The Dolomite Mountains, lo stupore della prima volta

Josiah Gilbert e George Cheetam Churchill a metà Ottocento hanno ritratto in un libro queste montagne uniche, con il privilegio di riportare in patria suggestioni del tutto inedite. Rileggere quel libro oggi equivale a camminare con un passo differente nel presente

Uno sguardo prima dell’immaginario. Oggi le Dolomiti rappresentano uno dei paesaggi più iconici dell’arco alpino. Le immagini delle Tre Cime di Lavaredo, le grandi pareti del Monte Civetta o la forma peculiare del Monte Pelmo sono entrate nell’immaginario collettivo ben oltre i confini dell’alpinismo, diventando simboli riconoscibili anche per chi la montagna la frequenta solo occasionalmente. Eppure, questa familiarità è un fatto relativamente recente. C’è stato un tempo in cui le Dolomiti non erano ancora “le Dolomiti” come le intendiamo oggi, ma rappresentavano un territorio remoto, poco accessibile e, per molti aspetti, ancora da interpretare.

 

Rileggere oggi un testo del 1864 come The Dolomite Mountains significa entrare in contatto con uno sguardo che precede questa trasformazione. Gli autori inglesi Josiah Gilbert e George Cheetam Churchill – acquerellista il primo, naturalista botanico il secondo – tra il 1861 e il 1863, armati di carta e colori, intrapresero viaggi alla scoperta di una parte ancora poco conosciuta e selvaggia delle Alpi. Furono tra i primi visitatori britannici a spingersi in queste vallate e, per certi versi, i primi veri turisti delle Dolomiti in età moderna. In un’epoca di grandi esplorazioni, che avrebbe portato alla conquista di territori come l’Antartide o, più tardi, le grandi vette himalayane, anche il “vecchio” continente europeo conservava confini ignoti, soprattutto nelle regioni d’alta quota più difficili e marginali. In questo contesto, descrissero il gruppo dolomitico, unico e differente, “distinto dalle altre Alpi per il carattere peculiare delle sue rocce e per l’aspetto straordinariamente pittoresco delle sue cime”, senza il filtro di un’immagine già costruita o conosciuta. Quello che per noi è oggi un’evidenza, per loro fu una scoperta. La singolarità delle forme dolomitiche significò innanzitutto stupore e una realtà nuova, sulla quale i loro occhi si posarono per la prima volta.

 

Pagina dopo pagina, le Dolomiti emergono come uno spazio da raggiungere e attraversare prima ancora che da contemplare, quasi a suggerire che solo attraverso la conoscenza sia possibile coglierne davvero il senso. Le grandi valli – la Val di Fassa, la Val Pusteria - non restano semplici coordinate geografiche su una mappa, ma diventano vie di accesso a un territorio che si rivela lentamente, solo addentrandosi. I due esploratori descrivono il loro viaggio come “impegnativo ma ricco di interesse, fatto di tempi lunghi e difficoltà logistiche”, ma anche ricco della possibilità di osservare e comprendere un ambiente ancora poco frequentato, in cui le prime imprese alpinistiche iniziavano a prendere forma senza aver ancora costruito quell’immaginario di conquiste e narrazioni che si svilupperà negli anni successivi.

 

Dalla scoperta alla visione

In questo senso, le Dolomiti d’ottocento appaiono lontane non solo geograficamente, ma anche culturalmente. Dove oggi troviamo strade, passi, rifugi e itinerari segnalati, allora si estendeva un paesaggio che richiedeva orientamento e adattamento, in cui il viaggio non era parte integrante dell’esperienza.

 

Quando finalmente le montagne si manifestano, lo fanno con una forza visiva senza pari, apparendo come qualcosa di inatteso, quasi irreale: “le cime”, scrivono gli autori, “si elevano improvvisamente sopra le valli circostanti, creando uno scenario di straordinaria bellezza e imponenza”. Non una descrizione neutra, ma il tentativo di restituire uno stupore autentico, ancora non mediato da immagini o narrazioni consolidate.

 

Una percezione legata anche alla natura della roccia, la dolomia, più fragile e erosiva rispetto ad altri calcari alpini, dà origine a forme definite “quasi fantastiche, fatte di torri isolate, pareti verticali, creste sottili”. È un paesaggio che sembra costruito più che forgiato e che proprio per questo colpisce profondamente l’immaginazione.

 

Oggi, di fronte a monumenti come le Tre Cime di Lavaredo o le torri del Vajolet è difficile sottrarsi a un senso di familiarità. Le abbiamo già viste, fotografate, immaginate e scalate, eppure, provare a leggerle attraverso lo sguardo dei primi osservatori permette di restituire loro una dimensione di sorpresa. Linee che a quel tempo, non erano ancora iconiche, ma rappresentavano un’esperienza visiva nuova, capace di ridefinire l’idea stessa di montagna. Lo stesso per il Civetta, con le sue pareti imponenti, oggi punto di riferimento per l’alpinismo, con una storia consolidata di vie e ascensioni, descritto nel testo per la sua verticalità, percepita come “profondamente diverso rispetto ad altre aree alpine”.

 

Ed è proprio qui che entra in gioco il tema dell’esplorazione. Le ascensioni vengono descritte come “rese particolarmente interessanti dalla varietà delle forme rocciose”, ma non esiste ancora una codificazione dei percorsi. Salire significa sperimentare, cercare una linea, adattarsi a una roccia che non si lascia leggere facilmente. È un alpinismo che nasce insieme al territorio che lo ospita.

In queste pagine le montagne dolomitiche vengono raccontate come il risultato dello stupore, della meraviglia e delle osservazioni – insieme emotive e tecniche – suscitate negli occhi dei due esploratori inglesi, risultando immediatamente riconoscibili proprio perché percepite come “altre” rispetto al resto delle Alpi. Questa dimensione contribuì a costruire un immaginario peculiare, che nel tempo si è arricchito anche di letture simboliche e leggendarie, fino all’appellativo di “monti pallidi”.

 

Rileggere per capire il presente

The Dolomite Mountains anticipa un modo di raccontare la montagna che oggi consideriamo fondamentale: non solo descrivere, ma comprendere; e nel confronto con il presente emerge inevitabilmente una domanda. Cosa resta oggi di quello sguardo?

Le Dolomiti contemporanee, sebbene siano gli stessi monoliti, sono mutate radicalmente. Accessibili, frequentate e integrate in un sistema turistico complesso, eppure, la loro forza visiva è rimasta intatta. Forse ciò che è cambiato non è tanto la montagna, quanto il nostro modo di avvicinarci ad essa. La velocità, la facilità di accesso e la sovrabbondanza di immagini rischiano di ridurre lo spazio della scoperta. Proprio per questo, rileggere testi come The Dolomite Mountains può offrire l’occasione per recuperare uno sguardo più lento e consapevole, capace di restituire profondità all’esperienza della montagna.

 

Non per cercare un’impossibile nostalgia, ma per esercitare uno sguardo diverso, capace di rallentare, soffermarsi e riconoscere che ciò che oggi appare familiare è stato, un tempo, sconosciuto. Il valore più importante che queste pagine ci lasciano è ricordarci che le Dolomiti non sono sempre state ciò che vediamo oggi e che, forse, possono ancora essere guardate in modo diverso.

 

Forse basta solo ricominciare a tracciare un nuovo sentiero.