Vasaloppett: sciare dentro l’inverno

Dalla fuga di Gustav Vasa alla traversata collettiva della Vasaloppet, novanta chilometri tra Sälen e Mora raccontano un gesto antico che resiste nel tempo. Non una gara da vincere, ma un inverno da attraversare, dove la libertà si misura nel continuare.

È inverno nella cittadina di Sӓlen nella contea di Dalarna in Svezia

I tetti delle case, gli alberi e le persone sopportano ormai da mesi il peso del rigido inverno e della neve che ricopre ogni cosa. È una stagione che comincia a farsi sentire anche nell’animo e che neanche il sole, affacciandosi per poche ore oltre l’orizzonte, riesce ad alleggerire. Fuori dalle finestre il freddo è sotto lo zero ed entra subito dentro i vestiti, nelle scarpe, sotto i guanti, sembra insinuarsi persino nei pensieri, stancandoli e chiedendo loro di resistere ancora un po’, in attesa che tutto quel bianco lasci spazio al verde. Tutte le strade, i sentieri ed i laghi sembrano ormai avere le stesse sembianze. Tutto è bianco, liscio, attraversabile e sembra portare da qualche parte. 

Oltre all’ululato della tempesta ed ai fiocchi che incessanti si poggiano confusi al suolo, nell’aria ovattata riecheggiano suoni semplici ed essenziali, primordiali e al tempo stesso familiari, propri di quei luoghi dove sembra più naturale scivolare che camminare. 

Si sovrappone, per un breve momento, il vociare di migliaia di persone che creano un brusio fatto di accenti diversi, di attese, di gesti ripetuti. È un rumore che non invade, ma accompagna, destinato a dissolversi non appena i corpi iniziano a muoversi nella stessa direzione. Il colpo secco dei bastoncini che trafiggono la neve soffice, le lamine nei binari che vibrano al contatto con il fondo, il respiro lento e cadenzato che si trasforma in una nuvola bianca nell’aria. 

È tutto pronto per sciare dentro l’inverno.

Cinquecento anni fa, in questi luoghi, gli sci non erano una semplice attrezzatura, ma parte integrante della quotidianità delle persone, un prolungamento dei piedi. Non erano né una scelta, né una passione ma necessità. Spostarsi con gli sci significava poter vivere e non soltanto sopravvivere. Muoversi, portare un messaggio, fuggire, cambiare il corso delle cose, salvarsi. 

In questo paesaggio incantato, solo all’apparenza, si nascondevano però tensioni profonde, che tra il 1520 e il 1521, portarono il giovane Gustav Ericksson Vasa ad attraversare tutta la contea sugli sci, inseguito dalle truppe danesi. Il nobile ragazzo, in fuga dall’occupazione danese e dalla repressione seguita al cosiddetto Bagno di Sangue di Stoccolma, cercava sostegno tra le popolazioni della Dalarna passando per villaggi isolati, strade e foreste innevate, affidandosi ai suoi sci di legno come unico mezzo possibile per spostarsi. 

La tradizione vuole che inizialmente venne respinto dagli abitanti del paese di Mora, ma che questi lo richiamassero indietro una volta che lui raggiunse Sälen, a più di novanta chilometri di distanza. Da quella scelta degli abitanti di Mora, nacque una rivolta destinata a cambiare non solo il destino di Gustav, ma anche quello della Svezia, portandolo a diventare, pochi anni più tardi il re del paese

È da questo ritorno, da Sälen a Mora e non dunque da una vittoria, che prende origine la Vasaloppet

 

La Vasaloppett

La gara nasce ufficialmente nel 1922, quando alcuni appassionati decisero di commemorare l’attraversamento di Gustav Vasa ripercorrendo, sugli sci, il suo tragitto tra Sälen e Mora. 

I novanta chilometri di neve battuta e boschi che separano le due cittadine, sono un simbolo di unione, forza, tenacia e libertà. Oggi, percorrere questa distanza, dopo cinquecento anni dalla prima volta, non significa solo celebrare un primato sportivo, ma soprattutto ricordare un gesto necessario, esempio di spirito di sopravvivenza, compiuto in un ambiente ostile che non concedeva e non concede alternative, se non quella di sciarci dentro. 

Sin dalla sua nascita, la Vasaloppet non si è mai presentata come una competizione sportiva riservata a pochi fondisti, ma come un vero e proprio attraversamento, una traversata collettiva, aperta e popolare.

