammarica per la morte di Stefano Crotti. "La maggior parte di queste valanghe sono provocate dall'uomo. Inverni come questo rendono il manto nevoso instabile"
Sergio Rosi © FB Sergio Rosi

 

Alle 11.17 del 20 febbraio, la guida alpina Sergio Rosi ha fatto uscire un post sulla pagina Facebook del Rifugio Passo Principe, gestito dalla sua famiglia, decisamente chiaro nello sconsigliare un'uscita di qualsiasi tipo in zona. Nella foto allegata aveva evidenziato la velocità media e massima del vento (114 chilometri orari quest'ultima), insieme alla temperatura di -8 gradi. Il testo non lasciava dubbi di sorta: “Mé racomando, no sté nar a meter el cul nele peade...Mi raccomando, non andate a cacciarvi nei guai...” tradotto poi anche in inglese, tedesco e cinese. Purtroppo l'avvertimento non è servito, perché il giorno dopo, alle 14.30, è arrivata una chiamata alla centrale unica di emergenza del soccorso alpino trentino: la compagna di Stefano Crotti ha comunicato agli operatori della valanga al Catinaccio che aveva investito il 28enne mantovano, trovato in fin di vita solo verso le 16, dal momento che la coppia di ciaspolatori non era dotata di dispositivo artva.


Una voce inascoltata

“Ho scritto il post in cinque lingue, ma non è servito a niente – ci racconta Rosi-. Continuiamo a dire di leggere i bollettini e ascoltare le guide del posto, ma secondo me certa gente non guarda proprio nulla, è fuori dal messaggio. Non sono passati in uno o due, ma in diversi. L'unico a fare una scelta decente guarda caso era del soccorso alpino ed è salito dal fondovalle, invece che tagliare il pendio”. A rendere il rammarico ancora maggiore, il fatto che nel caso del post di Rosi, non si trattava di un “semplice” bollettino, ma di un messaggio “personalizzato”, scritto da una persona che vive e lavora in zona da decenni e che conosce probabilmente meglio di chiunque altro le condizioni specifiche di quella porzione di montagna. “Quel messaggio partiva per i local e arrivava fino in Cina ma è stato totalmente ignorato. Io non so più cosa fare. Se vai in diagonale su un pendio con accumuli di neve di quel tipo, la valanga va messa in conto”.

È utile ribadire ancora una volta che la maggior parte delle valanghe correlate a disgrazie sono provocate dall'uomo e a poco serve prendersela con il cambiamento climatico, con gli inverni “pazzi” che pure stiamo vivendo. “Il 99% delle valanghe con conseguenze di questo tipo sono provocate da noi. Chi sa le cose sapeva fin da inizio stagione che sarebbe stato un inverno del cavolo. Quando a inizio inverno non nevica e poi ne arriva un po' tutta insieme, si va ad accumulare sopra la neve trasformata. Il basamento diventa fragile e basta poco per farlo cedere. Quando ci cammina sopra, il peso dell'uomo provoca una curva che arriva subito allo stato debole e basta un passo per fare cedere il tutto”.

 

Il vento in questo caso ha contribuito a rendere ancora più critica la situazione. “Ha favorito gli accumuli e l'improvviso innalzamento termico ha fatto il resto. Questo inverno è pericoloso e credo lo rimarrà fino alla fine”. Le condizioni di pericolo d'altronde erano state segnalate, ma invece che favorire la prudenza, in alcuni animi hanno acceso la polemica. “Ho sentito dire che era solo un pericolo 3, mentre in Alto Adige avevano segnalato pericolo 4. A parte il fatto che non si tratta di una questione di confine, ma del fatto che dall'altra parte ha nevicato di più, a me sembra che la gente voglia trovare a ogni costo una giustificazione. Pericolo 3 non è sufficiente per stare a casa? In quanti hanno l'esperienza necessaria per muoversi e valutare, comunque con rischio, un pericolo di tale portata?”.

Con questo Rosi non vuole dire che l'esperienza sia un lasciapassare per la sicurezza. “Ci può essere anche il problema dell'overconfidence. Sono passato di lì 99 volte e penso che anche la centesima deve andare bene. Ma per lo meno chi ha davvero esperienza ha maggiori capacità di valutare le condizioni della neve”. E poi ci sono dei posti che storicamente sono più soggetti al fenomeno delle valanghe. “Dal Vajolet andando in dentro c'è uno storico che parla. Dove le valli sono fatte a V diventano un imbuto, specialmente nella prima parte. Ci sono già stati morti in passato”.

 

La speranza, che non tramonta mai del tutto, è che a forza di diffondere i consigli di chi la montagna la conosce davvero, si possa accendere in più persone una diversa consapevolezza dei rischi tanto concreti a cui si va incontro in determinate situazioni.