Simone Moro © Matteo Pavana
Un giovane Simone Moro sul finire degli anni Ottanta © Rivista Cinque Sport
Simone Moro con l'Ama Dablam sullo sfondo © Oswald Rodrigo Pereira
Simone Moro in spedizione negli anni Novanta, qui con Benoît Chamoux e Agostino Da Polenza
Ali Sadpara e Simone Moro in vetta al Nanga Parbat nell'inverno del 2016 © Simone Moro
Simone Moro e Anatoli Boukreev nel 1997
Simone Moro in vetta allo Shisha Pangma nell'inverno del 2005 © Simone Moro
Simone Moro con uno dei suoi elicotteri © Simone Moro
Simone Moro, Cory Richards e Denis Urubko in vetta al Gasherbrum II dopo la prima salita invernale nel 2011 © Cory Richards
Simone Moro e Reinhold Messner
“Sognare è gratis, ma trasformare il sogno in intenzione richiede uno sforzo” ha esordito con queste parole Simone Moro durante l'evento aziendale di Nerobutto, a margine del quale lo abbiamo intervistato. L'azienda trentina venerdì pomeriggio ha ospitato l'alpinista bergamasco a Tezze Valsugana, per ragionare insieme ai propri dipendenti su quanto il lavoro di squadra e la disciplina contino nella realizzazione di un'impresa - alpinistica o edile che sia.
L'incontro è avvenuto a pochi mesi da quel malore che a gennaio ha fatto temere per la sua salute. Il recupero è andato al meglio e ora Simone può guardare a nuovi obiettivi con rinnovato entusiasmo.
Come stai ora? Come hai trascorso questi mesi di ripresa dopo il malore del Manaslu?
Sono stati mesi in cui mi sono sottoposto a tutte le visite possibili e tutte hanno evidenziato che non si è trattato di qualcosa di patologico, quanto piuttosto di una forma acuta di un livello di ematocrito altissimo, indotto dall'esposizione all'alta quota abbinata ad una forte disidratazione. Questo ha creato un coagulo del sangue che mi ha tappato l'aorta coronarica, provocando un attacco cardiaco. Sono arrivato in ospedale giusto in tempo. La parte del cuore non irrorata dall'aorta coronarica è comunque sopravvissuta e pochi giorni fa, durante una prova da sforzo, ho avuto la conferma di essere tornato in una forma più che ottimale, il che mi fa ben sperare per le prossime spedizioni già in programma.
“I test dicono che sono tornato in forma ottimale. A giugno vorrei provare il Denali, a ottobre tornerò al Manaslu”
Quali saranno le prossime spedizioni?
A giugno vorrei completare la mia corona delle Seven Summits, mi manca soltanto il Denali. Sarà una prova per rimettermi in campo dopo aver abbassato di molto, in questi mesi, i miei ritmi di allenamento, rispetto agli standard che ero solito tenere. Si tratta di una montagna che ho sempre rimandato ma che m'incuriosisce, anche perché non sono mai stato in Alaska e magari, guardandomi intorno, potrebbero emergere altri progetti. A ottobre invece torno sul Manaslu: l'ho provato sempre e solo d'inverno e ora voglio andarci in autunno, la stagione più favorevole per salirlo e valutare le condizioni, sia mie che sue. Poi se questa valutazione sarà favorevole, riproverò la salita invernale, magari immediatamente successiva, restando lì per tutto il tempo che occorre.
Negli ultimi anni le spedizioni durante la stagione fredda sembrano soffrire una penuria di successi, mentre nelle Alpi c'è un redivivo interesse per questo tipo di ascensioni. Che ruolo giocherà il cambiamento climatico nell'evoluzione di questa disciplina?
Gli inverni, anche in Himalaya, si stanno caratterizzando per fenomeni opposti sempre più acuti, con la presenza quindi di venti sempre più forti e di temperature sempre più rigide, che poi ritornano d'un tratto miti. Nonostante questo, però, non credo che l'alpinismo invernale stia passando di moda, ma che si stia assestando per poter vivere una nuova giovinezza: la scorsa settimana, ad esempio, ho avuto un fruttuoso scambio di email con tre giovani e fortissimi alpinisti italiani, di cui non svelo i nomi, che volevano un consiglio per un'invernale in Pakistan. Nelle Alpi questo interesse, come dici tu, è palese e reso possibile anche grazie ad una trasformazione nell'approccio. Oggi l'alpinismo invernale, perlomeno nelle Alpi, non è più una questione di endurance e di capacità di soffrire ma un'attività di performance in situazioni estreme, che vengono minimizzate dal punto di vista dell'esposizione, anche grazie a nuove tecnologie e attrezzature. Vedo comunque una nuova generazione capace di stupirci, da questo punto di vista.
“Oggi l'alpinismo invernale nelle Alpi non è più una questione di endurance e di capacità di soffrire ,ma un'attività di performance in situazioni estreme”
Parli di minimizzare l'esposizione. Secondo te, questa nuova generazione focalizzata sulla performance riesce ancora a seguire il motto “il miglior alpinista è quello che invecchia”?
L'alpinismo attuale è sempre più tecnico e sempre meno capace di sopportare le eventuali situazioni di stasi. Il minimalismo dell'equipaggiamento e la leggerezza giocano un ruolo determinante. Ma, al tempo stesso, gli alpinisti che si mettono alla prova in questo modo sono sempre più preparati e altrettanto tecnici. Si ragiona per vie di fuga, piuttosto che per attese. Spesso oggi, ad esempio, l'alpinista è in grado di fare a ritroso quello che ha fatto in salita, un'abilità che soltanto una ventina di anni fa non era così scontata. Non stiamo crescendo una generazione di kamikaze e devo tributare all'alpinismo moderno una capacità migliorativa per quanto riguarda la performance ma non peggiorativa nella percezione del rischio. Un'analisi statistica degli incidenti, che tiene conto anche dell'aumento di praticanti, non riporta aumenti significativi da questo punto di vista.
