La rievocazione sul Monte Amaro © Lorenzo Grassi - CAI Roma
La rievocazione sul Monte Amaro © Lorenzo Grassi - CAI Roma
La rievocazione sul Monte Amaro © CAI Roma
La rievocazione sul Monte Amaro © CAI Roma
La rievocazione sul Monte Amaro © CAI Roma
La rievocazione sul Monte Amaro © CAI Roma
Sabato 28 febbraio, un gruppo di istruttrici e istruttori di scialpinismo della Scuola Paolo Consiglio della sezione di Roma del Club Alpino Italiano ha salito il Monte Amaro, sulla Maiella, in Abruzzo. L'uscita - inserita all'interno del programma di celebrazioni Maiella L'altra Neve- aveva lo scopo di festeggiare in vetta il centenario dell'impresa compiuta dai consoci Enriques, Ghibaudo, Rossi e Tartara, che il 28 febbraio 1926 raggiunsero per la prima volta con gli sci quella che – vale la pena ricordarlo- è la seconda vetta più alta dell'Appennino Centrale, con i suoi 2.793 metri di quota. Al tempo fu un exploit davvero notevole, anche per via delle condizioni che i coraggiosi alpinisti trovarono lungo il percorso.
Un momento epico
36 anni prima, nel 1880, si era registrata la prima salita alla Maiella, era il 5 febbraio. Un decennio più tardi, nel 1890, veniva inaugurato il Rifugio Vittorio Emanuele II. Oggi ne sono rimaste poche rovine, dopo la distruzione nella ritirata delle truppe tedesche durante il secondo conflitto mondiale. Ma già nel primo dopoguerra il rifugio si presentava in condizioni pessime, rendendone impraticabile l'utilizzo. Anche per la mancanza di un punto di appoggio, non ci furono ascensioni alla vetta, fino a quando la struttura venne ripristinata, proprio nell'inverno 1925/26. Infine, il 28 febbraio del 1926, Enriques, Ghibaudo, Rossi e Tartara riuscirono a salire fino alla vetta del Monte Amaro, al termine di una marcia di ben 10 ore.
Le informazioni su questa vera e propria impresa per l'epoca, sono state recuperate dal giornalista Lorenzo Grassi sul bollettino di marzo-aprile del Club Alpino Italiano della sezione di Roma. Si evince che la salita fu tutt'altro che semplice: oltre alla lunghezza del percorso e al dislivello notevole, a complicare l'ascesa furono le condizioni meteo. I quattro arrivarono in vetta alle 17.30 in mezzo alla tormenta, trovarono la porta del rifugio bloccata e fecero immediato ritorno a valle. Riuscirono a rientrare a Campo di Giove solo 6 ore più tardi, a mezzanotte e mezza. Con buone condizioni meteo, il quartetto di valorosi era convinto che si sarebbe potuto fare ben di meglio in quanto a tempistiche, tra andata e ritorno. “Secondo i gitanti, l'ascensione potrebbe compiersi in 10-12 ore, seguendo l'itinerario Guado di Cocci, pendici Sella Carracino, Tavola Rotonda, Vallone di Femmina Morta, cresta sud del Monte Amaro”.
La rievocazione attuale
E così, cento anni dopo, proprio da Campo di Giove è partita la salita scialpinistica rievocativa, patrocinata dal Parco Nazionale della Maiella Geopark Unesco. All'uscita erano presenti diverse istruttrici e istruttori della scuola Paolo Consiglio, della sezione Cai di Roma: Stefania Apuleo, Matteo Carbonoli, Massimo Marconi, Roberto Orlandini, Marta Pantaloni, Fabio Pauselli e Luca Repetto.
“La rievocazione ha mostrato con chiarezza quali sono gli effetti del cambiamento climatico. Le condizioni di innevamento oggi sono totalmente diverse, anche solo in relazione a 10 anni fa” S. Apuelo
Stefania Apuleo, istruttore e tecnico della neve del Servizio Valanghe Italiano, ci racconta una giornata vissuta all'insegna del divertimento e di godimento della natura. Insomma, ben altro spi “Abbiamo rifatto in parte lo stesso percorso. In basso non c'era abbastanza neve, dove fino a dieci anni fa le condizioni sarebbero state sufficientemente buone. Fino a dieci anni fa a febbraio addirittura non si andava in Maiella, perché ce n'era troppa. A ogni modo, non siamo partiti dal paese, ma da Guado [intorno a 1660 metri di quota contro i 1160 di Campo di Giove, ndr]. Poi però abbiamo fatto lo stesso in discesa, i 2mila metri di dislivello che avevano fatto loro. Sono 20 chilometri, niente di impossibile per chi fa questa attività, ma bella lunghetta. Al tempo ovviamente, con quella attrezzatura, con più neve e senza conoscere l'itinerario, fu davvero un'impresa. A noi, tra il tempo per le foto e con le pause di chi se la vuole prendere comoda, è andata via la giornata. Ci siamo goduti il tramonto sul Gran Sasso, sono cose che non si possono perdere. Altrimenti, con un buon allenamento, la si fa in 3-4 ore per la salita, più la discesa. Ma per l'epoca furono davvero eroici”.