Su Appesi alla luna, Mongolfiera @Michele Caminati
In Albania @Michele Caminati
In Messico @archivio Pedeferri
In Sicilia @Michele CaminatiLa produzione alpinistica di Simone Pedeferri da metà anni '80 in poi è stata sconfinata, nel senso letterale e astratto del termine. Provare a riassumerla per highlights sarebbe un esercizio di dubbia riuscita. Come giornalisti una buona via di fuga - che tra l'altro corrisponde al vero - sta invece nell'affermare che comunque Pedeferri è ancora molto attivo: non è quindi il tempo di tirare le somme del suo fare. Piuttosto, con tutte le debite e doverosissime proporzioni del caso, vien da dire che Simone, dal Bar Monica di San Martino, con l'età abbia preso un po' le sembianze di una sorta di “custode” della Val di Mello, come Bruno Detassis lo fu a suo tempo per il Brenta. “Scalo sempre, mi alleno, ma meno di una volta. Me la prendo più con calma anche a tracciare, anche perché non è che ci sia poi tutta questa gente sulle pareti, non si rischia poi tanto che una linea venga presa da qualcun altro. D'altronde è così un po' dappertutto e anche il mio modo di scalare è cambiato”.
Come i pittori attraversano varie fasi, così anche gli scalatori. Tu sei entrambe le cose, a che punto sei?
Rispetto a quando ero più giovane sicuramente sono meno integralista di una volta. D'altronde, l'etica è un po' come l'erezione, diceva un famoso alpinista: con il tempo è destinata a deflagrare! Scherzi a parte, non è solo una questione di quello che riesci a scalare. Una volta, se non fossi riuscito a fare un passaggio come avrei voluto, magari avrei abbandonato il progetto. Ora, se ho un problema da risolvere, ho più soluzioni, perché l'esperienza non solo mi ha fatto crescere, ma mi ha dato anche una visione diversa delle cose, il mio bagaglio è cambiato. È stato così anche sulla Mongolfiera questo autunno [con l'apertura di Appesi alla luna, 8a+, 260 metri, con Alessandro Leoni, ndr]. Quando sei giovane sei più chiuso e hai più fretta, certe cose non le valuti.
Sono meno integralista di una volta. Un po' per l'età, un po' perché nel mio bagaglio personale ho più soluzioni
C'è meno frequentazione delle vie dalle tue parti?
C'è meno gente e non solo da me, per quello che ne so un po' dappertutto, anche in Dolomiti. Lì però ci sono diversi gruppi che fanno cose interessanti: il gruppo di Tondini e Baù, i gardenesi, quelli dell'academy, Mirco Grasso, i fratelli Geremia. Forse c'è ancora più spazio su quelle pareti, rispetto alle Alpi Occidentali, come qua o sul Monte Bianco. Anche da queste parti comunque ci sono dei ragazzi che si danno da fare, anche nei Ragni. Giacomo Mauri è un altro che ha un bell'approccio, si interessa anche dell'aspetto storico. Bisogna poi dire che, rispetto a una volta, il livello si è alzato a tal punto che anche la frequentazione delle vie è cambiata. Una volta i più forti scalatori locali erano in grado di ripetere più o meno tutte le vie del posto. Ora ce ne sono alcune che hanno un livello...per cui quelli forti girano e vanno un po' dappertutto a farle.
Cos'è il Discovery tour?
È stato un viaggio che poi è diventato anche un libro dal titolo Sentieri verticali. Parla di sette posti che non sono le classiche mete dell'arrampicata: ci sono l'Albania, la Bosnia, la Sicilia e via dicendo. La base fondamentalmente è in quello che ho vissuto io da ragazzo, quando c'è stata la trasformazione di un posto dove grazie all'impegno si sono create le condizioni per scalare e vivere con gli amici l'arrampicata in un certo modo. Ho voluto rivivere questa cosa in altri luoghi, abbiamo chiodato in posti dove effettivamente può nascere qualcosa di nuovo. A livello umano questa esperienza mi ha dato moltissimo e abbiamo vissuto esperienze del tutto particolari: in Bosnia abbiamo chiodato in posti con degli avvicinamenti dove prima c'erano le mine e c'è ancora da stare attenti. In Sicilia si è creata una comunità stupenda, sembrava di essere negli anni '80. Eravamo in una casa che doveva essere da dieci persone ed eravamo in trenta, ho contato undici-dodici trapani. E poi lì c'è ancora tutto un mondo da scoprire come arrampicata.
