Foto di vetta per Caldwell-Vanhee
©Matthew Tangeman
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La cordata Caldwell-Vanhee ha firmato un vero e proprio exploit: si tratta infatti della prima libera “in giornata” della Sudafricana e della terza libera in totale dalla sua apertura, che risale ad oltre cinquant’anni fa.
I due alpinisti si sono alternati da primi e secondi di cordata su ogni tiro. Partiti alle 3.20 del mattino del 13 febbraio, hanno raggiunto la cima esattamente 24 ore dopo. Dopo circa 19 ore di arrampicata hanno indossato gli scarponi per affrontare gli ultimi 250 metri di terreno misto e la cresta finale, al buio. Appena raggiunta la cima, una tempesta ha investito la montagna, costringendoli a una discesa di otto ore tra vento, ghiaccio e visibilità ridotta.
A differenza dello stile “capsule”, che prevede tappe in parete, i due alpinisti hanno scelto una strategia non-stop, senza portaledge e senza corde fisse per la ritirata. Una volta partiti, le possibilità di tornare indietro erano minime: una decisione che ha reso la salita ancora più impegnativa dal punto di vista mentale.
“Non puoi ritirarti velocemente o aspettare che passi la tempesta su un portaledge. Liberare la via Sudafricana in un’unica spinta di 24 ore, in condizioni così imprevedibili, è stato uno dei momenti di maggior orgoglio che abbia vissuto in montagna”. Siebe Vanhee
La salita in 24 ore della via Sudafricana sulla Torre Centrale del Paine segna un passo decisivo nell’evoluzione dell’alpinismo su grandi pareti, dove velocità, tecnica e gestione delle condizioni estreme diventano determinanti. “Questo è ciò che rende una parete come questa così difficile da salire in un solo giorno - ha detto Siebe Vanhee -. Non puoi ritirarti velocemente o aspettare che passi la tempesta su un portaledge. Liberare la via Sudafricana in un’unica spinta di 24 ore, in condizioni così imprevedibili, è stato uno dei momenti di maggior orgoglio che abbia vissuto in montagna, soprattutto per averlo condiviso con un compagno come Tommy”.
“Strategicamente, questa salita è stata forse più complessa di altre che ho fatto in Patagonia. La nostra positività e la volontà di provare hanno fatto la differenza - ha commentato Tommy Caldwell -. Lo stile “in giornata” per me era la scelta giusta, ma, onestamente, non avevo piena consapevolezza della portata e delle difficoltà di questa parete: roccia instabile, molta neve e ghiaccio, e il fatto che abbiamo dovuto issare fino in cima un sacco piuttosto grande pieno di abiti caldi e attrezzatura per il ghiaccio”.
Caldwell e Vanhee hanno completato la salita al terzo tentativo nell’arco di tre settimane. I primi due tentativi sono avvenuti tra fine gennaio e metà febbraio, ed entrambi sono stati interrotti per le condizioni meteo, il secondo da una tempesta vicino alla cima.
La via Sudafricana segue un sistema di diedri sulla parete est della torre, con lunghi passaggi tecnici e sostenuti: in particolare i tiri chiave L14 e L15 (7b+) e un offwidth di 60 metri (7a+). L’offwidth è un passaggio particolarmente fisico e logorante, che costringe a salire con pressioni e contrapposizioni in una fessura troppo larga per essere chiusa con le mani e troppo stretta per inserirci tutto il corpo.
La via fu aperta tra il 1973 e il 1974 da una spedizione composta dai britannici Doug Scott e Brian Hall, dallo scozzese Hamish MacInnes e dal sudafricano Gordon Smith, in stile tradizionale e senza ancoraggi fissi. La prima salita in libera arrivò nel 2009 grazie ai belgi Sean Villanueva e Nico Favresse insieme allo statunitense Ben Ditto, che rimasero tredici giorni in parete; la seconda libera fu realizzata nel 2023 dallo spagnolo Imanol Amundarian insieme agli statunitensi Cedar Christensen e Tyler Karow.
Caldwell è uno dei massimi specialisti mondiali di big wall in libera, protagonista di prime salite su El Capitan. Vanhee è uno specialista di grandi pareti e fessure in stile veloce. Avevano già scalato insieme la via Odyssey sulla Eiger in meno di un giorno, dimostrando grande affiatamento.