Verità e fiducia nell'alpinismo odierno
Data l'ambientazione e il tema dell'incontro, che ha proposto un parallelismo con il mondo del lavoro, Moro si è lasciato andare a riflessioni che prendono in esame l'importanza dei sentimenti all'interno di un rapporto, sia esso quello fra lavoratore e dipendente o quello fra atleta e sponsor. Oppure ancora, fra alpinista e comunità. “L'esempio del rapporto che ho con La Sportiva è calzante, visto mi segue dal maggio 1985, ovvero quasi da quarantun'anni. In quel periodo, la mia graduale transizione dall'arrampicata all'himalyismo invernale, ispirato com'ero dai miei primi ‘eroi’ sovietici, mi ha spinto a progettare, insieme all'azienda stessa i primi scarponi d'alta quota non in plastica. Questo è stato possibile per via di un rapporto di fiducia reciproca che ancora manteniamo e che talvolta purtroppo, in un tipo alpinismo più autocelebrativo e meno umano, viene a mancare”.
Il recente caso Confortola s'inserisce in qualche modo dentro questo discorso.
L'alpinismo si è sempre basato sulla parola del protagonista. E probabilmente noi non siamo a conoscenza, ancora oggi, di tante menzogne che sono state prese storicamente per verità. Su questo non possiamo farci niente. Di solito, la credibilità, nell'alpinismo, la fa anche la carriera di una persona: uno come Messner, come Kukuczka, come Loretan o come Berhault non lo metti in discussione perché erano dei personaggi che non avevano bisogno del risultato per essere quei personaggi.
Forse a renderli tanto carismatici era anche la loro capacità di narrare i fallimenti.
Io ho scritto addirittura un libro intero, Oltre l'abisso, dedicato soltanto ai fallimenti. Chi pensa che il fallimento sia un fracasso, economico ed esistenziale, non ne ha capito la portata. Arrivi molto di più alla gente se ti presenti come un essere umano che perde in continuazione per poi farcela alla fine, piuttosto che continuando a vincere e dovendo vivere una perpetua conferma di ciò che non può esistere. Perché nessuno vince sempre.
“Confortola? Autocelebrarsi a costo di mentire fa perdere un'occasione: se uno è capace, come credo lo sia lui, primo o poi il successo lo raggiunge”
Confortola ha perso l'occasione di raccontare il proprio fallimento?
Autocelebrarsi a costo di mentire fa perdere un'occasione molto più importante: posticipare il successo, per esempio, perché se uno è capace, come credo lo sia lui, primo o poi lo raggiunge. Ma soprattutto l'opportunità più grande: farsi amare per quello che si è, non per quello che si fa. La verità è un valore e, in questo caso nello specifico, la mia lotta per la verità non è mai stata la lotta contro qualcuno, perché sono convinto che le menzogne raramente siano dette in cattiva fede, quanto piuttosto dettate dall'incapacità di identificarsi in una persona vulnerabile. Come il sottoscritto, per esempio: sono dieci anni che fallisco nel tentare il Manaslu d'inverno, l'Ottomila più facile della Terra. Non ho mai nascosto il mio insuccesso e comunque non ho mai perso uno sponsor né una conferenza. La vicenda di Confortola è ora in un limbo: lui ha scelto il silenzio, che gioca un po' a favore della nostra memoria corta. Ma il silenzio dovrà presto scontrarsi con la realtà dei fatti. Fra nove mesi l'Himalayan Database dovrà pronunciarsi sul caso. Ed è un ente che prende in considerazione soltanto il Nepal, non il Pakistan, altrimenti ci sarebbero altri Ottomila da contestare anche lì. A me dispiace molto comunque, umanamente parlando: perché con la sofferenza che Confortola ha patito sul K2, quello che già è riuscito a fare lì, con il trauma vissuto e al di là della vetta, è un'impresa lodevole e non cambiava nulla del percepito e tutti avrebbero tolto comunque il cappello. Personalmente non ho alcun interesse a portare avanti una crociata contro un uomo che appartiene al mio stesso mondo. Ho sperato fino all'ultimo, per la mia sete di verità, che riuscisse a fare un passo indietro, ammettendo la fragilità di una bugia comprensibile, perché in qualche modo dettata dalla vicinanza di un obiettivo tanto ambito e desiderato. Purtroppo non è successo.
Un'ultima domanda riguarda un tuo sogno a lungo bramato: che punto siamo con il tuo progetto per un elisoccorso attivo e indipendente in Pakistan?
Vedo la luce in fondo al tunnel. Ancora nel lontano 2011 parlai con un ufficiale dell'esercito pakistano, il pilota che ha salvato Thomaz Umar sul Nanga Parbat nel 2005. Sono passati molti anni, avvicendamenti politici, cambi di norme e di leggi, ma finalmente oggi c'è la possibilità di mettere in atto il progetto. Nel mio hangar ho già due elicotteri pronti e fra due settimane dovrebbero arrivare gli ispettori dell'aviazione civile pakistana per metterli in regola e poterli spedire. La guerra in Iran non sta aiutando molto: l'idea è quella di spedirli via mare fino a Karachi, senza passare per lo Stretto di Hormuz, dove transitano le petroliere, però rimane una zona calda e questo potrebbe dilatare di qualche mese il tutto. La speranza è di poter essere operativi per l'estate.