Il Discovery tour ci ha portato in posti dove ho vissuto nuovamente la bellezza di creare qualcosa di nuovo con una comunità
Da uno che ha ideato il Melloblocco, cosa pensi degli eventi d'arrampicata oggi?
Non sento la necessità di andarci, a me è sempre interessato il processo creativo, per cui non saprei bene cosa dire di quello che vedo. Per me era bello fare qualcosa da lasciare alla comunità, vedere nascere qualcosa. Io non sono un solitario: trovarsi mi piace, ma forse oggi preferisco cose più piccoline.
Disegno e arrampicata si fondono nello schizzo di Appesi alla luna @Simone Pedeferri
Come si concilia l'overtourism con il desiderio di continuare a scalare in posti che hanno fatto la storia dell'arrampicata e rimangono oggettivamente belli?
La scalata ha preso una direzione che pochi di noi potevano immaginare a fine anni '90. Nessuno di noi avrebbe mai pensato che le palestre indoor sarebbero diventate così fondamentali nel fare crescere il movimento. Ma potrebbe essere una fase, potremmo trovarci in un momento di assestamento, non è detto che si andrà avanti in questa direzione. Io credo solo che bisogna stare attenti a non trasformare l'arrampicata in uno sport, altrimenti perderà il suo fascino. E poi, a differenza che nelle palestre, quando vai fuori devi tenere a mente che stai usando un bene comune. Non bisogna togliersi dalle responsabilità, al contrario. Se c'è una protezione fissa che è marcia, bisogna darsi da fare per sistemarla, tutti quanti sono chiamati a farlo. Bisogna partecipare insomma, anche perché è il modo migliore per imparare. Ho visto gente calarsi su certe soste senza nemmeno sapere che non erano più buone. Ma d'altronde come fanno a saperlo? Hanno trovato tutto fatto.
Chi arrampica outdoor è bene che capisca che è un mondo diverso dalla palestra: non deve togliersi dalle responsabilità di conoscere quello che sta facendo, prima di tutto per il suo bene
Dalle tue parti si fa molto trad, è una tendenza, una moda o il segno di qualcosa che sta cambiando?
Qui i giovani fanno molto i blocchi e il blocco un po' ti porta al trad. Ma poi sono cose un po' cicliche, vanno e vengono. Oggi vengono riscoperte.
Come ti rapporti ai giovani?
Io cerco sempre di aiutare le generazioni nuove. Li bastono un po', ma mi ricordo anche di chi mi ha trattato bene e sono stato trattato bene da molti. Merizzi, Gigi Dal Pozzo, tanti altri. Gigi Il folle mi aveva preso in simpatia, anche se una volta dovevi dimostrare molto per avere un po' di aiuto. Ma ho piacere a vedere i giovani all'opera: anche quando sono venuti qui Vidi e Larcher, mi piace vedere quel fuoco che hanno negli occhi, è lo stesso che avevamo noi e che ogi non possiamo avere. Abbiamo attività, qualcuno ha smesso, pensieri. È normale che sia così ma è bello vedere che anche i nuovi scalatori hanno la stessa nostra passione. Poi qualcosa prendo anche io dalle nuove generazioni. I passaggi moderni, quelli coordinativi no, non li farò mai. Ma qualcosa qua e là la prendo in prestito anche io.
I prossimi viaggi?
Ne metto insieme sempre una decina come idee, così magari ne porto a casa la metà. Certo che anche le spedizioni sono cambiate, oggi ci sono previsioni meteo che permettono di fare tanto e in velocità. Con Google vedi le pareti ancora prima di andarci, sai già come sono fatte. Io mi ricordo che quando siamo stati all'Ogre Thumb, nella mia prima spedizione [anno 2001, ndr], ho camminato una settimana e manco sapevamo se avremmo trovato la montagna che stavamo cercando. E poi non c'è più il capo spedizione, si arrampica tra amici. È diventato tutto più rapido e semplice.
Anche la comunicazione è cambiata.
Ma su quella mi adeguo meno. Non sento la necessità di comunicare tutto quello che faccio via social. Cerco di dire una cosa se può essere interessante, se aggiunge qualcosa. E credo che si possa fare quello che facciamo senza essere sempre connessi, o almeno io ci riesco e anche le aziende lo capiscono.