Ciò che oggi colpisce di questa classica granfondo non è tanto la distanza da percorrere quanto la sua durata. Il tempo non è un obiettivo che va superato, ma un elemento intrinseco dell’esperienza che si dilata lentamente lungo i novanta chilometri, costringendo chi parte a trovare un ritmo sostenibile, più che una velocità. Quest’ultima, così come il tempo, non è una prerogativa di chi vuole superare tutta la Dalarna, così come la neve sotto le lamine non è un fondo da dominare, ma una condizione con cui convivere.

Il paesaggio scandinàvo, simile per gran parte del percorso, accompagna il fondista come un ritmo costante. Ciò di cui si può godere ricorda un elettrocardiogramma visivo, dove il bosco disegna i suoi picchi e le radure bianche segnano i momenti di tregua. L’orizzonte cambia poco ed è lo stesso che, cinquecento anni fa, accompagnò la fuga di Gustav Vasa, la stessa neve, lo stesso inverno, lo stesso territorio.

Lungo il percorso, i ristori, i volontari, i villaggi attraversati, restituiscono l’idea di una comunità temporanea che si muove insieme, dove l’eroismo individuale lascia spazio alla perseveranza di molti uniti. I punti di assistenza scandiscono l’avanzare più del cronometro, diventando riferimenti emotivi prima ancora che logistici. C’è chi parte all’alba e chi arriverà molte ore più tardi, chi scivola con gesto sicuro e chi procede con passo incerto, ma tutti sono immersi nello stesso flusso lento e ininterrotto che galleggia in un limbo tra storia antica e storia moderna. In questo senso, la Vasaloppet conserva ancora oggi, un legame profondo con lo sci prima che diventasse sport. Uno sci che serve a muoversi nel territorio, a coprire distanze, ad abitare l’inverno.

Allora si sciava per salvarsi, per cercare una libertà concreta oltre un confine politico e fisico. Significava affrancarsi da un dominio, cambiare il destino di un intero paese. Oggi si scia per scelta, ma la libertà sembra essersi spostata dentro il gesto stesso del muoversi, nella decisione di continuare, di trovare un ritmo, di accettare la durata e la distanza come parte dell’esperienza. Come mezzo secolo prima, non conta tanto la velocità, quanto la capacità di attraversare.

Non è un caso che la maggior parte dei partecipanti non lotti per un podio, ma per arrivare a Mora mantenendo il proprio passo, dentro un ambiente che resta protagonista.

La Vasaloppet, quindi, nasce anche da un’idea di vittoria concreta, obbligata, legata a qualcosa di più grande del singolo. Oggi le scale sono diverse, ma il senso non è così lontano e ognuno parte con il proprio obiettivo da raggiungere: per alcuni è una prestazione, per altri un limite personale, per altri ancora il semplice arrivare. In un percorso così lungo, la vittoria non è unica, ma resta sempre legata a qualcosa che conta davvero per chi scia. 

All’ingresso di Mora, sopra il portale d’arrivo, campeggia una frase semplice: I fäders spår för framtids segrar, “sulle orme dei padri per le vittorie future”. Alla Vasaloppet, quelle parole sembrano parlare meno di un risultato e più del senso stesso di questo attraversamento. La vittoria non è unica, ma ciascuno trova la propria, dal primo posto al semplice completamento, e nel gesto stesso dello sciare, nella decisione di continuare, si raggiunge qualcosa che dura più del cronometro, un futuro che si costruisce passo dopo passo. 

Alla fine, quando il traguardo è vicino e il paesaggio comincia lentamente a cambiare, ciò che resta non è il tempo impiegato né la posizione in classifica. Resta il tragitto compiuto, novanta chilometri di inverno attraversato, vissuto e condiviso con altri.

Una distanza sufficiente perché la partenza e l’arrivo non appartengano più allo stesso tempo.

La Vasaloppet continua a esistere ancora oggi, perché non chiede di vincere ma di restare dentro un gesto. In un’epoca che misura tutto in prestazione e visibilità, questo sciata lenta ricorda che l’ambiente montano – e l’inverno – possono ancora essere luoghi da attraversare, non da conquistare.

Come cinquecento anni fa, si scia perché in inverno non c’è un’alternativa più semplice: cambiano le ragioni, resta il gesto. È probabile che proprio in questa traversata, ancora oggi, si nasconda una forma essenziale di libertà.

Forse è proprio per questo che, a distanza di oltre un secolo dalla sua nascita e di cinque secoli dalla fuga che la ispira, la Vasaloppet continua a parlare di sè. In un tempo che spinge verso la velocità e la performance, propone un’idea diversa di sci e di natura da vivere: non conquista, ma transito; non spettacolo, ma relazione. 

Un gesto antico che resiste, scivolando lento dentro l’inverno.