Tina Merlin (1926-1991)
Il bacino della diga invaso dai detriti. Foto Wikimedia Commons
Longarone dopo l'onda di piena. Foto scattata dai Vigili del Fuoco. Wikimedia Commons
La notte del 9 ottobre 1963 il Monte Toc frana nel lago artificiale del Vajont con 263 milioni di metri cubi di roccia marcia. La montagna cade alla velocità di un treno – settanta-cento chilometri orari –, sollevando un’onda di centinaia di metri che scavalca la diga e si schianta su Longarone, nella valle del Piave, con la potenza di due bombe di Hiroshima. L’altra metà dell’onda risale come uno tsunami, si arrampica sul versante che fronteggia il Monte Toc e spazza via le frazioni di Erto e Casso. I morti sono 1910: 1450 a Longarone, 158 a Erto e
Casso, 111 a Codissago, 54 nei cantieri, 137 altrove. Pochi i feriti.
Per decenni, i politici e gli ingegneri hanno ripetuto ai montanari che a casa loro la diga c’era già: bastava unire le pareti della gola del Vajont con una tesa di cemento e il lago si sarebbe riempito naturalmente, e sarebbe stato un bel vedere, un bel vivere e anche un’attrazione per i forestieri. Loro ascoltavano e diffidavano. Alle promesse non credevano per tradizione.
Lo fecero per forza, perché il “compratore” era troppo potente e aveva amici troppo compiacenti verso la cultura tecnocratica degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi si opponeva allo sfruttamento idroelettrico era un sabotatore di futuro.
Davide e Golia
Nella storia del Vajont, Golia si chiama Società Adriatica di Elettricità, il gruppo che arriva in forze nel 1956 per costruire la diga. Nella triste storia Davide ha invece tanti nomi: il sindaco di Erto e Casso, Caterina Filippin, che inizialmente tiene testa alla Società Adriatica sulle espropriazioni; suo marito Paolo Gallo, il medico della valle; il comitato spontaneo degli abitanti di Erto e Casso, controllato a vista dai carabinieri; il deputato comunista Giorgio Bettiol, che finisce in caserma e viene accusato di “propaganda falsa e fuorviante”. E soprattutto Tina Merlin, coraggiosa corrispondente de L’Unità, che ben conosce le montagne e i montanari di Erto e Casso “una comunità che non chiede una vita troppo diversa, è abituata ad essere emarginata, a vivere isolata, a pensare ai fatti suoi, ma anche a non accettare che altri si immischi nelle sue faccende” e conosce le logiche del potere.
"È una comunità che non chiede una vita troppo diversa, è abituata ad essere emarginata, a vivere isolata, a pensare ai fatti suoi, ma anche a non accettare che altri si immischi nelle sue faccende” . Tina Merlin
Nella primavera del 1959 è querelata per queste parole: “A Erto, in Valcellina, 130 capi famiglia uomini e donne si sono consorziati per creare un organismo che abbia veste giuridica nel difendere i diritti e gli interessi dei singoli e della collettività del paese di fronte alle prepotenze e ai soprusi che la Sade va da anni compiendo nella zona…”. Merlin va a processo e il tribunale di Milano l’assolve, perché è tutto vero.
Quando l'assurdo diventa reale
Purtroppo l’allarme di Tina, più volte accusata di catastrofismo, si rileva ottimistico. L’evento è così assurdo che mancano le parole. Non si era mai vista l’acqua salire, non c’è logica.
Come scrive Buzzati il giorno dopo la catastrofe, “un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna”.