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Particolare della pietra dell'altare - Foto The Stones of Stonehenge - Wikimedia Commons, CC BY 4.0
Foto di Noah Jurik da PixabayChi ha trasportato fin sulla piana inglese di Salisbury le rocce ciclopiche con cui fu realizzato il sito di Stonehenge? È possibile che la natura, attraverso la spinta dei ghiacciai, abbia fatto il lavoro sporco per l'uomo, o siamo di fronte a un'impresa logistica senza precedenti nella storia neolitica? È questa una delle domande sorte attorno al mistero di Stonehenge, cui a lungo la comunità scientifica e archeologica hanno cercato di fornire una risposta.
Se per i grandi "sarsen" — blocchi di silcrete da 25 tonnellate che rappresentano il nucleo principale del sito — è stata accertata una provenienza locale (circa 25 km di distanza dal sito), situazione differente è emersa dallo studio degli altri due gruppi litologici presenti nella piana: le bluestones, blocchi tra le 2 e le 5 tonnellate di roccia sedimentaria e vulcanica, e la celebre “Pietra dell’Altare”, un monoblocco di circa 6 tonnellate di arenaria rossa.
Come hanno fatto questi megaliti, teoricamente provenienti da aree geograficamente lontane, come il Galles e persino l'estremo nord della Scozia, a percorrere centinaia di chilometri in un’epoca priva di tecnologie moderne? Per decenni, due teorie si sono scontrate: quella antropica, che vede l’uomo del Neolitico artefice di un trasporto particolarmente complesso, e quella glaciale, secondo la quale i ghiacciai del Pleistocene avrebbero agito come giganteschi nastri trasportatori, depositando i massi nei pressi del sito durante le loro avanzate verso sud.
Una ricerca condotta dalla Curtin University di Perth (Australia), recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment, sembra aver messo la parola fine a questo dibattito.
La risposta nei cristalli di zircone
Per risolvere l’enigma, i ricercatori hanno puntato su tecniche avanzate di "fingerprinting" minerale. A partire da sedimenti fluviali che circondano il sito di Stonehenge, hanno recuperato microscopici granelli di zircone e apatite, che agiscono come "capsule del tempo" geologiche, conservando nel reticolo cristallino tracce dei loro viaggi millenari, che gli scienziati sono oggi in grado di “leggere”.
Nel dettaglio, i ricercatori hanno analizzato oltre 700 cristalli di zircone e apatite, alla ricerca di una conferma del possibile approdo di ghiacci scozzesi o gallesi nella zona. "Se i ghiacciai avessero trasportato le rocce dalla Scozia o dal Galles fino a Stonehenge, avrebbero lasciato una chiara impronta minerale nella pianura di Salisbury - afferma il dott. Anthony Clark, autore dello studio insieme al collega Christopher L. Kirkland - . Quelle rocce si sarebbero erose nel corso del tempo, rilasciando minuscoli granelli che potremmo datare per comprenderne l'età e la provenienza.”
I risultati dell'analisi delle firme isotopiche, ottenute con il metodo della datazione Uranio-Piombo (U-Pb), non lasciano spazio a dubbi: nelle sabbie fluviali della piana non sono presenti granelli minerali trasportati dai ghiacciai.
Il metodo U-Pb sfrutta il decadimento radioattivo dell'uranio in piombo all'interno del cristallo. Al momento della loro formazione, i cristalli di zircone e apatite intrappolano piccole quantità di uranio radioattivo che, a una velocità nota, decade in piombo. Misurando i rapporti tra i due elementi, è possibile determinare l'età di ogni granello. Per gli scienziati è come disporre di un orologio atomico, che permette di stabilire con precisione quando e dove quel minerale si è formato.
Delle centinaia di granelli minerali analizzati, solo un cristallo di zircone è risultato compatibile con l'età delle bluestones gallesi (circa 464 milioni di anni fa). Un dato statisticamente irrilevante che conferma come la piana di Salisbury sia rimasta libera dai ghiacci durante il Pleistocene.
Per il resto, i dati ottenuti hanno portato i ricercatori a concludere che zircone e apatite rappresentino dei minerali locali, presenti nella pianura di Salisbury da decine di milioni di anni. Il trasporto glaciale dei megaliti risulta dunque improbabile, rendendo più plausibile l’ipotesi di un ingegnoso e impegnativo trasporto umano.
La ricerca rafforza dunque l'ipotesi che gli uomini del Neolitico abbiano deliberatamente scelto, prelevato e trasportato queste pietre per distanze sbalorditive. Nel caso della "Pietra dell’Altare", si parla di un viaggio di oltre 700 chilometri dal bacino delle Orcadi, nel nord della Scozia.
Ma come fu realizzato questo trasporto a lunga distanza? La scienza non ha ancora una risposta in merito. Le ipotesi al vaglio sono principalmente due: un trasporto via mare dalla Scozia o dal Galles o via terra, utilizzando tronchi rotanti a mo’ di binari.
Come evidenziato dai ricercatori, lo studio "fornisce un'ulteriore prova che le pietre più esotiche del monumento non sono arrivate per caso, ma sono state invece selezionate e trasportate con cura.”
Il mistero si potrebbe dire risolto a metà. Le domande aperte attorno a Stonehenge restano numerose, prime tra tutte quella legata alla sua funzione. Il sito fungeva da calendario solare? Era un antico tempio o forse un luogo di festa? “Porre e rispondere a questo tipo di domande richiede diversi tipi di set di dati – commenta il dott. Kirkland - e questo studio aggiunge un tassello importante a questo quadro più ampio."