Tempi duri per gli uccelli in alta quota: lo studio di Ecology

La ricerca, condotta da diversi istituti insieme al MUSE, ha evidenziato il ruolo unico di alcune specie come gipeto, pernice bianca e fringuello alpino nel preservare l'ecosistema. Ma il cambiamento climatico minaccia la loro sopravvivenza

 

Sopra al limite del bosco, dove isolamento e condizioni ambientali estreme inducono adattamenti molto specifici, vivono uccelli che si trovano a fronteggiare anche nuove problematiche, legate al cambiamento climatico. Il loro habitat si sta riducendo e trasformando, minacciando in determinati casi la loro stessa sopravvivenza.

Uno studio internazionale

Una ricerca pubblicata su Ecology, condotta dal Museo delle Scienze di Trento insieme all'Instituto Mixto de Investigación en Biodiversidad, alle Università di Jaen e di Malaga in Spagna, Mount Allison University (Canada) e a quelle italiane di Trieste e della Statale di Milano, mette in luce la vulnerabilità dell'avifauna montana dell’Oloartico, la vasta regione interconnessa che comprende Europa, Nord America e gran parte dell’Asia settentrionale.

 

Molte specie delle alte quote sono interessate: tra quelle più simboliche e conosciute al grande pubblico ci sono il gipeto, la pernice bianca, il fringuello alpino per le Alpi, il lofoforo himalayano e il tetraogallo dell’Himalaya per l’omonima catena asiatica, il fagiano di monte caucasico. Questi uccelli svolgono spesso funzioni ecologiche fondamentali: dalla dispersione dei semi al controllo degli insetti e dei piccoli vertebrati, dai processi di impollinazione al riciclo e alla degradazione dei nutrienti, che non possono essere facilmente sostituiti. Molte di queste specie, oltre a essere importanti per la funzione che svolgono, sono anche caratterizzate dall’avere areali di distribuzione ristretti, e pertanto possono essere considerate rare.

L'aumento delle temperature

Negli ultimi tre decenni il riscaldamento globale ha portato a un aumento delle temperature superiore a 1,5 °C nel 27% delle aree che ospitano specie rare di uccelli montani, con spostamenti di areali e variazioni del loro ciclo biologico. Per esempio, la riduzione delle praterie alpine per l’avanzata degli arbusti favoriti dall’aumento delle temperature sta minacciando le specie legate a questi ambienti, come il gipeto, il fringuello alpino e il sordone. Inoltre, l’aumento degli eventi estremi e della variabilità climatica durante la stagione riproduttiva sta incidendo negativamente sul successo riproduttivo, perché gli uccelli si trovano sempre più spesso a dover nutrire i piccoli quando il picco di risorse (insetti o semi) è già passato, o deve ancora arrivare.

“Abbiamo messo insieme i dati disponibili in letteratura sulle caratteristiche funzionali di 800 specie nidificanti nell’Olartico. Queste informazioni sono state poi unite a dati sulla distribuzione geografica e sulla temperatura media all’interno dell’areale di distribuzione di ciascuna specie. Dall’analisi di questo corposo database abbiamo studiato la relazione esistente tra la nicchia termica e l’unicità delle specie in termini di caratteristiche funzionali e distribuzione geografica – ha spiegato Maria Delgado, ecologa dell’IMIB e prima autrice dello studio-. I risultati dimostrano che le specie montane associate a nicchie termiche più fredde svolgono ruoli funzionali unici nei loro ecosistemi, e questa unicità funzionale risulta più marcata nelle montagne delle alte latitudini, probabilmente come conseguenza di nicchie ecologiche più ristrette”.

 

“Le specie montane associate a nicchie termiche più fredde svolgono ruoli funzionali unici nei loro ecosistemi”. M. Delgado


Più si sale, più sono preziosi

“In altre parole, alle nostre latitudini, quindi anche lungo la catena alpina, all’aumentare della quota le specie diventano più uniche dal punto di vista funzionale. Questo rafforza l’idea che condizioni ambientali più estreme determinino la selezione di caratteristiche peculiari che aumentano la capacità di persistenza in questi ambienti - ha commentato Chiara Bettega, ornitologa del MUSE e prima autrice dello studio insieme a Delgado-. Queste specie risultano particolarmente vulnerabili ai cambiamenti ambientali, a causa degli effetti combinati dell’isolamento geografico e dello scarso scambio genetico tra individui”.

 

"Le strategie di conservazione dovrebbero concentrarsi sul recupero degli ‘specialisti’ che svolgono ruoli ecologici unici e sulla preservazione dei rifugi climatici"

 

La previsione è che le specie oggetto dello studio “possano essere particolarmente suscettibili a perdite di specie a cascata indotte dal cambiamento climatico, con conseguenze importanti sull’intera comunità di organismi. Le strategie di conservazione dovrebbero quindi concentrarsi sul mantenimento e sul recupero delle specie specialiste che svolgono ruoli ecologici unici e sulla preservazione dei rifugi climatici, cioè quelle aree in grado di offrire habitat idonei a queste specie anche in futuro, a prescindere dalle condizioni climatiche”, concludono Delgado e Bettega.