Stefano Ragazzo, prima solitaria di 'Riders on the storm': "Ho lottato per vivere"

Grande impresa della guida alpina padovana: ha salito sulla Torre Centrale del Paine una via simbolo della Patagonia, vivendo momenti difficili nelle due settimane trascorse in parete

 

Stefano Ragazzo ha salito in solitaria Riders on the Storm, una delle big wall più famose al mondo, una via senza tempo che corre sulla parete est della Torre Centrale del Paine, in Patagonia. Più che di un semplice itinerario alpinistico, stiamo parlando di una leggenda che è stata scritta quasi quarant'anni fa da un team di scalatori di livello assoluto.

Ragazzo è stato sulla parete per oltre due settimane, nelle quali è riuscito a mantenere i nervi saldi e una determinazione assoluta. Il 6 marzo ha raggiunto la cima ed è sceso il giorno seguente. La salita di Riders on the Storm arriva dopo alcune salite di grande rilievo. L'ultima in ordine di tempo – sicuramente quella di più grande impatto- è stata la prima solitaria di Eternal Flame, sulla Nameless Tower delle Torri di Trango, nel 2024.


 

Una via mitica

Riders on the storm ha un nome che è tutto un programma: aperta durante sei settimane di tempo orribile tra la fine del 1990 e l'inizio del 1991 da Kurt Albert, Bernd Arnold, Norbert Bätz, Peter Dittrich e Wolfgang Güllich, ha uno sviluppo di 1300 metri ed è una delle vie più ambite di tutta la Patagonia.

In quell'occasione, i tedeschi avevano superato difficoltà fino al 7c in libera, ma fino ad A3 in artificiale e per arrivare alla prima libera sono dovuti passare ben 33 anni. Per “domare” il mostro c'è voluto un altro team di superstar dell'alpinismo mondiale: Nico Favresse, Siebe Vanhee, Sean Villanueva O'Driscoll e Drew Smith.

La prima solitaria assoluta di Ragazzo segna un nuovo importante capitolo di questa storia. Nel suo tentativo, la guida alpina padovana prima ha fissato i 12 tiri iniziali, quindi ha dato via al push decisivo il 21 febbraio. È tornato a terra solo il 7 marzo e già dalle prime parole pubblicate sui suoi social si possono comprendere le difficoltà incontrate, con momenti davvero drammatici.

 

“Quando si è rotto il telo della tenda ho pensato fosse finita”
 

Una vera battaglia

“Negli ultimi giorni, un turbinio di emozioni e sensazioni mi ha travolto, sia nel corpo che nell'anima. Il dolore dei congelamenti ai piedi è sufficiente a ricordarmi che non è passato molto tempo da quando ho toccato terra il 7 marzo, dopo 15 giorni di solitudine sulla parete est della Torre Central del Paine, dove, per la prima volta nella mia vita, ho lottato per qualcosa di più di una vetta: la mia vita, o meglio, un pensiero fisso, il desiderio di tornare tra le braccia della mia ragazza. Questo pensiero mi ha tenuto in vita ed è probabilmente la ragione principale per cui sono in grado di scrivere queste parole. Ho sempre cercato di evitare di parlare delle cose brutte accadute lassù, ma quando il telo di copertura della mia tenda si è rotto e la tenda si è capovolta durante una terribile tempesta, ritrovandomi con parte dell'attrezzatura e del cibo persi e le gambe impigliate nella sua cinghia, ho pensato che fosse finita, davvero. Ho lottato duramente, ho passato tutta la notte a bivaccare su una piccola cengia, appeso alla corda, aspettando che la tempesta passasse, muovendo i piedi per il freddo e stringendo la parte superiore del sacco a pelo per tenerlo vicino.

Non c'era possibilità di salire o scendere, tutta la mia attrezzatura era sui tiri già fissati sopra di me. Il mio sacco a pelo era così bagnato che più che altro sembrava un lenzuolo. Sono letteralmente sopravvissuto; la mattina è arrivata con una finestra di bel tempo. Cosa avrei dovuto fare? Forse calarmi in corda doppia? Il mio allenatore, prima di partire, mi ha detto: dacci dentro, amico, e quel momento era arrivato. Ho toccato la vetta il giorno dopo alle 12:40, in una giornata fantastica: niente nuvole, niente vento, cielo azzurro... incredibile”.